domenica 25 ottobre 2015

[Ascolti] Sexwitch - Sexwitch


Un disco senza pretese. Senza futuro. Senza passato, quasi un'istantanea di un pomeriggio in studio.
L'incontro tra i Toy e Natasha Khan, ben conosciuta come Bat For Lashes.
Il rock da una parte, la dolcezza pop dall'altra.
Nel loro stringersi la mano, per qualche istante, esce la creatura Sexwitch.
Che è una gustosissima mezzoretta di tribalismi.
E che merita un ascolto.

Ecco: è questo Sexwitch.
Un disco che non ha nessuna pretesa se non di divertire chi l'ha scritto e per riflesso chi ascolta, coinvolto per buona parte del disco in una serie di allucinate cover di pezzi di qualche decennio fa sospesi tra oriente ed Africa.
Lei, Natasha, diventa presenza sciamanica, urla, geme, accompagna, diventa acida, protagonista di lente performance sensuali e disturbanti.
Loro, i Toy, si spogliano delle strutture musicali e gli corrono dietro, batterie impetuose, bassi e chitarre alienanti, padroni della tecnica.
Un disco che funziona soprattutto (sono quattro su sei) nei momenti dove la velocità è più elevata: Kassidat El Hakka è il diamante da sparare a tutto volume in un club dove l'ora è tarda, l'alcolemia elevata e le luci bassissime.
Insomma il messaggio è chiaro: Sexwitch è un progetto assurdo, a volte a fuoco, leggermente a disagio nei momenti più lenti, assolutamente esperienziale in cuffia o ad alto volume.
Che si merita un ascolto.

sabato 17 ottobre 2015

[Live Report] Glen Hansard @ Teatro Antoniano, Bologna


Ecco, cosa dire? Un gran concerto.
Una festa di lacrime, sorrisi, gioia.
C'è una curiosa affinità, il fattore Dublino, che potremmo inserire in un pacchetto di grandi concerti che hanno come collegamento la città Irlandese.
Il primo concerto visto qualche anno fa di Damien Rice, a Firenze, immaginato come sontuosa riproposizione dei toccanti brani e diventato una festa di risate, balli, racconti, vino, con tutta sorpresa.
Il concerto di Amanda Palmer, questa volta a Dublino, show di non so quante ore, tra gruppi spalla, chiacchere e un live di incredibile intimità tra cantante e presenti.
E ora, Glen Hansard, anche lui di Dublino e anche lui immaginato come un intenso e struggente concerto di canzoni, un concerto emozionale e invece.
E invece, si diceva una festa.
Molto popolata, perchè al sold out del piccolo ma caldo teatro bolognese si aggiunge una inaspettata formazione a dieci sul palco.

Non manca niente: chitarre, basso, batteria, fiati, violini, pianoforte.
Occasionalmente, poi, diventano undici o dodici, perchè il pubblico diventa parte vocale attiva, nei cori o nei ritornelli e in qualche caso protagonista, con qualche personaggio probabilmente saltato fuori da un intimo live in un negozio bolognese del pomeriggio e così abbiamo il tamburello di un attempato cinquantenne, la voce intensa del giovanissimo Leonardo, il duetto con un ragazzo, Dodo, dal pubblico.
E Hansard, splendido quarantacinquenne, nel pieno della maturità artistica, a presentare il secondo disco solista (più che buono) ad essere allo stesso tempo faro e presentatore.
Una voce di cui ringraziare non si sa chi e un pugno di belle canzoni.
Che poi, un pugno: vero che tra le varie band la carriera di Glen è bella lunga, ma immaginarsi quasi due ore e mezza di concerto era forse troppo.
Due ore e mezza che volano come fossero dieci minuti, in una atmosfera che pur essendo in teatro, riesce a diventare, agilmente, quella di uno spettacolo di strada.
Quella di una sera tra amici, quella di un grande artista che però annulla come niente la distanza tra band e pubblico.
Così, poco importante segnalare i picchi (anche se Bird of Sorrow è sempre una delle più belle canzoni degli ultimi anni) o le cose che rimaranno (come la Cover, infinita, in mezzo al pubblico, in un lento serpentone che porta fisicamente la band alla porta dell'uscita, di Leonard Cohen, dove Passing Trought diventa qualcosa degli Edward Sharpe).
Perchè c'è da dire solo una cosa: concerto maestoso, punto, a capo.


giovedì 8 ottobre 2015

[Ascolti] Beirut - No No No


Si, in fondo è giusto premetterlo, perchè lo hanno già detto tutti: No no no è un disco riuscito a metà.
O più semplicemente, a volte poco ispirato.
Probabilmente perchè sofferto.
Dichiaramente: il periodo successivo al (buon) The Rip Tide è stato durissimo per Zach Condon, esaurito e di fronte al divorzio, magari addirittura con un collegamento tra i due eventi.
E sono passati quattro anni prima che il quasi trentenne originario del New Mexico si facesse sentire, con nove canzoni, per una mezzoretta di musica.

Però, d'altro canto, nei momenti migliori è sempre una piccola gioia sentire quel pop sbilenco, dall'accento nomade di cui Beirut è capace di essere esponente in grado di piacere ad un vasto pubblico.
Così, nel consapevole singolo che dà il titolo al disco (che potrebbe provenire da un disco del passato, senza problemi), nel soffice brio di Perth, nell'iniziale Gibiltair, si ritrova tutta quella magia, pur senza picchi degni di nota.
Certo, il calo è vistoso, in particolare nella seconda parte di disco.
Ma l'idea è questa, caro Zach: hai sofferto tanto e probabilmente pianto mille lacrime per partorire questo disco, essenzialmente per dire a te stesso "io ci sono ancora".
Ti aspettiamo, la prossima volta, per essere nuovamente trascinati da te.



[Live Report] Dear Reader @ Clandestino, Faenza

Il Clandestino, a Faenza, è un posto strano. Da fuori, pare un bar. Un lungo tavolo, sulla sinistra, ne suggerisce chiaramente l'i...