mercoledì 22 aprile 2015

[Ascolti] I'm From Barcelona - Growing Up Is For the Trees


Arriva al quinto album l'enorme (28 elementi) collettivo svedese.
Un gruppo di cui, obiettivamente, ci si occupa troppo poco.
Si, certo è pop, semplice pop, eppure il gruppo riesce ad nobilitarne la parola: immediatezza, cori, ritornelli, melodie irresistibili: questi sono gli I'm From Barcelona.
Una band che, tra l'altro, riesce ad essere riassumibile in una parola, durante il live: festa.

E che non smette di trovare variazioni alla propria formula.
Così Growing Up For The Threes è fedelissimo al suo passato: Lucy è il brano nuovo che pure pare di avere già sentito mille volte e funziona anche alla volta mille ed uno, Gotta Come Down è la ballata lenta corale, Sirens il brano indie-pop pronto a farsi piacere nei dancefloor alternativi così come il singolo Violins, Benjamin trova il ritornello che si fa cantare al primo ascolto e che dal vivo sarà una gioia.
Nessun riempitivo, nessuna variazione, qualità come in passato: sarà poco ma per l'ennesima volta ecco uno dei dischi da ascoltare in rotazione durante l'estate.
Ascoltare, cantare, ballare...



martedì 14 aprile 2015

[Live Report] Benjamine Clementine @ Teatro Arena Del Sole, Bologna



I luoghi aiutano.
Ironicamente, per un (quasi) ragazzo cresciuto tra Inghilterra e Francia, finito per un pò a suonare nella metropolitana parigina, l'esordio dal vivo italiano (escludendo una sortita da opening act per Stromae) di Benjamine Clementine arriva in un teatro di Bologna.
Uno dei più prestigiosi, per quanto non splendido esteticamente.
Nulla sul palcoscenico, il pianoforte al centro.
Per qualche canzone, nella parte centrare del concerto, c'è spazio per il violoncello di Barbara.
Per tutto il resto, a piedi nudi come sempre, solo lui.

Un'ora e mezza quasi di intensissimo concerto raccontano la conferma, decisa, di un talento non comune.
Non è nella (pur ottima) abilità melodica, nè nella (meglio che su disco quasi) forza vocale che emerge, ma nell'intensità che si sprigiona, come e più che nelle prove in studio, il punto di forza.
Quella cosa capace di distinguere i tanti bravi cantanti e quelli che, forse, hanno qualcosa in più.

Così, a metà Aprile, un anno quasi dopo averlo scoperto e (diciamolo) cercato di ingaggiarlo la scorsa estate prima che esplodesse per un live, Benjamine Clementine riversa tutto il suo repertorio, e molto di più in un teatro praticamente ammutolito, silenzioso, dedito ad applausi intensi e scroscianti.
C'è il primo ottimo disco in scena, ci sono gli ep (I Won't Complain, spettacolare, che chiude una parte di concerto), c'è un omaggio a Lucio Dalla, con un Caruso sbagliata in gran parte delle parole ma non meno intensa, c'è una voce che viaggia in mille direzioni e poi sussurra, bisbiglia, farfuglia qualcosa tra un brano e l'altro, in un quadro ancora profondamente a metà tra una chiara timidezza e insicurezza e la contemporanea assoluta padronanza musicale e del palco.

Brani che si rivelano perfetti, grazie anche alla location, con il solo piano (anche se ottimo è l'apporto al violoncello di Barbara, quando succede).
E soprattutto, generosissima la scaletta: album, ep, pezzi forse inediti, cover, due lunghi bis e un minutaggio che, come detto, si avvicina all'ora e mezza.
Mica poco, per chi ufficialmente ha solo un album all'attivo.

Promosso, insomma, senza se e senza ma, l'ultimo anello che conferma l'eccezionalità di un autore che ancora sembra capitato su questi palcoscenici per caso, inconsapevole, forse, dell'imponente futuro che lo attente, con ogni probabilità.




lunedì 6 aprile 2015

[Ascolti] Sufjan Stevens - Carrie And Lowell


Che Carrie and Lowell sia uno dei dischi più importanti degli ultimi anni è chiaro praticamente a tutti.
Lo dice un dato semplice: le recensioni uscite.
Fiumi di parole, voti altissimi, paragoni altosonanti, ottima scrittura: quasi che il disco sia talmente bello da rendere necessaria una recensione che si spinga vicino, emuli la delicatezza e l'intensità del disco.
Che è banale quanto doveroso raccontare nei suoi presupposti: la morte della madre che l'aveva abbandonato da bambino, una morte che pure lacera improvvisamente il cantautore, quasi a porre fine ad una storia di cui credeva non fosse ancora scritta la parole fine.
Un senso di smarrimento e d'un tratto le sperimentazioni eclettiche di The Age of Adz scompaiono, per lasciare spazio ad un intimismo autorale che ci ricorda si, Illinois, ma con un grado maggiore di anima dentro.
La sensazione, ascolto dopo ascolto, recensione dopo recensione, è che Carrie and Lowell sia un disco scritto per sè, una versione in musica di un dolore portato per anni ed esploso di colpo.
Non c'è il sorridente Sufjan Stevens, nell'indimenticabile concerto a Ferrara di qualche anno fa, che chiudeva festoso un concerto colorato e vibrante.
C'è l'anima.
Qualcosa di simile all'intensità di Bon Iver, chiuso solo, in montagna, a inventarsi For Emma, Forever Ago, a schiudere un amore in note e parole in un disco.
Ed è difficile, sinceramente, parlare di un brano unico: spicca quasi tutto, in un album sommesso eppure intenso, picchi emotivi di una montagna russa lunga quarantaquattro minuti di riflessioni sulla vita e (soprattutto) sulla morte.
Note di chitarra, di piano, qualche coro in aiuto, un disco quasi lo-fi, uno straordinario talento melodico per un disco che finirà in tutte le classifiche (intelligenti) di fine anno.
L'arte più pura, insomma, un film in bianco e nero in un'epoca dove spesso sono gli effetti speciali a dominare, questo è Carrie And Lowell.


[Live Report] Home Festival - Giorno 1 - 31/8

Non è nemmeno, spero, necessario l'abusato discorso che potremmo riassumere in festival/italia/mondo. Ovvero: siamo una rara anom...