lunedì 26 gennaio 2015

[Live Report] Stars @ Covo - Bologna


La sensazione è che gli Stars siano un piccolo gioiellino nascosto.
Una nicchia.
Sembra questo a causa di una discografia lunga (7 album e 14 anni di carriera) senza particolari acuti dal punto di vista della macchina dell'hype e un nome scritto piuttosto in basso (o in piccolo) nei cartelloni dei festival.
Potrebbe sembrare anche per (ma non è detto che sia una valutazione corretta) un Covo non stipato come volendo ci si poteva aspettare, di quelle sere dove passa il grande nome in ascesa e la saletta nera del locale bolognese diventa una scatoletta che regge appena il pubblico più che numeroso.
Ma al netto di vendite, post su Internet e numero esatto dei paganti, l'altra sensazione è che tutti quelli che c'erano abbiano passato una gran serata.
Una festa.
Una band piuttosto in forma (No One is Lost è un buonissimo album di delicato indie-pop che si lascia ascoltare con soddisfazione) e una nutrita pattuglia di fan/fanatici ha creato tutti i presupposti per un concerto che si potrebbe riassumere in una parola: felicità.

Risultato non da poco quello di far diffondere sorrisi, balli, battimani e salti lungo un'ora e mezza di concerto.
Così ripercorrendo gioie del passato (comprese Take Me To The Riot e Dead Hearts) e più recenti la conduzione a due di Torquil Campbell e Amy Millan ha lanciato nell'aria il meglio di una ricetta che fa di immediatezza e intensità i suoi ingredienti base.
E fan(anatici) o no, impossibile tornare a casa senza pensare di avere visto uno dei primi concerti veramente belli di questa annata.
Una nicchia, insomma, in cui si è stati molto bene.

venerdì 23 gennaio 2015

[Letture] David Grossman - Applausi a Scena Vuota


David Grossman o si ama o so odia.
Che non è retorica banale, come potrebbe valere per molti autori, ma una scontata verità provata sulla pelle di chi scrive, da molti anni innamorato (a causa essenzialmente di quel capolavoro di Che tu sia per me il coltello) dello scrittore israeliano.
Perchè Grossman, essenzialmente, racconta di dolore e di oscurità. Certo, c'è spazio anche per la luce ma se c'è un filo conduttore nella sua scrittura (almeno in quella per adulti) è l'urgenza di comunicare inadeguatezza, goffagine, errori, come se ci fosse un'idea di anti-eroe (o più probabilmente di voglia di quotidianità) nella sua penna.
Un dolore divenuto profondo negli occhi di chi ha vissuto una vita a Gerusalemme e ha dovuto vedere il figlio morire in una guerra per cui ha tanto scritto e cercato, nel possibile, di fermare o almeno spiegare.
E c'è dolore anche in questo Applausi a Scena Vuota.
 Che è essenzialmente la visione di uno spettacolo teatrale.
Il racconto di un tragico avvenimento, messo in scena da Dova'le, che chiama a raccolta Avishai Lazar, ora giudice di mezza età, che nemmeno ricorda, inizialmente di averlo già conosciuto, di un passato comune.
E in fondo perchè ricordarlo: il loro è stato un lieve sfiorarsi in alcuni giorni estivi, terminato bruscamente per una notizia che porta Dova'le ad abbandonare il campo estivo.
Così, la vicenda si muove su due piani, seguendo la reazioni di un pubblico che pensava di assistere ad una serata comica (e le barzellette non mancano, ma sono spente, proprio come successe quella estate) e il lento emergere del racconto di un artista che sceglie, per qualche motivo, questa serata per mettersi a nudo fino in fondo, davanti a tutti.

Applausi a Scena Vuota, è giusto dirlo, dura un pochino troppo. Ma sembra farlo apposta, come Dova'le sembra fare apposta a cercare di creare un disagio, gode quasi dell'abbandono progressivo del pubblico, ricerca un male interiore che pure pare non avere.
Così, una volta di più, anche se non come nei migliori momenti di Grossman, ci si trova di fronte ad un compendio di umanità gettata selvaggiamente sulla carta, un qualcosa che alcuni amano e che altri odiano, o forse temono.
Il giudizio è libero, ancora una volta.

martedì 13 gennaio 2015

[Ascolti] Benjamine Clementine - At Least For Now



Non ci voleva un genio.
Il primo ascolto di Cornestone, dall'omonimo Ep, raccontava già (quasi) tutto di Benjamine Clementine.
Ne raccontava l'intensità, la forza, quella capacità di trasmettere qualcosa di emozionante. Magari imperfetto, da smussare, ma sicuramente emozionante.
Inserito da subito nel radar, nonostante lo strano silenzio della rete, siamo oggi, nei primi giorni del 2015, a raccontare la storia del primo grande disco di quest'anno.
La storia del ventiseienne sospeso tra l'Inghilterra natia e la Parigi dove per diversi anni ha vissuto senza casa è racchiusa in undici tracce che mantengono tutte le premesse di una vita nomade e non facile, una storia che probabilmente solo per una casualità (un amico che ci crede, un agente dall'occhio lungo) arriva oggi ad una grande distribuzione e ad un verosimile grande futuro.
At Least For Now si configura come un disco quasi acustico, in gran parte dominato da voce e pianoforte e un'intelligente produzione che aggiunge, quà e là, alcuni arrangiamenti aggiuntivi, senza eccessi.
E brilla.
Brilla tutta la parte energica del disco, come il primo estratto Nemesis a cui si affiancano idealmente Adios (e l'intensissimo finale) e le già note Condolence e London, quasi metà disco dove il nostro stampa una serie di gemme per cui parecchi autori più note pagherebbero volentieri.
Ma non finisce qui: l'apertura doppia di Winston Churchill Boy (archi e note di pianoforte in uno splendido crescendo) e Then I Heard A Bachelor's Cry, portano subito l'atmosfera in un territorio da jazz club parigino e fanno un pò pensare a Anthony Hegarts.
Non mancano la già citata Cornestone e un piccolo intermezzo  (Se Clementine on Tea And Croissant) che ha il sapore del canto di strada.
Ma su quella strada, su quelle metropolitane, per terra, Benjamine Clementine è destinato a non tornare più.
Perchè il disco conferma un talento compositivo cristallino: come detto a maggio, c'è tutto un luminoso futuro davanti.

giovedì 8 gennaio 2015

[Ascolti] Lily & Madeleine - Fumes


Cresciute, di poco. Un annetto è passato da quando su queste pagine si recensiva l'omonimo disco di esordio delle due (giovanissime) sorelline Jurkiewicz.
Un esordio che non ha fatto così tanto clamore ma capace di ergersi dalla media per la buonissima qualità compositiva e supportato da chi scrive come per chiunque appaia giovane e di buon potenziale per il futuro.
A pensarlo è anche nientemeno che Sufjan Stevens, che pubblica per la seconda volta il disco delle due ragazze.
Com'è allora Fumes?
Cresciuto, di poco.
Mantiene la stessa ricetta originale (folk armonico, ritmi dilatati, due voci diverse ad intrecciarsi) aggiunge qualche elemento che non cambia il gusto ma lo impreziosisce con garbo (qualche chitarra elettrica, le aperture pop di Cabin Fever e Rabbit) e in alcune occasioni centra il bersaglio (Fumes, che dà il titolo al disco e The Wolf Of The Street, ad esempio).
Così, se al primo disco si scriveva di qualcosa di non nuovo e pure gustoso, anche questo inverno pare che le ragazze dell'Indiana siano state in grado di lasciare su disco un buon pugno di canzoni perfette per questa fredda stagione.
Da mantenere nel radar, con l'augurio di un ulteriore salto di qualità al prossimo disco.


giovedì 1 gennaio 2015

[Classifiche] I Migliori Brani del 2014

Quindici brano quest'anno, ad ampliare un pò il discorso album, premiando dunque le singole intuizioni migliori.
Nessun ordine particolare, s'intende.


  1. The Notwist - Kong
  2. Brunori Sas - Kurt Cobain
  3. Keep In The Dark - The Temples
  4. Sohn - Lessons
  5. Gold - Chet Faker
  6. Benjamine Clementine - Cornerstone
  7. Le Luci Della Centrale Elettrica - Le Ragazze Stanno bene
  8. Alt-J - Hunger Of The Pine
  9. Perfume Genius - Queen
  10. The War On Drugs - Red Eyes
  11. Damon Albarn - Mr Tembo 
  12. Interpol - My Desire
  13. Spoon - Rent I Pay
  14. Fka Twigs - Two Weeks
  15. Damien Rice - I Don't Want To Change You

[Live Report] Home Festival - Giorno 1 - 31/8

Non è nemmeno, spero, necessario l'abusato discorso che potremmo riassumere in festival/italia/mondo. Ovvero: siamo una rara anom...