martedì 29 dicembre 2015

2015: un anno in parole (parte 1 - dischi, film e serie tv).

Quest'anno la classifica è un riassunto.
Quest'anno la classifica non è musicale, è totale.
Quest'anno, con meno post scritti, la classifica è il racconto di un anno di sensazioni, di ascolti, di posti, di emozioni.



Comincia con la musica, come sempre.
Senza posizioni, come a volte accade.
Sicuro, sicurissimo, il ricordo di due cantautori.
Il primo è una conferma, anzi il capolavoro di una carriera, forse.
Sufjan Stevens firma probabilmente il disco dell'anno, destinato a rimanere per chiunque abbia un cuore.
Non è un disco, è una seduta di psicanalisi con sè stesso, l'accettazione di sè, l'infazia, l'oggi, il domani.
Senza timore di esagerare: tra i capolavori del decennio, perchè ha una sensibilità così rara che si sente in ogni nota.
E se l'americano festeggiava quindici anni di carriera, per Benjamine Clementine era l'esordio.
Nonchè il più grande successo del blog: secondo a parlarne in Italia, prima del disco, tentato pure un contatto per portarlo in Italia prima dell'esplosione.
Siamo arrivati al Mercury Prize ed ai riconoscimenti ovunque.
Perchè in questo caso il disco è magari imperfetto, in qualche caso da smussare. Ma diamine, che intensità. La voce, il grido, il pianoforte e una vita, letteralmente, salvata dalla musica.
Sarà una stella ed è stato bello vederla nascere.
E' sbocciato invece Jamie XX: che fosse un fenomeno era chiaro, che sapesse esserlo da solo una speranza.
Il disco raccoglie vari anni di lavoro e si dimostra in grado di fare tutto: ballare, sognare, cantare.
E' il disco che vorresti che uscisse e  passasse in radio, fatto semplicemente di classe e di una idea di musica precisa quanto riuscita.

Questi, a sensazione i tre migliori.
Note di merito anche per i Tame Impala in grado di indovinare il singolo dell'anno e trasformarsi da band strana a progetto compiuto, pur virando le traiettorie sonore. Fatto sta che lo si ascolta, molto volentieri.
E ancora, gradevolissima l'urgenza di Courtney Bartnett ; ancora un gran bel disco per i Blur ; crescita per gli Alabama Shakes ; forse il migliore disco solista per Glen Hansard.
Tra le canzoni singole: Baio (Vampire Weekend) indovina il pezzo allegro dell'anno  ;  i Modest Mouse quello che inserisci in un rock club a sorpresa ; El Vy la versione live più commovente (che è in pratica il nuovo miglior brano dei National), i Chemical Brother con St Vincent insegnano ancora come si fa a ballare .
Collaborazione assurda dell'anno? Bat for Lashes e Toy, e la Khan che diventa una sensualissima sciamana rock.
Ep dell'anno? Forse quel gioiellino di Emmy The Great, che aspettiamo presto, visto che cosa si inventa in un disco che nessuno o quasi ascolterà.

Una nota finale per i concerti, due da segnalare.
Totale, Glen Hansard, all'Antoniano di Bologna: emozioni, lacrime, sorrisi, canti, un concerto con il pubblico e non verso il pubblico: non serve dire altro.
All'opposto, Fka Twigs ad Amsterdam: algida, irrangiungibile, incredibile.



Film e serie tv, poi.
Tra i film, pur avendo molto da vedere, le idee sono chiare.
Primo, totalizzante: Birdman. Il cinema in senso stretto, in viaggio in piano sequenza che è film, teatro e meta narrazione di entrambi.
Per il resto: ipnotico Whiplash, non perfetto ma si fissa in mente, bentornata Pixar con Inside Out, una gioia per la mente, un atto d'amore Il Risveglio della Forza, si, proprio quel Guerre Stellari.
Molti altri i film belli, questi probabilmente quelli da ricordare.

In televisione, poi le cose continuano ad andare benissimo.
Conferme: Shameless che è semplicemente divino, tra sorrisi e lacrime, The Affair che porta a casa una seconda stagione intensissima e ti chiedi come faccia, visto che è (quasi) solo la storia di una tresca.
E le nuove: DareDevil e Jessica Jones sono due produzioni Netflix che insegnano al mondo come si può narrare la storia di un supereroe. Vince di pochissimo la prima, per l'incredibile performance di Vincent D'Onofrio: mai visto un cattivo così terribile, così umano, così.
E poi, perchè no, quel controverso Sense 8. Molti non l'hanno apprezzato, ma è stato originale ed affascinante: bene, fratelli Wachowsk.







venerdì 25 dicembre 2015

Il regalo di Natale ce lo fanno Radiohead e Lcd Soundsystem

Buon Natale, prima di ogni cosa.
Quest'anno un uno due non da poco allieta la giornata, due inediti piuttosto sorprendenti (e belli).
La sorpresa più grande è targata Lcd Soundsystem: James Murphy aveva dato le scene, in piena gloria, con This Is Happening, il primo leggermente scricchiolante album di una carriera veloce quanto leggendaria.
L'addio era stato con un leggendario concerto di quattro ore, nella amata New York, fotografata da un ottimo documentario  nel 2011.
Ovviamente Murphy non è mai scomparso dalle scene, lavorando in collaborazioni e produzione (incredibile il lavoro fatto con gli ultimi Arcade Fire).
Oggi, però, Natale 2015, con questo brano che scrive come già in testa da otto anni e mai finito in tempo per uscire in tempo per le feste, esce un nuovo brano.
In streaming, in vinile (1000 copie, esaurite in pochi minuti).
Un brano struggente, come è già capitato di scrivere a quel matto che in realtà di solito ci faceva ballare.
Invece, ci fa commuovere con un piccolo pezzo dedicato al Natale, destinato a diventare un classico alternativo: Christmas Will Break Your Heart



La seconda sorpresa è targata nientemeno che Radiohead, con Spectre.
Ovvero il brano che era stato scritto per l'ultimo James Bond, scartato però in favore di Sam Smith.
Come scrive la band su Facebook, a loro il brano però è piaciuto particolarmente e viene oggi regalato a tutti.
007 o no, la sensazione di qualcosa vicino a Kid A o Amnesiac è forte.
Che è un mondo raffinato di dire che è un ottimo brano, come da un pò non sentivamo dalla band.





mercoledì 11 novembre 2015

[Ascolti] El Vy - Return To The Moon


Sarà, forse, l'anno dei progetti paralleli riusciti.
Spesso non più di giocosi intermezzi, dopo la positiva recensione dell'incontro tra Bat For Lashes e Toy, eccoci a parlare bene del nuovo disco dei National del fortunato incontro tra Matt Berninger (voce dei National) e Brent Knopf (Menomena, Ramona Falls) che dopo una lunga amicizia si siedono infine insieme per dare vita ad un disco.
Annunciato senza troppo sfarzo, anticipato da diversi singoli, nobilitato da un tour tra Europa ed America che (come ovvio) non ci include tra le nazioni interessate, Return To The Moon suona essenzialmente come un intenso disco autorale.
Difficile sforzarsi di togliere dalla mente il nome National (con quella voce, Matt...) anche perchè di tanto in tanto la sensazione è che la penna sia quella della band di Matt (cosa  non è No Time To Crank The Sun, specie in versione voce e piano?).
Eppure che non lo sia è chiaro: la voce filtrata e il quasi blues che piacerebbe a Eels di I'm The Man To Be, le atmosfere quasi musical/jazz di Silent My Hotel, il poderoso rock di Happiness, Missouri.
Tutti elementi distintivi di un album da rock band che suona con sicurezza lungo undici brani che hanno pochi punti deboli e che si farebbero apprezzare anche se fosse un anonimo esordio.
Così, invece, la sensazione è di un avere avuto un regalo di lusso per questo inverno in arrivo.



domenica 25 ottobre 2015

[Ascolti] Sexwitch - Sexwitch


Un disco senza pretese. Senza futuro. Senza passato, quasi un'istantanea di un pomeriggio in studio.
L'incontro tra i Toy e Natasha Khan, ben conosciuta come Bat For Lashes.
Il rock da una parte, la dolcezza pop dall'altra.
Nel loro stringersi la mano, per qualche istante, esce la creatura Sexwitch.
Che è una gustosissima mezzoretta di tribalismi.
E che merita un ascolto.

Ecco: è questo Sexwitch.
Un disco che non ha nessuna pretesa se non di divertire chi l'ha scritto e per riflesso chi ascolta, coinvolto per buona parte del disco in una serie di allucinate cover di pezzi di qualche decennio fa sospesi tra oriente ed Africa.
Lei, Natasha, diventa presenza sciamanica, urla, geme, accompagna, diventa acida, protagonista di lente performance sensuali e disturbanti.
Loro, i Toy, si spogliano delle strutture musicali e gli corrono dietro, batterie impetuose, bassi e chitarre alienanti, padroni della tecnica.
Un disco che funziona soprattutto (sono quattro su sei) nei momenti dove la velocità è più elevata: Kassidat El Hakka è il diamante da sparare a tutto volume in un club dove l'ora è tarda, l'alcolemia elevata e le luci bassissime.
Insomma il messaggio è chiaro: Sexwitch è un progetto assurdo, a volte a fuoco, leggermente a disagio nei momenti più lenti, assolutamente esperienziale in cuffia o ad alto volume.
Che si merita un ascolto.

sabato 17 ottobre 2015

[Live Report] Glen Hansard @ Teatro Antoniano, Bologna


Ecco, cosa dire? Un gran concerto.
Una festa di lacrime, sorrisi, gioia.
C'è una curiosa affinità, il fattore Dublino, che potremmo inserire in un pacchetto di grandi concerti che hanno come collegamento la città Irlandese.
Il primo concerto visto qualche anno fa di Damien Rice, a Firenze, immaginato come sontuosa riproposizione dei toccanti brani e diventato una festa di risate, balli, racconti, vino, con tutta sorpresa.
Il concerto di Amanda Palmer, questa volta a Dublino, show di non so quante ore, tra gruppi spalla, chiacchere e un live di incredibile intimità tra cantante e presenti.
E ora, Glen Hansard, anche lui di Dublino e anche lui immaginato come un intenso e struggente concerto di canzoni, un concerto emozionale e invece.
E invece, si diceva una festa.
Molto popolata, perchè al sold out del piccolo ma caldo teatro bolognese si aggiunge una inaspettata formazione a dieci sul palco.

Non manca niente: chitarre, basso, batteria, fiati, violini, pianoforte.
Occasionalmente, poi, diventano undici o dodici, perchè il pubblico diventa parte vocale attiva, nei cori o nei ritornelli e in qualche caso protagonista, con qualche personaggio probabilmente saltato fuori da un intimo live in un negozio bolognese del pomeriggio e così abbiamo il tamburello di un attempato cinquantenne, la voce intensa del giovanissimo Leonardo, il duetto con un ragazzo, Dodo, dal pubblico.
E Hansard, splendido quarantacinquenne, nel pieno della maturità artistica, a presentare il secondo disco solista (più che buono) ad essere allo stesso tempo faro e presentatore.
Una voce di cui ringraziare non si sa chi e un pugno di belle canzoni.
Che poi, un pugno: vero che tra le varie band la carriera di Glen è bella lunga, ma immaginarsi quasi due ore e mezza di concerto era forse troppo.
Due ore e mezza che volano come fossero dieci minuti, in una atmosfera che pur essendo in teatro, riesce a diventare, agilmente, quella di uno spettacolo di strada.
Quella di una sera tra amici, quella di un grande artista che però annulla come niente la distanza tra band e pubblico.
Così, poco importante segnalare i picchi (anche se Bird of Sorrow è sempre una delle più belle canzoni degli ultimi anni) o le cose che rimaranno (come la Cover, infinita, in mezzo al pubblico, in un lento serpentone che porta fisicamente la band alla porta dell'uscita, di Leonard Cohen, dove Passing Trought diventa qualcosa degli Edward Sharpe).
Perchè c'è da dire solo una cosa: concerto maestoso, punto, a capo.


giovedì 8 ottobre 2015

[Ascolti] Beirut - No No No


Si, in fondo è giusto premetterlo, perchè lo hanno già detto tutti: No no no è un disco riuscito a metà.
O più semplicemente, a volte poco ispirato.
Probabilmente perchè sofferto.
Dichiaramente: il periodo successivo al (buon) The Rip Tide è stato durissimo per Zach Condon, esaurito e di fronte al divorzio, magari addirittura con un collegamento tra i due eventi.
E sono passati quattro anni prima che il quasi trentenne originario del New Mexico si facesse sentire, con nove canzoni, per una mezzoretta di musica.

Però, d'altro canto, nei momenti migliori è sempre una piccola gioia sentire quel pop sbilenco, dall'accento nomade di cui Beirut è capace di essere esponente in grado di piacere ad un vasto pubblico.
Così, nel consapevole singolo che dà il titolo al disco (che potrebbe provenire da un disco del passato, senza problemi), nel soffice brio di Perth, nell'iniziale Gibiltair, si ritrova tutta quella magia, pur senza picchi degni di nota.
Certo, il calo è vistoso, in particolare nella seconda parte di disco.
Ma l'idea è questa, caro Zach: hai sofferto tanto e probabilmente pianto mille lacrime per partorire questo disco, essenzialmente per dire a te stesso "io ci sono ancora".
Ti aspettiamo, la prossima volta, per essere nuovamente trascinati da te.



domenica 6 settembre 2015

[Live Report] Home Festival, Treviso: Giorno 1

Ammissione di colpa: dell'Home Festival non ne avevo mai sentito parlare.


A mia difesa: fino allo scorso anno, fondamentalmente era un festival che, a leggere le lineup, provava ogni anno ad aumentare il proprio pubblico rimanendo in una certa zona di sicurezza.
Se gli headlinear sono, negli anni, Subsonica, Africa Unite, De Gregori, Elio, Crookers, il pubblico a cui ti rivolgi è (paradossalmente) quello meno avvezzo al "festival", quel luogo magico, dove per tre giorni o più, su molteplici palchi, suonano gruppi di ogni genere.
Di quei gruppi che piacciono a chi segue la musica, per intendersi e non quei gruppi, come i nomi segnalati prima, che sono quelli ormai conosciuti da tutto il pubblico trasversalmente, che mediamente non va ai concerti, se non ai quei grandi eventi in cui si sente a suo agio.
Quel pubblico che non fa ricerca, ecco.

Invece quest'anno, sui radar è apparso l'Home Festival: un cast di nomi spesso internazionali, un prezzo di accesso bassissimo (tra i dieci euro del biglietto in maggio ai diciotto-venti in cassa il giorno stesso) e nel caso di cui parliamo, l'accoppiata Interpol + FFS (Franz Ferdinand + Sparks).

E dunque, prima dei live, parliamo di cosa è l'Home Festival: si, è un Festival.
Potenzialmente, osando, potrebbe diventare un vero e proprio festival di riferimento.
Perchè non è un monopalco, anzi, ce ne sono quasi troppi in un posto non enorme, a creare un miscuglio di suoni, nel primo pomeriggio (non mancano i vari dj negli stand) eterogeneo e piacevole.
Un palco principale, due tendoni di media capienza, un paio di altri piccoli stage, mercatini, aree dove si mangia e beve, presentazioni letterarie, una mini area luna park "per adulti": insomma, un sincero complimento perchè questa è la concezione moderna di festival musicale e se si dovesse riuscire, nei prossimi anni a cambiare qualche nome dei giorni successivi (Fedez, J-Ax, Simple Plan, Punkreas....) con qualcosa di più attinente al classico programma degli appuntamenti stranieri, beh... potrebbe diventare un piccolo vanto.

Ma nel giorno uno, bisogna dirlo, la carne al fuoco c'è tutta: Interpol, Franz Ferdinand, Dente, Lo Stato Sociale, Bologna Violenta, M+A, Aucan, Populous e molti altri dividono fondamentalmente l'area con lo stage centrale con il rock, il tendone in fondo con l'elettronica e quello opposto con il cantautorato: tutto bene, tutto giusto.


L'esordio è con i brani finali di Davide Vettori (6,5), trevigiano, che con una buona carica racconta il suo cantautorato su decise basi elettroniche (a tratti, almeno in quel momento, ricordando qualcosa dei primi Subsonica).
Non male, così come, pur già rivisto e stravisto è l'amico Dente (7,5) che in questo momento sta portando in tour "Favore per bambini molto stanchi" , prima uscita letteraria, e che comunque regala la consueta oretta che non può non piacere, in versione solista, con quel mai noioso non prendersi sul serio e dialogare con il pubblico che, una volta di più, regala soddisfazioni.

Ci si porta dunque sul palco principale, per gli Interpol (8) che sul palco confermano quello che era parso su disco: sono tornati. Eliminato il quarto, omonimo disco, di nuovo in grado di scrivere buonissimi brani, onesti nel proporre, per gran parte della scaletta brani da Turn Off The Lights e Antics, fanno quello che hanno sempre fatto: suonano.

Parlano poco, si muovono poco, vestiti di nero. Ma la forza dei brani vale da sola il prezzo del biglietto. E quindi bentornati, davvero.
E' il momento di mangiare qualcosa (nota: stand vegano, sei una bellissima idea, ma dovresti comprendere che in un festival i minuti sono contati, quindi o sei veloce o nessuno rimane lì per 30 o 40 minuti in attesa di un piatto) ma riusciamo a sentire per qualche minuto un gruppo italiano di cui si è parlato molto, ma per ora mai incrociato dal vivo: M+A (7,5). 

Il voto è un merito all'ottima impressione: incrociati tra l'altro su uno dei pezzi più belli (Down The West Side), il duo originario di Forli si dimostra capace di coinvolgere tutti e far ballare con il piglio straniero già ben riconosciuto in questi anni.
Siamo verso la fine della serata e mancano quelli che danno l'impressione di essere i veri e propri headliner: FFS (7,5). 
Il progetto che unisce i Franz Ferdinand con la storica band degli Sparks ha ottenuto buoni consensi e funziona anche dal vivo.


Tutti i componenti chiariscono a voce e sul palco che è una vera e propria terza band a suonare: c'è spazio per qualche brano degli uni e degli altri e in gran parte per il disco assieme.
Ne esce fuori un live coinvolgente, su buoni ritmo, ovviamente meno scatenato di quando c'è la band scozzese da sola, ma che non manca di farsi piacere.
Ammirevoli poi gli Sparks, di cui non è dato sapere l'età, ma se sono in giro dagli anni settanta....

Un bilancio? Promossi tutti, dunque e pure l'Home Festival, che nei giorni successivi ha registrato numeri di pubblico anche maggiori.
Il consiglio è di provarci, a spostare ancora un pò di più l'asticella verso i grande festival europei, sia in termini quantitativi che, inevitabilmente in quelli qualitativi: la strada è quella giusta.








mercoledì 26 agosto 2015

[Ascolti] Of Monsters And Men - Beneath The Skin


La sensazione è che del ritorno degli Of Monsters And Men non sia importato a nessuno.
Possibile essere in errore, ma quella onda travolgente (persino nel nostro paese, grazie Vodafone) che aveva portato la band (che dice di essere) islandese ad una certa celebrità ovunque, sulle note di Little Talks e con un primo, solido, disco d'esordio, fatto di pop intenso, raramente banale e potente, quell'onda si diceva, pare essersi un pò fermata, quattro anni dopo.
Potrebbe (eccome, se potrebbe) essere uno dei fenomeni dell'era dello streaming e del one hit, che trascina su e giù le band in un ottovolante dove diventa difficile crearsi un nuovo pubblico.
L'era dell'ascolto compulsivo ha portato, bisogna dirlo, ad un ascolto distratto: sentire tutto, per non sentire niente.
Al di là di questo, appare un peccato, specie in questa ormai morente stagione estiva, non avere reso il giusto onore a Beneath The Skin.
Che è, davvero, un more of the same, ma questo non può essere un motivo per non dedicare alcuni ascolti ad un nuovo piacevole disco dei ragazzi di Kevlaflik (cittadina sede dell'areoporto principale d'Islanda).
Stessa formula: due voci, cori energici, una batteria spesso possente, parecchio pop d'autore.
E quindi rimane poco da pensare se non: si fa ascoltare con piacere o meno? Eccome.
Dal singolo Crystal, con il suo incedere intenso, a cui fa da seguito ideale Wolves Without Teeth, al basso deciso che guida Slow Life verso intuizioni post-rock con qualche spruzzata dei Sigur Ros più accessibili, fino alla dolcezza di I Of The Storm, che con We Sink chiude il disco, in maniera convincente.
Se il difetto è il non avere cambiato niente, il pregio è il medesimo: nessun calo, un'altra dose di buoni brani.
Abbastanza per godersi il disco in queste settimane.


venerdì 7 agosto 2015

[Ascolti] Tame Impala - Currents



Inutile negarlo: prima di questo disco ho sempre pensato ai Tame Impala come una band leggermente sopravvalutata.
Non che siano mancati, nella ormai nutrita discografia del gruppo australiano, i picchi, ma la sensazione era di qualcosa di incompiuto, imperfetto, indeciso.
Questo prima di Currents, e questo è il motivo per cui probabilmente non piacerà a tutti, ma allo stesso tempo piacerà a più persone.
Pronti, insomma, a diventare una band da grandi palchi, ora si.
Chiaro l'intento dalla dichiarativa Let It Happen in apertura: quasi otto minuti a dispiegare una melodia killer di quelle che segnano una estate, confezionata nell'involcruo di un brano che ha le ritmiche di una marcietta chill-out, quasi uscito dalla penna del migliore Washed Out.
Elettro-psichedelia? Volendo.
Qualcosa di simile, sempre volendo, a quell'istante creativo che permise agli Mgmt di creare un disco tanto bello quanto sottovalutato come Contratulations.
Currents si compone di ben tredici brani (anche se tre sono veloci abbozzi, pur di notevole valore) e ingrana la quinta in più di una occasione: The Less I Know Better mette sotto acidi i riff dei Black Keys, 'Cause I'm a Man è la ballad perfetta della scaletta, la chiusura di New Persons, Same Old Mistakes racconta un talento melodico purissimo e termina alla grande un album coeso, a fuoco e pieno di spunti interessanti.
Soprattutto, con la capacità (dei grandi dischi) di insinuarsi lentamente sottopelle, ascolto dopo ascolto. Finchè non lo ascolti una volta di più.

venerdì 3 luglio 2015

[Live Report] The Chemical Brothers / Flume / Moods @ Rock in Roma

Esattamente vent'anni sono passati dalla pubblicazione del primo disco a nome The Chemical Brothers.
Impossibile, per chiunque, in quel momento pensare a vent'anni dopo, un nome ancora nel pieno della propria attività, impossibile pensare ad oltre diecimila persone a Roma, armate di selfie stick, Go Pro e probabilmente qualche pasticca di decennio ormai passato in archivio.
Impossibile, per chi scrive, immaginare, fino a poco tempo fa, nemmeno di poter partecipare, con un veloce treno che in due ore percorre Bologna e si arrampica a Roma, veloce come le note che i fratelli chimici buttavano su disco già vent'anni fa.
Eppure eccoci qua, scelta Roma per contingenze di turni e per un opening act particolare, rispetto alla più vicina Padova, aggiungiamo l'ippodromo delle Capanelle alla lista dei luoghi visitati per un concerto.
Non male, l'arena, ben organizzata rispetto al solito standard italico e capace di garantire un discreto respiro anche un pubblico ampio come questa sera.

Opening Act, si diceva.
Archiviati i salentini Moods, per niente male, in arrivo a breve col primo disco, capaci di far intuire un buon impatto sonoro (si vedrà); ci sistemiamo sotto il palco per la prima uscita in Italia di Flume, australiano di cui si è parecchio parlato per il disco d'esordio.
Inserito in scaletta in sordina, ben poco chiaccherato, alto è invece l'interesse per una esibizione abbastanza riuscita.
Ovviamente difficile, in un'arena così vasta, conquistare con un djset a ritmo medio, ma non si fa dispiacere il ragazzo: visual anni novanta dietro e una grande cassa sotto la strumentazione tengono il ritmo di pezzi nuovi e vecchi, confermando tutte le proprie qualità (bello anche l'inedito di questi giorni Some Minds)

In attesa di un contesto più piccolo (vedi alla voce un piccolo club, qualche centinaia di persone e bassi potenti) sale l'attesa per una band che, invece, si esalta nelle grandi arene.
Che poi si è detto band, ma è un duo; si è detto un duo ma c'è solo Tom Rowlands, affiancato per questo tour da Adam Smith, colui che cura la parte visiva dello show.
E che è, inevitabilmente un ingrediente fondamentale della ricetta Chemical Brothers dal vivo.

Luci, visual, uno spettacolo grafico prima ancora che sonoro: questa è l'esperienza.
Che possa piacere o meno, diversissima per chi è abituato agli strumenti suonati, ma non meno coinvolgente.

Perchè l'attitudine è live, eccome, una scaletta studiata, un'apertura da boato e per rompere il ghiaccio (Hey Boy, Hey Girl) salti e balli che si diffondono per una buona mezz'ora.

La cosa che stupisce è il dopo: tutto tranne che paraculo, si potrebbe dire.
Tra pezzi nuovi, divagazioni, momenti dilatati, nella parte centrale lo show dei Chemical si permette di rallentare i ritmi, fare pensare oltre a ballare, consente a qualche tamarro di accennare un "dajjje e pppommpaaaa".

E invece no, si rallenta, per riesplodere solo successivamente, concludendo con Under the Influence / Galvanize / Music Response / Block Rocking Beats che spostano nuovamente l'asticella verso il livello "delirio generale".
Una lunga outro, The Private Psychedelic Reel è l'altra eccezione che stupisce, per niente semplice e in tendenza contraria al classico finale di concerto che prevede una qualche hit largamente attesa a chiudere.

E se in un live "normale" questo sarebbe un punto d'onore, in questo caso è una piccola pecca.
Perchè, diciamolo: quando esplodono i pezzi migliori, grazie anche ad uno spettacolo visuale raro da trovare altrove, l'esperienza The Chemical Brothers è, vent'anni dopo, tra le cose migliori ancora su questa terra, se si vuole chiudere gli occhi e lasciarsi andare.
Giudizio positivo, insomma, pari alle alle (alte) aspettative

P.s. Sometimes i Feel So Deserted, con la voce di St. Vincent si candida facilmente ad essere un nuovo classico nella discografia della band.


lunedì 15 giugno 2015

[Ascolti] FFS - Franz Ferdinand + Sparks



In fin dei conti (un incipit assurdo, ovvio) possiamo concludere che è una bella operazione.
Un raro esempio di superband: i Franz Ferdinand, alfieri di questo ultimo decennio e tra i pochissimi sopravvissuti di quella generazione rock di inizio decennio, uniti agli Sparks, ventitrè album all'attivo in una carriera nata negli anni settanta e sempre vitale.
Forse ha funzionato, l'unione, perchè non si è trattato di personalità di varie band unite in qualcosa di nuovo.
No, FFS è quello che ci dice il nome, l'unione di due band insieme a comporre in studio.
Il suono, giustamente nel mezzo, come alla voce, ad alternarsi Kapranos e Russel Mael; per un disco divertente, frizzante, estivo, dodici tracce estremamente godibili (sedici nell'edizione deluxe del disco).
Pare che tutto sia partito da Piss Off (già sentita nelle ultime settimane e brano conclusivo); ad opera degli Sparks, da anni in cerca di una collaborazione con la band di Glasgow.
Non è difficile trovare ottimi spunti dalla scrittura congiunta: Johnny Delusional è il singolone, ma si fanno ben piacere anche le sbilenche architetture (di casa Sparks) di Dictator's Son, The Man Without a Tan, killer il ritornello di Police Enconteurs, funzionale la disco-rock di So Desu Ne e The Power's Couple, in aria di musical glam-rock che già immaginiamo fare faville dal vivo.
Dal vivo, ecco: difficile non pensare ad occasione migliore per queste due band insieme.
Il disco scivola leggero e divertente, pronto ad arricchire (senza pressioni di album proprio, specie per Kapranos e soci) e garantisce un'estate di grandi pubblici.

Un'occasione da non perdere.


sabato 23 maggio 2015

[Ascolti] Jamie XX - In Colours


Il fenomeno XX è chiaro e noto a tutti.
Se si dovessero tracciare una decina di band fondamentali in questo nuovo millennio, loro ci sarebbero.
La coerenza nel progetto musicale, un'idea ben chiara e sviluppata da un quartetto (poi trio) di giovanissimi inglesi, a costruire un disco impiantato su una base elettronica e cantato deliziosamente a due voci, un disco subito iconico, largamente utilizzato anche da media di indirizzo popolare.
Il seguito, capace di confermare e allo stesso tempo evolvere il suono (alzando il battito medio, pur mantenendone le atmosfere, questo fu il colpo più importante) ha proiettato la band nella inusuale situazione di essere una band da cameretta, da piccolo club, con un pubblico da grandi palazzetti.
Dietro alla band si muove da tempo però una figura, verosimilmente l'elemento più geniale del gruppo: Jamie Smith, in arte Jamie XX, classe 88.
Che non tarda ad affermarsi.
Prima come remixer (indimenticabile la rivisitazione di Florence And The Machine , programmatica) poi come dj in molteplici festival estivi e non (di casa anche per parecchio tempo al Fabric di Londra).
Poi nel 2011, il nostro Jamie XX inizia a mettere il proprio nome su un disco, definibile di remix ma in realtà quasi un lavoro a quattro mani con Gil-Heron Scott, riscrivendogli in pratica tutto il disco e facendolo suonare a proprio gusto.
Tutti indizi chiari, per chi scrive, di una abilità non comune e di una sensibilità musicale rara, nel coniugare più generi e distaccarsi leggermente dal suono degli XX.
La musica di Jamie è fatta di ritmiche ossessive, spezzate, campioni che si rincorrono, una generale eleganza di fondo che non la rende (quasi) mai ballabile ma pure profondamente elettronica, cadenzata, di tanto in tanto quasi un incrocio tra qualcosa di dubstep e qualcosa di hip/hop .

Ed eccoci, al 2015, con il primo, totale, album a proprio nome.
Un passo non da poco, considerando che è in registrazione anche il terzo lavoro della band principale.
Ma è la chiusura di un percorso, non a caso non mancano due tracce da un ep uscito lo scorso anno (Girl/ Sleep Sound).
E gli incroci (futuri?) non sono pochi tra le band, se Romy presta la propria voce a due brani (e Oliver ad uno), di cui Loud Places è tra i migliori di quest'anno, sorprendente nell'evolversi in un ritornello corale quanto famigliare nella melodia che emerge sul finale.
Ma non ci sono solo deviazioni della traiettoria XX: lo spettro musicale di espande non poco.
La campionatura soul di I Know There's Gonna Be (Good Times) riporta ai vinili di qualche decennio fa e colpisce l'obiettivo, così come in direzione opposta è la cupissima Gosh in apertura, facilmente assimilabile a qualcosa di industrial se non fosse per quella geniale seconda parte dove la melodia diviene base per un sintonizzatore che si trasforma quasi in un assolo di chitarra: colpo da maestro.
C'è davvero poco su cui recriminare: Obvs è uno strumentale in pieno stile del remix di Florence e regge alla grande, Hold Tight un esperimento che funziona (territorio Four Tet) e si espande benissimo, i brani già noti recitano la loro parte.
Forse, si potrebbe dire, un disco all'opposto degli XX, non troppo coeso, trabordante di idee e intuizioni, meritevole di essere compreso nelle sfumature più ampie e capace di essere apprezzato (magari per una parte) da un vasto pubblico.

Le ampie speranze, insomma, sono pienamente ripagate.
Bravo Jamie, ti aspettiamo in un tour e presto anche con gli XX.

lunedì 18 maggio 2015

[Ascolti] Mumford And Sons - Wilder Mint


Con metodica precisione, prosegue la carriera dei Mumford And Sons.
Un album, dopo tre anni il seguito, dopo altri tre anni, eccoci a Wilder Mint, in tempo per festival estivi e grandi platee.
Ancora: un esordio tutto sommato originale, vibrante, con il banjo a dipingere le melodie.
Un secondo sulla falsariga, qualcosa che si potrebbe facilmente descrivere come "more of the same", una ricetta inalterata, leggermente meno convincente per l'ovvia mancanza dell'effetto novità.
E ovviamente, il grande successo di pubblico, anche in Italia.
Il motivo per cui spesso si arrivi ai grandi numeri e palcoscenici solo in un secondo momento, con i dischi meno ispirati, è di difficile comprensione (a meno di ripiegare sulla necessità di approdare sui grandi network, mentre nell'ambiente già magari si è passati a nuove big sensation, in una sorta di cambio di testimone).

Fatto sta che per la vera regola musicale di questi anni è il terzo album quello capace di fare capire cosa potrà essere una band.
Coraggiosi, dunque i Mumford And Sons. Che rinunciano al loro tratto distintivo, il banjo, superano l'atmosfera (se si può dire) indie-folk.
E diventano rock band. Da stadio.

Fin troppo semplice arrivare a questo dato e comportarsi con pregiudizio, fin troppo facile segnalare (le evidenti) ispirazioni a cui il gruppo inglese ha guardato.
La vera domanda è la tenuta musicale, la scrittura.
E in questo senso bisogna dire che Wilder Mint non è male.
Protagonista la voce di Marcus Mumford, di rara intensità, protagoniste chitarre e di tanto in tanto (vera novità) la batteria), si apprezza lungo le tredici tracce una media qualitativa affatto scarsa.
Prendiamo l'incipit: Tompkins Square Park (ok, si, pare un inedito dei National, ok, l'abbiamo detto) è poderosa e programmatica, a chiarire che il cambio stilistico non penalizzerà l'intensità emozionale.
Believe parte con qualche brivido (di timori..) ma si scioglie in un finale che renderà felici tutti dal vivo.
Rock band, si è detto: lo conferma The Wolf, secondo singolo bravo a dimostrare che la penna della band è ancora in forma.
Se dopo si rallenta un pò è solo nei ritmi, ci si mantiene su livelli apprezzabili fino a Snake Eyes che è un altro ottimo brano (e ricorda la forza di Little Lion Man).
Buona anche la chiusura: Hot Gates è il crescendo epico, la ballata che viene facile immaginare a chiusura di un live, con il pubblico a seguirne le note.

Non male insomma, davvero.
Wilder Mint riesce (vero Editors del terzo album?) a cambiare atmosfere e suoni, pur mantenendo attitudine e buona scrittura. I Mumford and Sons sono oggi diversi, ma piaceranno allo stesso pubblico.
Forse anche a qualcuno di più.

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sabato 16 maggio 2015

[Live Report] Rachele Bastreghi - Lokomotiv Club, Bologna


Rachele la conoscono ormai in parecchi.
Quella dei Baustelle. La voce sognante, intensa che imperversa ora poco ora molto nei testi della band toscana.
Qualche settimana fa, così, senza particolare clamore, la Rachele ha dato alle stampe un ep: Marie, il nome, sette i brani, per un mini disco degno di qualche ascolto interessato.
La Rachele solista, giusto essere onesti, non è diversa (non del tutto) da quella dei Baustelle: il modo di cantare, la scrittura, l'attitudine verso un pop ricercato che (ci dice anche lei) guarda agli anni settanta.
La Rachele solista, poi, fa un piccolo tour e arriva questa sera al Lokomotiv Club di Bologna, che si conferma, nonostante una solo discreta affluenza, caldo oltre rari limiti, quando si arriva verso la primavera.


E, in circa un'oretta riesce a fugare uno dei grossi dubbi della vigilia: con soli sette pezzi all'attivo, che scaletta ci sarà?
Problema che deve essersi posto anche lei, vista la brillante conclusione: quattordici brani, l'ep suonato per intero, alcune cover, la conclusione con Revolver dei Baustelle Stessi.
Il giudizio? Positivo.
Leggermente meglio delle aspettative: per quantità, per qualità, per generale senso di grande divertimento della band sul palco.
Serata calda, caldissima: ma è stato un bel sentire.








martedì 5 maggio 2015

[Ascolti] Blur - The Magic Whip


Caso strano quello dei Blur.
Una band di cui si è scritto molto: il grande ritorno, la reunion, il disco che aleggiava da anni.
Come se la band si fosse spenta, separata.
Vero, da una parte, visto che l'ultimo disco (il sottovalutato Think Thank) è datato 2003, ben dodici anni fa.
Vero anche, però che di Blur non si è mai smesso di parlare.
Damon Albarn ha pubblicato con i Gorillaz (2001, 2005, 2010) con i The Good, The Bad And the Queen (2007) e a proprio nome, con l'ottimo Everyday Robots (2014).
Coxon, poi, aggiunge i propri album solisti (2004, 2006, 2009, 2012).
E poi i Blur, a proprio nome: il primo concertone evento (2009), un singolo (Fool's Day, 2010) e un altro ancora (Under the Westway, 2012).

Insomma, diciamolo: non se n'erano mai andati.
Si erano solo allontanati, esplorato e curiosato, sperimentato (Albarn) o continuato ciò che amavano fare (Coxon).
Ma il brand Blur è troppo forte e continua ad accrescersi, l'esatto opposto della nemesi della band, quegli Oasis che guardano al passato con nostalgia e a due carriere parallele mai piene di soddisfazione.
I Blur, invece, sempre loro stessi, talentuosi, meno immediati ma vincenti sulla distanza.
Tornano con The Magic Whip, insieme di abbozzi e registrazioni, rimaste nell'aria per anni e poi finite, dodici tracce per un album che non aggiunge nemmeno tanto alla storia della band.
Non fosse che si tratta di un altro ottimo album.

Un greatest hits non programmato: il brit pop suona forte nell'apertura di Lonesome Street (potrebbe essere un estratto di Parklife) così come in I Broadcast e in un pezzo che potrebbe facilmente diventare un piccolo, innocente classico come Ong Ong.
Ma c'è anche tanto dell'Albarn solista, le ballate lente e soffuse come New World Towers o Mirrorball.
E non mancano le sperimentazioni, le imperfezioni, quel qualcosa di sghembo: Ice Cream Man e il suo incedere su una giocosa base elettronica e il lievemente tono epico di There Are Too Many of Us.

Forse, ecco, si, manca qualche brano destinato all'immortalità, una Song 2 o una Tender.
Ma c'è un altissimo livello medio, una conferma di una abilità rara nel piegare pop e rock nella propria direzione.
E la certezza di una band che, come si era scritto, non se n'era mai andata.
E' sempre stata qui.


mercoledì 22 aprile 2015

[Ascolti] I'm From Barcelona - Growing Up Is For the Trees


Arriva al quinto album l'enorme (28 elementi) collettivo svedese.
Un gruppo di cui, obiettivamente, ci si occupa troppo poco.
Si, certo è pop, semplice pop, eppure il gruppo riesce ad nobilitarne la parola: immediatezza, cori, ritornelli, melodie irresistibili: questi sono gli I'm From Barcelona.
Una band che, tra l'altro, riesce ad essere riassumibile in una parola, durante il live: festa.

E che non smette di trovare variazioni alla propria formula.
Così Growing Up For The Threes è fedelissimo al suo passato: Lucy è il brano nuovo che pure pare di avere già sentito mille volte e funziona anche alla volta mille ed uno, Gotta Come Down è la ballata lenta corale, Sirens il brano indie-pop pronto a farsi piacere nei dancefloor alternativi così come il singolo Violins, Benjamin trova il ritornello che si fa cantare al primo ascolto e che dal vivo sarà una gioia.
Nessun riempitivo, nessuna variazione, qualità come in passato: sarà poco ma per l'ennesima volta ecco uno dei dischi da ascoltare in rotazione durante l'estate.
Ascoltare, cantare, ballare...



martedì 14 aprile 2015

[Live Report] Benjamine Clementine @ Teatro Arena Del Sole, Bologna



I luoghi aiutano.
Ironicamente, per un (quasi) ragazzo cresciuto tra Inghilterra e Francia, finito per un pò a suonare nella metropolitana parigina, l'esordio dal vivo italiano (escludendo una sortita da opening act per Stromae) di Benjamine Clementine arriva in un teatro di Bologna.
Uno dei più prestigiosi, per quanto non splendido esteticamente.
Nulla sul palcoscenico, il pianoforte al centro.
Per qualche canzone, nella parte centrare del concerto, c'è spazio per il violoncello di Barbara.
Per tutto il resto, a piedi nudi come sempre, solo lui.

Un'ora e mezza quasi di intensissimo concerto raccontano la conferma, decisa, di un talento non comune.
Non è nella (pur ottima) abilità melodica, nè nella (meglio che su disco quasi) forza vocale che emerge, ma nell'intensità che si sprigiona, come e più che nelle prove in studio, il punto di forza.
Quella cosa capace di distinguere i tanti bravi cantanti e quelli che, forse, hanno qualcosa in più.

Così, a metà Aprile, un anno quasi dopo averlo scoperto e (diciamolo) cercato di ingaggiarlo la scorsa estate prima che esplodesse per un live, Benjamine Clementine riversa tutto il suo repertorio, e molto di più in un teatro praticamente ammutolito, silenzioso, dedito ad applausi intensi e scroscianti.
C'è il primo ottimo disco in scena, ci sono gli ep (I Won't Complain, spettacolare, che chiude una parte di concerto), c'è un omaggio a Lucio Dalla, con un Caruso sbagliata in gran parte delle parole ma non meno intensa, c'è una voce che viaggia in mille direzioni e poi sussurra, bisbiglia, farfuglia qualcosa tra un brano e l'altro, in un quadro ancora profondamente a metà tra una chiara timidezza e insicurezza e la contemporanea assoluta padronanza musicale e del palco.

Brani che si rivelano perfetti, grazie anche alla location, con il solo piano (anche se ottimo è l'apporto al violoncello di Barbara, quando succede).
E soprattutto, generosissima la scaletta: album, ep, pezzi forse inediti, cover, due lunghi bis e un minutaggio che, come detto, si avvicina all'ora e mezza.
Mica poco, per chi ufficialmente ha solo un album all'attivo.

Promosso, insomma, senza se e senza ma, l'ultimo anello che conferma l'eccezionalità di un autore che ancora sembra capitato su questi palcoscenici per caso, inconsapevole, forse, dell'imponente futuro che lo attente, con ogni probabilità.




lunedì 6 aprile 2015

[Ascolti] Sufjan Stevens - Carrie And Lowell


Che Carrie and Lowell sia uno dei dischi più importanti degli ultimi anni è chiaro praticamente a tutti.
Lo dice un dato semplice: le recensioni uscite.
Fiumi di parole, voti altissimi, paragoni altosonanti, ottima scrittura: quasi che il disco sia talmente bello da rendere necessaria una recensione che si spinga vicino, emuli la delicatezza e l'intensità del disco.
Che è banale quanto doveroso raccontare nei suoi presupposti: la morte della madre che l'aveva abbandonato da bambino, una morte che pure lacera improvvisamente il cantautore, quasi a porre fine ad una storia di cui credeva non fosse ancora scritta la parole fine.
Un senso di smarrimento e d'un tratto le sperimentazioni eclettiche di The Age of Adz scompaiono, per lasciare spazio ad un intimismo autorale che ci ricorda si, Illinois, ma con un grado maggiore di anima dentro.
La sensazione, ascolto dopo ascolto, recensione dopo recensione, è che Carrie and Lowell sia un disco scritto per sè, una versione in musica di un dolore portato per anni ed esploso di colpo.
Non c'è il sorridente Sufjan Stevens, nell'indimenticabile concerto a Ferrara di qualche anno fa, che chiudeva festoso un concerto colorato e vibrante.
C'è l'anima.
Qualcosa di simile all'intensità di Bon Iver, chiuso solo, in montagna, a inventarsi For Emma, Forever Ago, a schiudere un amore in note e parole in un disco.
Ed è difficile, sinceramente, parlare di un brano unico: spicca quasi tutto, in un album sommesso eppure intenso, picchi emotivi di una montagna russa lunga quarantaquattro minuti di riflessioni sulla vita e (soprattutto) sulla morte.
Note di chitarra, di piano, qualche coro in aiuto, un disco quasi lo-fi, uno straordinario talento melodico per un disco che finirà in tutte le classifiche (intelligenti) di fine anno.
L'arte più pura, insomma, un film in bianco e nero in un'epoca dove spesso sono gli effetti speciali a dominare, questo è Carrie And Lowell.


venerdì 27 marzo 2015

[Ascolti] Will Butler - Policy


Queste sono le cose che mettono in crisi ogni fan.
Per chi scrive gli Arcade Fire sono, indiscutibilmente tra i più importanti gruppi di questi millennio appena iniziato, nonchè una delle rarissime band capaci di unire critica e pubblico in un percorso musicale vario, personale e di altissimo livello.
Un gruppo, unito (ricordiamo il dolorosissimo ed emozionale Funeral ad inizio carriera).
E poi, qualche mese fa, esce la notizia: l'album solista di Will Butler.
Che, a dirla tutta, chiunque ha pensato: ma è il cantante? No, quello è Win.
Will è il fratello, polistrumentista della band, che si divide tra tamburi, tastiere e quant'altro sul palco.
Esatto, quello che gira con il tamburello e salta come un forsennato.
E che pure non è nuovissimo a lavori discografici, non fosse altro per la nomination all'Oscar per la colonna sonora di Her composta con Owen Pallett (altro nome che chi segue gli Arcade Fire conosce bene).
Ma un disco solista? Si.
Otto tracce, ventisette minuti (grazie al cielo) per un disco che è tanto "dimenticabile" quanto piacevolissimo.
Che vuol dire che non si prende un secondo libero, getta otto tracce a ritmo mediamente alto, divertenti e caciarone, per un disco che non sarà in nessuna classifica di fine anno, ma rischia di accompagnare parecchi viaggi.
Chiarissima la divisione: sei brani veloci, due lenti, di cui uno mediamente ben riuscito (Finish What I Started, in odore di anni sessanta, che a dispetto di una voce non indimentabile è piuttosto carina) e uno meno (Sing To Me).
Per il resto tanto divertimento: Anna è il singolone (elettro-pop che pare uscito da certi anni ottanta scanzonati) ma non ci annoia in tutto il resto: Son Of God suona Arcade Fire in un bel ritornello sospeso tra cori e voce principale, Something's Coming e What I Want sembrano, in particolare l'ultima, usciti da un (bel) album di Graham Coxon, Take My Side in apertura e Witness in chiusura sono più vicini agli anni settanta e si fanno cantare volentieri.
Tanta varietà, poche tracce e un suono divertito che guarda a modelli nuovi ad ogni brano.
Una piacevolissima sorpresa, insomma.


martedì 24 marzo 2015

[Ascolti] Tobias Jesso Jr - Goon



Goon ha diverse traduzioni, è una parola di strada.
Può voler dire goffo, scagnozzo, poco intelligente.
Non è un complimento, insomma.
Difficile sapere se Tobias Jesso Junior si veda così, ma possibile, lui che viene da una storia cinematografica e difficile: un trasloco (Vancouver, Canada verso Los Angeles, America) un incidente (il suo),  il ritorno a casa, la malattia della madre e un pianoforte trovato in casa in cui iniziare per caso a comporre qualcosa (lui che è chitarrista e non ha mai cantato, solo scritto).
Però ci può stare, per chi quel trasloco l'ha fatto sette anni fa e arriva solo ora al primo disco.
Sette anni, quando ne hai poco più di venti, possono essere quelli che ti portano dal giovane sognatore al rancoroso adulto.

Non per Tobias.
Che convoglia emozioni, sogni e racconti di questi anni in qualche demo e a cui la ruota gira, con la mano di diversi produttori "grossi" dietro e un hype sempre più rumoroso a annunciare il primo disco.
Hype giustificato, per il classico album che magari non dice niente di nuovo, ma quello che dice, è fatto alla grande.

Voce e pianoforte, in primis.
Qualche strumento ad ampliare lo spettro sonoro.
Ma fondamentalmente una prestazione autorale già matura, un disco sparso verso gli anni settanta di una California con il vento in faccia, una sottile malinconia (la splendida ballata di un amore perduto di How Could You Babe), qualche momento più vivace (For You) per un disco capace di mantenere un livello altissimo lungo tutte e dodici le tracce di cui si compone.

Scontato dirlo ma vero: Goon suona come un piccolo classico, un disco assolutamente capace di lanciare un carriera e regalare una gran bella ora di musica.
Con quella sensazione di avere trovato qualcuno capace di distinguersi nel prossimo futuro.


domenica 8 marzo 2015

[Live Report] Fka Twigs @ Paradiso, Amsterdam



Una delle cose che non dimentico di fare quando programmo un viaggio è controllare (grazie SongKick!) se ci sono in zona concerti interessanti.
Location nuove, gente ed abitudini diverse, un live all'estero è spesso una interessante valutazione non turistica di un popolo, della percezione musicale e dell'approccio verso le nuove realtà.
E se si parla di nuove realtà, difficile non citare Fka Twigs, destinata (se lo vorrà) a diventare molto più che una delle nuove next big thing.
Così, eccoci ad Amsterdam (splendida città), precisamente al Paradiso, ex chiesa ora adibita ad ottimo luogo di concerti (due sale, la prima da circa 2000 posti, la seconda più piccola) dove questa sera, in un sold out annunciato da un pò, si esibisce la ragazza inglese di cui tanto si parla in questi mesi.
L'ascolto su disco è buono anche se non ottimo, a causa forse di una certa stanchezza sulla lunga distanza causata da quello che è un pregio sia un difetto: l'idea precisa di musica.
Non sempre una varietà sufficiente insomma (nonostante i tanti bei momenti) supportata però da una ottima coerenza, che può far sperare bene per il futuro.

Sorvolando sull'orario "italico" (si pensava che le 19.30 segnate in biglietto fossero in stile paesi del nord, dove la puntualità imperversa, invece si inizia poco dopo le 21, culminati in 20 abbondanti minuti di una intro strumentale omicida), sorvolando su qualche problema probabilmente tecnico alla voce nella prima parte (vedi: assente o quasi, di tanto in tanto) è facile dire che l'esame è superato.
Di più: meglio live che su disco.
Tre membri della band ad accerchiare la Twigs, strumentazioni interamente digitali e in gran parte di supporto percussivo (e qui il locale ben si prestava, con suoni bassi da delizia per le orecchie).
Davanti lei, assolutamente magnetica.
Che al netto di quei primi problemi tecnici ha voce, eccome e soprattutto si muove, balla, si contorce, si guarda in giro con poche parole e sguardo deciso.
Mai ferma, mai doma, ripercorre praticamente gran parte della discografia (album ed ep).
A tre quarti di concerti si ferma, per l'evidente brusio di fondo (non facciamo figuracce solo noi italiani, evviva) e chiede a chi non fosse interessato di uscire, per permettere a tutti di godere dello show.
La sensazione (anche a leggere i commenti degli olandesi) è che il concerto non sia stato il migliore di sempre, per tutte le cose segnate ma la realtà è che si è trattato comunque di una performance di assoluto valore, piena di sensualità e capace di portare sul palco tutta la qualità (e qualcosa di più) dei dischi e degli ep stampati.
Soprattutto di presentare una figura di rara carisma, artista a tutto campo e che verosimilmente sarà presto destinata a palcoscenici ben più ampi.
Assolutamente, voto alto.





[Live Report] Home Festival - Giorno 1 - 31/8

Non è nemmeno, spero, necessario l'abusato discorso che potremmo riassumere in festival/italia/mondo. Ovvero: siamo una rara anom...