mercoledì 27 agosto 2014

[Ascolti] Chet Faker - Built On Glass


Hai capito tu, l'Australia.
Paese splendido, meta di molti sogni (siano di vacanza o trasferimento per la vita).
E negli ultimi anni, piccola mecca musicale.
Non che non sia mai stata presente, anzi, nell'industria discografica (buttiamo lì, tra i nomi,  Nick Cave e Ac/Dc) ma la sensazione è che stia arrivando una piccola ondata.
Si tratti di pop ben confezionato (Gotye) di psichedelia (Tame Impala) o di un'intera scena, in gran parte legata ad un'etichetta, la Future Classic, che dopo avere lanciato Flume (a parere di di chi scrive, uno dei dischi da ricordare di questi anni) prosegue la sua indagine su ritmi elettronici e dintorni con il primo disco di Chet Faker.

Nome di battaglia di Nicholas James Murphy, classe 88, nato a Melbourne.
E già sentito in qualche ep, qualche collaborazione, qualche singolo (vedi di nuovo alla voce Flume, Left Alone, ad esempio).
E ora, con Built On Glass, protagonista per intero.

Non è un disco che subito impatta, non si stampa in mente.
Avvolge, lentamente. Non lontano dalla ricerca sonora di James Blake (Blush è quasi un omaggio nell'incipit) portatore però di un'estetica più soul, di un'eleganza più classica.
Il primo disco di Chet Faker è una più che gradevole esperienza sonora.
A volte perfetto anche per un grande pubblico (Talk Is Cheap o  ancor di più Gold), a volte sensuale (e quanto vicino al primo Tricky) con Melt, a volte invece abile a stendersi su frequenze maggiori (1998) e a mantenere con certa classe ritmiche adatte ad un ballo di media intensità.
Conosce la materia, il nostro Chet e firma un debutto di invidiabile coerenza artistica e sicurezza.
Intelligente la scaletta che pare pensata per una cronaca di un'ascesa, di una serata fuori, senza dimenticare la tranquillità del post.

Insomma: uno di quei dischi che ti paiono sempre belli, ma senza dovere aggiungere altro e che poi, in fondo, ascolti sempre un'altra volta ancora.

mercoledì 20 agosto 2014

[Ascolti] FKA Twigs - Lp1


Tahlilah Debrett Barnett. Un nome non esattamente esportabile.
FKA Twigs, una sigla di difficile comprensione.
Che invece è semplice: Formely Known As Twigs, precedentemente conosciuta come Twigs.
Che si tratti di una faccenda più complicata di altre volte è abbastanza evidente.

Perchè la nostra è in rampa di lancio da parecchi anni.
Nata in una di quelle cittadine troppo piccole per chi ha aspirazioni artistiche, figlia di nessuna patria (un padre jamaicano, una madre metà inglese e metà spagnola), una indole inizialmente dedita alla danza (e così ecco aprirsi le prime porte del mondo dello spettacolo, tra video, apparizioni televisive e qualche sessione fotografica).
Un paio di ep, dai programmatici titoli Ep1 e Ep2, ed eccoci, agosto di questa strana estate 2014, dove questo nome ruota un pò ovunque, festival, webzine, post nei social network.

Cosa è dunque FKA Twigs, cosa è dunque Lp1?
Forse non lo scossone dichiarato.
Forse, però è il germe di qualcosa di grande in futuro.

Perchè che ci sia in questo disco la capacità di tracciare alcuni sentieri in grado di lasciare tracce è evidente.
Scontato quanto vero riferirsi a Two Weeks, uno dei brani più belli di questi mesi e brano programmatico di questa miscela di di r'n'b, linee elettroniche vicine al dubstep più rallentato, melodie a seguire una voce quantomai particolare.

Lp1 suona come l'album solista di un qualche artista trip-hop degli anni novanta.
Solo, proiettato nel futuro. Rumori di sottofondo che si espandono lungo Pendolum, la delicatezza pop di Video Girl, istanti che paiono vicini al primo James Blake, quello degli Ep (Closer).

Forse un pò difficile nella sua interezza, forse un pò più autunnale rispetto alla data di uscita, probabilmente obbligato ad un ascolto su un impianto o cuffia in grado di restituire il profondo tappeto sonoro di bassi e percussioni di cui ogni brano è disseminato, la sensazione finale è di un grande talento e di momenti di luce quando evidenti da rendere obbligatorio il pronostico di un brillante futuro.


lunedì 11 agosto 2014

[Ascolti] Spoon - They Want My Soul


Appena inizia Rent I Pay, prima traccia di questo ottavo disco degli Spoon viene la voglia (notata in diverse recensioni sul web) di inserire, a priori, una piccola invettiva a favore di una band che più di altre (ben più) celebrate band ha scritto pagine importanti nella musica di questi anni.
Soprattutto, con una costanza qualitativa e di coerenza artistica rari in una band che, ridendo e scherzando si avvicina ai vent'anni di carriera.

Il motivo per cui il gruppo capitanato da Britt Daniel non ha raggiunto status da band di culto sta in un insieme di fattori: la mancanza del singolo decisivo, una genere che si presta più all'ascolto intelligente che al ballo o al coro da stadio, un'immagine inesistente o quasi al di fuori della band, un insieme insomma di anti personaggi da copertina.
Tutti fattori che hanno portato molti di noi, che scriviamo, e di voi, che leggete, ad amare gli Spoon e parlarne pure pochissimo.

Per me, poi, parliamo di una storia ancor più particolare.
Tolti i primi due concerti (Subsonica, un pò prima dei peli sulla barba) e del primo evento (Radiohead, a Ferrara, poco prima o dopo della maturità) il primo concerto, visto in solitaria, fu al glorioso Vox di Nonantola, che ospitava i rampanti Interpol; che si portavano dietro in tour questi misteriosi Spoon, che avevano appena dato alle stampe Gimme Fiction.
E per quanto mi piacerebbe raccontare di un amore istintivo, ammetto un pò di confusione di fronte a questa band (all'epoca ancora pensavo che le band di supporto fossero una perdita di tempo) e al suo rock indecifrabile.

Perchè, e siamo a They Want My Soul, è da ammettere che dietro la pure apparente semplicità del suono della band, c'è un complesso lavoro di intrecci, di chitarre, di ritmi alla batteria mai banali, di melodie che evolvono, si rincorrono, mutano.
E così anche un disco che all'interno del percorso della band si inserisce in un percorso di consolidamento (non è un momento di sperimentazione insomma) non si può non apprezzare la solarità del primo singolo "Do You" (in un mondo alternativo, una hit estiva), le leggere influenze elettroniche di "Outlier", la sfrontatezza di "Let Me Be Mine" che dura quasi troppo poco per quanto piace.
E soprattutto non si può non ammirare un'ennesimo album fatto di canzoni, dieci, per minuti, trentasette, in cui non vi sono cali di ispirazione, riempitivi, indecisioni.

Un pugno di brani, aperto, se n'è già parlato da Rent I Pay, che in trenta secondi circa inserisce, nell'ordine, batteria, chitarra, seconda chitarra e voce e fa capire, senza dubbio alcuni, che l'abbondante pausa (quattro anni e mezzo) dal precedente disco, non hanno tolto niente ad una delle migliori band contemporanee.
E che ancora una volta è un piacere ascoltare.

domenica 3 agosto 2014

[Live Report[ Franz Ferdinand + The Cribs @ Ferrara Sotto le Stelle


Qualche anno fa, per essere precisi nel 2008, in Piazza Castello c'erano i Franz Ferdinand, con l'apertura dei Cribs.
Il bis, ricordato dalla band, si consuma sei anni dopo.
Per chi scrive, una decina di metri più avanti ed altrettanti più a sinistra, dietro il medesimo sold-out.

Due storie diverse, quelle due band.
I Cribs hanno perso John Marr, pubblicato addirittura un greatest hits e si presentano sul palco con una certa energia e la medesima incertezza tecnica di un tempo.
Non è mai su questi lidi sbocciata la passione per la band di Wakefield, ma a sorprendere (in negativo) è ancora una volta il suono sporco, le voci traballanti, una presenza scenica incostante.
Si dica quello che si vuole, ma la pochezza tecnica della resa dal vivo della band è così evidente che diventa impossibile godere anche di quell'effetto concerto che mediamente rende piacevoli anche le band meno apprezzate.
Tutto uguale e tutto diverso invece per Alex Kapranos e soci.
Che ancora più di qualche anno fa, mettono in scena un sontuoso show fatto di singoli perfetti per una piazza gremita.
Una discografia che aiuta, un disco (Right Words, Right Thoughts, Right Action) suonato per sette decimi che non sfigura certo di fronte al passato e un frontman, Kapranos, ancora più padrone della situazione.

Perchè non si pensi che quello dei Franz Ferdinand sia solo mero divertimento.
C'è la scrittura, l'indovinare le melodie che si piantano in testa, il gusto pop, la capacità di leggere variazioni.
Ad esempio,quei momenti di rallentamento o ancora Outsiders, non più come in passato eseguita con i Cribs in aiuto alla batteria ma che diventa ora assolo a otto braccia della band, in uno spettacolare crescendo che chiude la prima parte del concerto.

Venti canzoni ed un'ora e mezza sembrano stavolta poco, sul serio, pure con la prevedibile quanto godibile chiusura con Goodbye Lovers And Friends a cui segue, da tradizione, una lunga versione di This Fire.
Perchè, se sei anni fa c'era stata la sorpresa di scoprire una perfetta macchina da palco in grado di incediare Piazza Castello, stavolta c'è la conferma e la maturità di una band la cui discografia è ancora senza macchie e che non ci si stanca, nemmeno alla terza volta, di vedere e ballare dal vivo.
Magari, ecco, la prossima volta con un gruppo spalla diverso.


Setlist

No You Girls 
The Dark of the Matinée 
Right Action 
Tell Her Tonight 
Evil Eye 
Do You Want To 
The Fallen 
Walk Away 
Stand on the Horizon 
Can't Stop Feeling 
Auf Achse 
Bullet 
Michael 
Take Me Out 
Love Illumination 
Ulysses 
Outsiders 

Fresh Strawberries 
Goodbye Lovers & Friends 
This Fire 

[Live Report] Home Festival - Giorno 1 - 31/8

Non è nemmeno, spero, necessario l'abusato discorso che potremmo riassumere in festival/italia/mondo. Ovvero: siamo una rara anom...