mercoledì 29 gennaio 2014

[Serie Tv] Community

E' tornato.
Community è tornato.

Community è la più atipica delle comedy. La più folle, divertente, intelligente, capace di sopravvivere per qualche strano motivo al palinsesto americano e alla logica dei ratings da ormai cinque anni.
La trama: sette personaggi, tre donne (Britta, Shirley e Annie) e quattro uomini (Troy, Abed, Jeff, Pierce) con un'età dai 20 (Annie) agli oltre sessanta o settanta (Pierce) si ritrovano al Greendale College, per i motivi più disparati.
Fondamentalmente sono dei falliti o degli espulsi dalla società e finiscono in quello che è verosimilmente il più inutile e terribile dei college americani, guidato da un folle Preside e contornato di tutti quei casi sociali che finiscono a scuola per un qualunque motivo.
La creazione del gruppo e la vita nel folle college (dove, diciamolo, studiare non è la prima attività prevista) sono solo la base.
Community esplode.
Puntata dopo puntata diventa una divertente quanto riflessiva ed intelligente analisi dei personaggi, diventa la storia di un gruppo di persone, diventa il circo di personaggi e si fa man mano guidare dal folle creatore, Dan Harmon, lungo una totale assenza di rassicurante trama o di canovacci.
Community ha le sue regole e i suoi paletti: Britta è l'ambientalista, Jeff l'avvocato leader del gruppo dal cuore (apparentemente) freddo, Shirley la fanatica religiosa, Annie la bambina sperduta nelle insicurezze, Pierce il vecchio brontolone capace di farsi odiare e poi, loro, Troy e Abed, coppia-non coppia, a spalleggiarsi e trovare un equilibrio tra il ragazzo di colore e Abed, sperduto in una conoscenza sconfinata della cinematografia quanto dal totale distacco dalla realtà di tutti i giorni.
Le trame: tutto può succedere, in una puntata: di ridere, di piangere, di piangere dal ridere.
Può (eccome se è successo) vedere un intero episodio girato in stile action su una partita di paintball capace di coinvolgere tutta la scuola, un episodio diventato leggenda; può (ed è successo) di vedere la stessa trama ripetuta per tutti i vari punti di vista dei protagonisti a seconda di chi apre la porta per la pizza a domicilio. Si può (ed è successo anche questo) vedere un'intera puntata a otto bit, catapultati dentro un videogioco.

Espedienti narrativi che cementano il gruppo, nella assurda quotidianità di una scuola non ordinaria.
Ero partito scrivendo "Community è tornato".
Se n'era andato infatti, quando Harmon, creatore della serie e, ad essere onesti, personaggio spesso discutibile e scomodo, era stato silurato dalla rete, al termine della terza stagione.
Lo scorso anno la serie, miracolosamente rinnovata era stata data in mano ad altri.
Portando la serie ad un livello normale, appiattendola.
Poi, incredibile ma vero, Harmon è tornato e bastano le prime cinque puntate della stagione a mostrare quanto sia stata ripresa la rotta giusta.

Per quella che è la serie comica (definizione riduttiva) più bella degli ultimi anni (una di quelle formule che si usano per non esagerare troppo).
Per chi volesse vederla, abbiate pazienza nei primi episodi: piano piano esplode.
E all'episodio del Paintball, l'alone della leggenda è già ben presente.

lunedì 27 gennaio 2014

[Musica] Un progetto Kickstarter per Kaki King


Kickstarter è, attualmente, la più grande piattaforma di crowd founding esistente, ovvero un luogo dove poter cercare di mettere in piedi un progetto, un'idea, un'evento e chiedere la donazione di un pubblico che diventa attivo e partecipativo, finanziariamente e creativamente, interagendo con l'artista stesso.
Kaki King, invece, non nuova su queste pagine, è una ormai più che trentenne chitarrista americana, tra le migliori compositrici con questo strumento; con un intenso tra l'altro rapporto con l'Italia, dove passa spesso in tour.
Queste due belle realtà si incontrano in un progetto (che al momento in cui scrivo, dopo pochi giorni dall'apertura ha già raggiunto la quota minima) volto a estendere ancora di più il rapporto tra autrice e chitarra, aggiungendo una dimensione visiva all'esperienza sonora.
Un progetto in cui (ma il video sotto esemplifica al meglio) si vuole creare uno show dove l'attività alla chitarra sia corrisposta dal linguaggio del video, dell'effetto,
Come scrive la stessa autrice, "una delle cose che ho provato a fare nella mia carriera è stata quella di spingere oltre i limiti della chitarra oltre a quanto mi aspettassi".
Il progetto è veramente interessante e nella speranza di potere un giorno vederlo dal vivo, l'invito è a contribuire.
Pagina Kickstarter

mercoledì 22 gennaio 2014

[Ascolti] Warpaint - Warpaint


A quattro anni di distanza da The Fool, primo disco del trio di ragazze di Los Angeles, tornano le Warpaint, capaci con quel debutto di guadagnarsi un nutrito ed interessato seguito.
C'era attesa insomma e la risposta è un disco omonimo complesso e stimolante.
Non molte le aperture alla facile melodia: introdotto dal crescendo strumentale di Intro, si viene rapidamente inseriti in successive undici tracce di complesso rock etereo, sussurri, chitarre, melodie dilatate.
Non che manchino i pezzi capaci di farsi apprezzare al primo ascolto, come Love Is To Die, debitrice (ma non emulatrice) del miglior trip-hop inglese.
Ma si tratta di un disco notturno, in qualche caso si avvicina a certe atmosfere dei Chromatics meno ballabili (Biggy si immagina facilmente nella colonna sonora di Drive) e che pure aumenta i battiti per minuto (Disco/Very) pur convincendo leggermente meno.
L'impressione è che quello che riesca meglio alle ragazze è mantenere la velocità sotto la soglia di guardia (Feeling Right).
Il fatto che tra le cose migliori del disco troviamo i due brani conclusivi (Drive, Son, quest'ultima una delicata ballata tra piano e batteria) conferma una qualità elevata in un disco che ha il solo difetto di avere pochi acuti, adatto ad una sera invernale, che richiede una certa attenzione e immersione.
Ma si, indubbiamente siamo di fronte ad uno dei primi buonissimi dischi del 2014.

giovedì 16 gennaio 2014

[Serie Tv] Sherlock - Stagione Tre


Troppo facile esordire su quanto si noti la differenza culturale tra una rete pubblica, la BBC inglese e un'altra pubblica, la RAI italiana, in un prodotto come Sherlock.
Che ha il coraggio di prendere una letteratura popolare, scegliere un formato anomalo (3 puntate da 90 minuti ogni due anni circa, nel rispetto della libertà degli attori ormai assorti a fama internazionale) e lavorare più che di spesa, di qualità nella scrittura.
In altre parole: Sherlock non è una serie costosa, si ripaga da sola grazie all'enorme traino pubblicitario e alla rivendita in altri paesi e diventa facilmente motivo di vanto per una rete, senza dover per forza scivolare nel "prodotto culturale",inteso come il documentario o altre forme elevate di divulgazione.
Sherlock è intrattenimento, di qualità.
E' pop come è pop Tarantino, è pop come lo sono gli Arcade Fire: è intrattenimento intelligente, studiatissimo, capace di divenire pop in termini di popular e non in termini di successo e soldi guadagnati.

E che sia questo lo dimostra questa (anomala) stagione tre.
Che si slega dalla risoluzione casi da risolvere e non poteva essere altrimenti: alla fine di The Reichenback Fall, il nostro Sherlock cadeva (si gettava) dal quinto piano di un palazzo, veniva visto cadere e morire da Watson. John vedeva il corpo senza vita portato via ed assisteva al funerale.
Come potesse essere vivo, Holmes, che pure doveva esserlo, è stato oggetto di speculazioni per quasi due anni online.
E qui arriviamo al primo concetto di questa stagione tre: il fanservice.
Ovvero, il dialogo tra pubblico e autori che in questa caso diventa meta-dialogo in ogni direzione: gli spettatori hanno imbastito teorie che gli autori si sono divertiti a mettere in scena, salvo poi presentarle come invenzioni, possibilità, dubbi: niente spiegone dunque e molte risate al servizio di una serie che non vuole prendersi (del tutto) sul serio.
Apparentemente nemmeno nel rapporto tra Watson e Sherlock: i siparietti che si susseguono nella seconda puntata (storicamente la più debole della serie) durante il matrimonio del primo con Mary (una meravigliosa Amanda Abbington) ci mostrano, in realtà, l'umanizzazione del detective, mai prima d'ora umano e (più o meno) capace di mostrare l'attaccamento a Watson, suo vero e primo contatto con la realtà.

Mary attaccata a Watson, Sherlock attaccato a Watson, Mycroft attaccato a Sherlock.
Questa è l'equazione che segue Magnussen, nemico della stagione, che ci riporta alla realtà e intensità degli anni precedenti, in His Last Vow, terza ed ultima puntata.
Dove i colori si fanno grigi e si alza la tensione, mostrando come l'apparente alleggerimento del registro della serie fosse in realtà un complesso approfondimento per portare ad una sfida ancora più elevata delle precedenti.
Un'ora e mezza di saliscendi emotivi accompagna una grande lezione di televisione, ribaltamenti di prospettive e un colpo di scena finale (ancora una volta con l'occhio rivolto a chi la serie la guarda)  capace di fare crescere subito l'aspettativa nei confronti della prossima (già confermata) stagione.

Questo è diventato Sherlock: un confronto tra chi scrive e chi guarda, un confronto tra Watson (un ancora più bravo Martin Freeman) e Sherlock, come fu per l'originale lavoro di Doyle, costretto a riportare in vita il detective a furore di popolo.
Un confronto ed un gioco di deduzione, basato su una straordinaria messa in scena visiva e di scrittura, accompagnato da picchi di recitazione e l'obiettivo di portare la serie sempre più in alto, probabilmente più di quanto immaginato dagli autori stessi, quando qualche anno fa si misero in mente di attualizzare Sherlock, quasi contemporaneamente alla piccola saga cinematografica di Guy Ritchie.

Per concludere: si è vero, qualche piccola sbavatura c'è, ma sarebbe un peccato, per chiunque, non vedere questa serie.
Qui si sta facendo la storia della serialità televisiva.

martedì 14 gennaio 2014

[Visioni] Disconnect


Quel che bisogna evitare, parlando di Disconnect, è di inserirsi in una stucchevole analisi dei rischi della tecnologia e di Internet in particolare.
Perchè è di questo che si titola in questi giorni, quasi che sia naturale escludere il mezzo (Internet) dal problema (l'incomunicabilità), per il facile inseguimento di quella disanima della paura del futuro che fa sempre vendere qualche copia in più, regalando facili discussioni da bar su quanto una volta si stava tutti meglio.
Sgombrato il campo da questo, il primo film di Henry Alex Rubin (direttore di svariate pubblicità e un paio di documentari, il secondo dei quali Murderball candidato all'Oscar) segue la scia tracciata qualche anno fa da Crash, intrecciando cioè vicende apparentemente slegate tra loro fino a farle legare ed esplodere su se stesse.
Una frode bancaria occorsa a Cindy e Derek (il nostro Eric di True Blood), uno scherzo virtuale sfuggito di mano a due ragazzini, il reportage su un webcam boy da parte di una giornalista locale.
Nessun cattivo, realmente all'orizzonte tra i protagonisti, perchè al di là delle vicende narrate che si susseguono verso un drammatico crescendo, quello che resta è la tematica dei personaggi soli, chiusi nel loro mondo, chiusi in un non dialogo che porta per caso o per conseguenza diretta allo scontro, all'errore, alla tragedia.
E se quindi si riesce a comprendere che nulla o poco del messaggio stia nei (pur presenti) pericoli della vita online, quanto dall'assenza di quella reale, rimane un buon film, non indimenticabile ma ben girato, con almeno un momento di grande estetica cinematografica, un'ottima colonna sonora.
Insomma una visione almeno consigliabile.

giovedì 9 gennaio 2014

[Ascolti] Notwist - Close To The Glass



Non proprio profilici, i Notwist, specie nella seconda parte della loro carriera, quella che li ha proiettati con una virata di suono a scrivere uno dei dischi più celebrati dello scorso decennio, Neon Golden.
Al netto delle collaborazioni e colonne sonore, fino ad oggi, dodici anni dopo, solo un disco è seguito, il pur buonissimo The Devil, You + Me datato 2008.
Ora, con qualche settimana di anticipo rispetto alla uscita prevista, esce in rete Close To The Glass, presentato a Novembre dalla traccia omonima.
E com'è questo disco dunque?
Prima di tutto è un buonissimo disco di due grandi manipolatori del suono.
Il gruppo tedesco scrive un album meno coeso dei due precedenti, ricco però di suggestioni e idee, andando a rielaborare ulteriormente il proprio percorso.
Se infatti in Neon Golden (e in The Devil) vi era spesso una semplificazione pop, una vicinanza alla melodia capace di rendere accessibile il pop elettronico alla base della miscela della band, stavolta i pezzi appaiono più strutturati, complessi, riempiti di suoni e strumenti.
Tra gli episodi più particolari, una Kong che ammicca per tutto il brano ed in particolare nel finale ad un classico già remixato dai Soulwax qualche tempo fa ed una Lineri, a quasi fine disco, che si espande in quasi nuovi minuti di dilatata elettronica strumentale.
Nel mezzo qualche lampo: Run Run Run fa splendere i suoni della band come qualche tempo fa, Into Another Tune si sviluppa su una bella crescita e la già citata traccia che dà il titolo al disco prende le intuizioni degli Animal Collective e li riporta con buoni esiti all'interno del suono Notwist.

Non un capolavoro, non un ottimo disco ma un buonissimo disco si, ottimamente prodotto e con alcune ottime idee: da vedere live (5 date ad Aprile in Italia) per la conferma finale.

mercoledì 1 gennaio 2014

[Classifiche] Anno 2013: I Migliori Concerti

Finiamo dunque di celebrare l'anno (ormai) passato con una classifica dei migliori live visti quest'anno: annata leggermente in tono minore rispetto allo scorso anno (ma non poteva essere altrimenti) e classifica che come tutti gli altri è da ritenersi semplicemente valutativa della performance e non del gruppo stesso: in parole meno auliche, può arrivare in alto pure una band mediocre, se sul palco offre una grande prestazione.



  1. Amanda Palmer @ The Academy, Dublino
  2. Baustelle con Orchestra @ Teatro Comunale Ferrara (sotto le stelle)
  3. Vampire Weekend @ Longitude Festival, Dublino
  4. Local Natives @ Longitude Festival, Dublino
  5. Of Monster And Man @ Estragon (Bologna)
  6. Blur @ Ippodromo Del Galoppo (Milano)
  7. Chromatics @ Bronson (Ravenna)
  8. No Ceremony @ Bastione Santa Croce, Padova
  9. Lighting Dust @ Zuni (Ferrara)
  10. Kodaline @ Longitude Festival, Dublino




[Live Report] Dear Reader @ Clandestino, Faenza

Il Clandestino, a Faenza, è un posto strano. Da fuori, pare un bar. Un lungo tavolo, sulla sinistra, ne suggerisce chiaramente l'i...