sabato 27 dicembre 2014

[Classifiche] Anno 2014 - I Migliori Album



Un anno complicato, impegnativo, lungo.
Difficile negarlo se il numero di articoli scritti per questo blog è dimezzato rispetto allo scorso anno, ma non si vuole fare nessuna apologia qualunquista facilmente esemplificabile in "ogni anno esce meno buona musica".
Non è assolutamente vero: ogni anno esce tanta buona musica, un concetto da ripetere, urlare, scrivere con inchiostro indelebile in ogni luogo possibile.
Per chi scrive è stato un anno talmente denso di avvenimenti ed impegni che, semplicemente, l'ascolto musicale ha ridotto la sua presenza, si è fatto leggermente in disparte.
E pure, se parliamo (ne parleremo presto) di concerti è stato uno degli anni più interessanti di sempre (non fosse, per dirne una, dell'intero Primavera Sound di Barcellona).
Ma qui si parla di dischi, un'entità sempre più virtuale, un click in streaming su Spotify così come un vinile ricercato.
E quelli che si ricorderanno di quest'anno sono questi.





  1. The War On Drugs - Lost In The Dream
  2. Sohn - Tremors
  3. Le Luci Della Centrale Elettrica - Costellazioni
  4. Damien Rice - My Favourite Faded Fantasy
  5. Chet Faker - Built On Glass
  6. Damon Albarn - Everyday Robots
  7. Fka Twigs - Lp1
  8. Caribou - Our Love
  9. Spoon - They Want My Soul
  10. Brunori Sas - Il Cammino di Santiago in Taxi

venerdì 19 dicembre 2014

[Ascolti] Tv on the Radio - Seeds


Non ho nessun problema a dire di non avere mai digerito fino in fondo i Tv On the Radio.
Destino condiviso con tutta una serie di band provenienti (è un caso s'intende) dall'area di New York, dove possiamo ad esempio citare senza troppi problemi gli Animal Collective o i Grizzly Bear.
Tutte band mediamente buone, capacissime di ottimi lampi musicale, ma che alla prova di un disco o di una carriera per intero, un pò fanno dire: boh.
Così è stato un pò per curiosità che è partito l'ascolto a Seeds.
E dopo qualche giorno, quasi sottovoce, è giusto dirlo: beh non è mica male.
Accessibile, aggressivo, vivace.
Non è il disco dell'anno, ma Seeds è un disco diverso dal passato e pure di piacevole ascolto.
Ottima è già l'apertura di Quartz, che ha un solo difetto, quello di non esplodere del tutto fino in fondo.
Ed è un peccato che quel mid tempo non si scateni come meriterebbe: se il mondo fosse giusto da questo brano uscirebbe un grande remix.
Energia che non manca invece in buona parte del disco: dal singolo Happy Idiot (un pò paraculo, giusto dirlo) alle schitarrate di Winter e Lazerray.
E che comunque piazza una buona sequenza di bei brani: Careful You (un pò anni ottanta) la ballatona Trouble sono solo esempi di una buona ispirazione generale per un disco che si muove distintamente lungo diversi territori con un approccio molto più pop rispetto al passato.

Segnati dalla morte di Gerard Smith, bassista, nel 2011, la sensazione è di un disco celebrativo ma non di chiusura: un evento traumatico ed un percorso che ha portato ad una maggiore voglia di immediatezza, di amore per la propria musica.
E forse è questo il diverso al passato, per cui questa volta il pollice è in alto, miei cari Tv On The Radio.

lunedì 15 dicembre 2014

[Live Report] Fujiya & Miyagi @ Covo (Bologna)



Ci sono grandi eventi, attesi, inaspettati, storie di grandi concerti che rimangono nelle memorie.
E ci sono, invece, storie più normali, di carriere interessanti ma inevitabilmente destinate ai palchi delle prime ore dei festival musicali.
Questa è un po' la storia di una band come Fujiya & Miyagi, gruppo che potremmo definire elettropop e che, zitto zitto, è arrivato ormai con Artificial Sweeteners al quinto disco di una carriera solida quanto coerente.
Perchè diciamolo: la band fa una cosa bene, quel pezzo con batteria intensa, un giro di basso leggermente virato di funky, un cantato sottovoce, ripetitivo ed incalzante: nei suoi momenti migliori un bel sentire.

Descrizione perfetta per il concerto di ieri sera al Covo di Bologna (invero sorprendentemente non esattamente stipato): nei suoi momenti migliori un bel sentire.
Forse non lunghissimo (un'oretta) forse, come su disco, non troppo vario, forse, infine ogni tanto dedito a necessarie ma non riuscitissime divagazioni strumentali prese dall'ultimo, discreto disco.
Nel mezzo, alcuni lampi di luce, momenti in cui il groove gira, la pista balla, il piede ondeggia.
Certo, l'assenza di quasi ogni comunicazione (ad eccetto dei soliti thank you) non contribuisce a creare atmosfera.
Insomma: concerto onesto, di una band onesta, in un sempre splendido luogo, una camera quasi oscura dove spesso passano buoni gruppi e di tanto in tanto si fa la storia.



venerdì 5 dicembre 2014

[Ascolti] The War On Drugs - Lost in The Dream

Ma si, certo.
Ovvio che questo disco è uscito a Marzo e questo significa, anno 2014, che è già stato recensito, ascoltato, fagocitato e oltretutto citato nelle innumerevoli classifiche di fine anno.
Che questo tour è già passato (due date per noi) in Italia, che scontatamente dire qualcosa di nuovo sarebbe impossibile.
Per cui, senza troppi giri di parole: bello e antico.
Lost in the dream, terzo disco dei War On Drugs (Philadelphia, Pennsilvanya) nati con l'ormai solista Kurt Vile è oggi l'espressione più matura del pensiero musicale di Adam Granduciel.
Non solo: è l'espressione di un ormai rara attitudine e sensibilità musicale, un album rock che guarda agli anni ottanta di tastiere, batteria, voce.
Non li ha citati quasi nessuno, vedendo in rete, ma la sensazione non è lontana da Disintegration, dei Cure.
Imponenza, forza, intensità.
Momenti di luce abbaglianti: Red Eyes è il brano che una generazione in un club sporco londinese dovrebbe ascoltare e cantare per un anno o più, Eyes To the Wind la colonna sonora di un'autunno romantico, Under The Pressure il montaggio di un anno vissuto alla grande (e che si concede per quasi nove lunghissimi minuti, a chiarire la forza sin dalla prima traccia).
Burning, un pezzo degli Arcade Fire quando guardano a Springsteen (qualcosa dalle parti di Keep The Car Running).

Ma soprattutto, Lost in The Dream è un disco che ascolto da qualche tempo (perchè ne parlano tutti bene) e ora, tra Novembre e Dicembre, è diventato una colonna sonora senza che mi accorgessi di come lo fosse già da qualche mese.
Ora che gira fisicamente in auto, ora che esplode nelle casse, ora che alcuni momenti di luce abbagliante sono così chiari, netti, che è impossibile non concordare con chi descrive questo disco come di qualcosa di emozionante, proveniente da un passato non dimenticato, perfettamente attuale e soprattutto in grado di farsi ricordare, cantare, ballare.

giovedì 20 novembre 2014

[Serie Tv] The Affair


Possiamo dirlo: questa è l'epoca d'oro delle serie tv.
Che negli ultimi anni si sono trasformate, fino a diventare fenomeni di costume, trampolini di lancio.
Soprattutto piattaforme di ampio respiro, in grado di narrare, fidelizzare, generare discussioni, raccontare storie senza (particolari) problemi di tempo e man mano che si va avanti, di budget.

Così che, non è azzardato dirlo, oggi la vera piattaforma di narrazione è la serialità.
Non più il rapido battito di ciglia di un film, non più estese trilogie volte a raccontare epiche storie, non più vincoli temporali.
Le sfumature accenate ora sono riprese, il gioco di rimando con il pubblico vissuto in tempo (quasi) reale, esperienze collettive di visione sempre più contemporanea in tutto il mondo: Game of Thrones oggi è Guerre Stellari ieri.

La fortuna è poi che la grande competizione (allargata oggi a non network quali Amazon o Netflix) rende molte produzioni ambiziose, coraggiose, prive di freni (anzi, forse spesso esagerate per temi o violenza o sessualità o tutte queste cose messe assieme).
Quest'anno (dove, per gli amanti della serialità si intende da settembre in poi) ci sono state diverse novità ma, diciamolo, nessuna o quasi ha saputo ancora stregare il pubblico.
Non c'è un' Homeland, un House of Cards, un Orange Is The New Black.

Però c'è The Affair.
Scritto da Hagai Levi e Sarah Treem (In Treatment) parte da una idea talmente piatta da essere sintetizzabile in poche parole: una tresca estiva.
Solo questo: Noah che passa l'estate dai suoceri, Alison che lavora in questa località di villeggiatura, un amore passionale.
Peccato che tutto questo sia un flashback.
L'oggi è un processo, indagini per un omicidio (di chi, episodio sei, ancora non si sa) i ricordi dei due ad intrecciarsi senza (quasi) mai combaciare.
Peccato che ogni episodio abbia due tempi, l'uno narrato per come lo ricorda lei (o per come mente al poliziotto che indaga?) l'altro per come lo ricorda (o mente) lui.
Verità, sfumature, piccole pieghe di un racconto che impediscono di parteggiare per qualcuno, in un quadro man mano più complesso, di due individui (e di uno sguardo che si allarga all'indietro sulla cittadina e alcuni personaggi) fatti di luce e (molte) ombre.
Così, un puzzle distorto, un amore fisico, un'estate diversa dalle altre, un matrimonio, un morto e qualcosa nel mezzo che lentamente si rivela.
The Affair intriga, intriga come la passione tra i due protagonisti che pure, puntata dopo puntata diventa qualcosa di più (difficile definirlo, visti i diversi ricordi) perfettamente interpretato da Dominic West e Ruth Wilson (si, Alice in Luther e se non si sa di cosa si stia parlando, in ginocchio sui ceci, subito).
Non è presto, dunque per parlare della nuova serie dell'anno.
Non tutti se ne sono accorti ancora.


lunedì 17 novembre 2014

[Ascolti] Damien Rice - My Favourite Faded Fantasy


Non è certo facile essere Damien Rice e scrivere un nuovo album.
Per uno che, con questo disco, ha scritto solo tre album in dodici anni, è probabilmente evidente quanto il processo creativo sia cosa non semplice.
Probabile che quella forza nelle canzoni dei primi due dischi nasca anche da una certa sofferenza interiore: non sono state poche le fughe personali, i viaggi, le ricerche che il cantante di Dublino ha percorso in questi anni, come se (forse è solo una sensazione) vi sia nella sua vita personale una estrema sensibilità, un disequilibrio che di tanto in tanto si tinge di armonia, per dare alla luce qualche brano, finora quasi sempre indimenticabile.

Ha viaggiato molto anche per scrivere My Favourite Faded Fantasy: Stati Uniti, Islanda in particolare.
Da questo momento di armonia nasce un disco che riesce ad aggiungere qualcosa (non poco) alla discografia di Rice: otto tracce, maggiore elettricità, due brani a superare rispettivamente gli otto ed i nove minuti.
La prima domanda, spontanea, di chi ascolta Damien Rice è: c'è qualche altra, struggente, perla?
Si, certo: è in gran parte piazzato alle tracce tre e quattro, The Greatest Bastard, che s'inerpica verso quasi il falsetto in un delizioso ritornello (che te lo aspetti, che appaia Lisa Hannigan, come ai vecchi tempi) e I Don't Want To Change You, deliziosa, con archi in sottofondo, che è già in lista di attesa per qualche momento televisivo o cinematografico.
Ma non è tutto qui: non possiamo dimenticare le vibrazioni elettriche.
Così l'intenso finale della prima, omonima traccia, e la lunga suite di It Take a Lot to Know A Man,  con una lunga parte strumentale in coda rivelano un autore ora più completo, un disco più stratificato.
Continuando, quasi il disco sia un doppio vinile su due lati, al cinque e sei ci sono i due brani più classici ed intimisti: Colour Made In e The Box, sono voce e chitarra, echi di quel passato già indimenticabile e pienamente riusciti.
Ultimo lato, la piccola sorpresa del finale in coro per la lunga Trusty And True (si pensa un pò a Sufjan Stevens e Chicago) e poi la lenta, struggente, chiusura di Long Long Way, quasi un abbozzo allungato minuto dopo minuto, ad avvolgere, sfumare e concludere.

Un disco che se non è il più bello di Damien Rice, è pienamente in grado di confermarne tutto il talento, aggiungendo qualche colore alla tavolozza di sentimenti raccontata una volta di più.


martedì 11 novembre 2014

[Visioni] Interstellar - Christopher Nolan


In pochi anni, con grande abilità e probabilmente la giusta dose di fortuna, Nolan è diventato uno (o forse IL) più importante regista di quella sezione di Holliwood capace di coniugare pubblico e critica.
Dal capolavoro di Memento (2000), nel giro di tre anni il regista è riuscito ad unire le due anime con i primi due Batman (Begins e Il Cavaliere Oscuro, in particolare), inframezzati da The Prestige, molto più autorale e dedito a quel percorso di doppiezza, menzogna, ambigua visione della realtà che da sempre lo caratterizza.
Spettacolarità e fantasia che si sono uniti alla perfezione in Inception, capace di incassare tantissimo pur essendo caotico e non così semplice da seguire (pur non mancando le chiavi di lettura lungo il film).

Interstellar è il nuovo progetto del regista londinese (senza dimenticare la mano del fratello Jonathan alla sceneggiatura) dove vengono riversate le tematiche care (tempo, piani paralleli che scorrono) in una storia ambientata in un lontano futuro che vive due parti.
Si parte con un non corto prologo, che introduce una umanità in declino, con la natura a riprendere il controllo degli eventi dopo lo scellerato uso da parte della popolazione (dice qualcuno: sei milardi di persone erano tante e ognuna di esse voleva tutto).
In questo scenario Cooper, ora agricoltore ma in passato già esploratore dello spazio si ritrova di nuovo in volo, per un progetto segreto volto a cercare un nuovo spazio abitabile al posto di una Terra con i giorni contati.
Questo gli costa però l'abbandono di Murph, piccola figlia di dieci anni.
E su questi due piani si muove il film: il sentimento, l'amore muove le azioni dei protagonisti (così come Amelia, in volo invece con la segreta speranza di ritrovare un amore passato) e il viaggio spaziale che dilata i tempi, qualche anno fuori dalla Terra, molti decenni per chi è rimasto a terra.
Riesce a sorprendere (sempre più difficile oggi) la magnificenza delle sequenze sullo spazio o nei pianeti visitati, con uno splendido accompagnamento musicale (Hans Zimmer) tanto epico quanto silenzioso dove serve, con contrasti agghiaccianti nelle scene più intense.
Il vero Nolan emerge nella seconda parte del film: il ribaltamento della figura del dottor Mann (e della mente del progetto, il professor Brand) la spettacolare sequenza chiave del film dove il tempo diventa luogo fisico e attraversabile (e Nolan con il tempo ci gioca spesso, come in Memento), il montaggio terra/spazio incalzante in alcuni punti, quasi a suggerire quello che sarà poi il tema principale della vicenda, il sentimento padre/figlia e l'amore, in grado di dare forza e chiarezza mentale necessaria per affrontare le sfide più difficili.

Senza voler dire niente di più riguardo alla trama, a Nolan riesce nuovamente di coniugare spettacolarità visiva, intensità e freschezza in un ottimo film che intrattiene con intelligenza.
Tutto questo senza voler accennare ai dibattiti della rete sulla verosimiglianza scientifica (pure discreta, grazie anche alla grossa mano in produzione di Kip Thorne, tra i maggiori fisici al mondo), perchè in fondo di intrattenimento si tratta e fortunatamente di cinema di alta qualità.
E non è poco, oltre ad essere l'ennesimo centro per il regista.

venerdì 31 ottobre 2014

[Ascolti] Subsonica - Una Nave in Una Foresta


Quasi nessuna band, nella storia, al settimo disco aveva ancora molto da dire.
Diciamolo, senza offesa alcuna: in quasi ogni storia, anche quelle destinate a segnare epoche, la parte più interessante del percorso artistico sta nei primi 5-10 anni, nel processo tra intercorre tra quell'urgenza giovanile e la maturità compositiva.
A volte coincidono, a volte raggiungono il climax dopo alcuni tentativi.
Dopo quel momento, c'è chi finisce la carriera, chi declina, chi prosegue per lungo tempo tentando nuove direzioni o dando piccoli cambi di colore a quelle già percorse.

Tutto questo per dire che, oggi, quando non siamo lontanissimi dai venti anni passati dal primo, omonimo disco dei Subsonica (1997) non abbiamo chissà quali pretese per la band di Casacci e soci.
Che pure è stata qualcosa per l'Italia: il gruppo indipendente (erano ancora gli anni della Mescal) che arriva in radio, in classifica (quando ancora contavano) che travolge Sanremo con Colpo di Pistola, che propone un genere preciso, riconoscibile, più esterofilo rispetto a tantissime altre band debitrici del passato della canzone italiana.
Non che sia un male, ma la proposta tra pop e elettronica dei Subsonica ha regalato qualcosa.
E' però evidente che la fase ispirativa sia in calando: 5 album in dieci anni e poi solo due in sette anni e soprattutto un disco, Eden, piuttosto debole, primo vero punto indietro di una carriera che aveva prodotto un acuto incredibile al quinto disco: L'Eclissi era un disco profondo, moderno, arrabbiato, suonato e prodotto in maniera sontuosa, vero seguito di quel Microchip Emozionale che aveva scosso una parte d'Italia.
Un tour con la band posta in orizzontale su una enorme scenografia di luci e onde sonore a porre quasi in secondo piano un gruppo in evidente stato di grazia.

Poi Eden e oggi Una Nave In una Foresta: dieci soli brani, per il disco più breve della band.
Qualcosa di buono, per i live in particolare (dimensione in cui la band ancora ha pochi rivali): Lazzaro, singolone da radio può funzionare, Tra le Labbra. Il lentone, pezzo che lentamente (forse da Incantevole in poi) si è diffuso nel popolo subsonico, non manca: Di Domenica, questa volta (ma quanto siamo lontani da Strade).
Però, quello che purtroppo è vero da dire è che rimane poco di questo disco: piacevole a tratti, dimenticabile per la maggior parte, senza difetti particolari, ma incapace di aggiungere qualcosa alla discografia della band.
In un best of, nessun pezzo rimarrebbe da segnalare.
Così come forse nessun pezzo tra i peggiori.
Un lavoro di mestiere, dunque, utile per un (sicuramente trionfale) tour, incapace di far gridare alla morte artistica ma nemmeno utile a far pensare ad un ritorno a quella forza che fino all'Eclissi aveva portato i Subsonica così in alto.
Forse è anche molto chiedere questo a chi si avvicina più ad i cinquanta che ai quaranta, a chi ha goduto di uno stabile successo ed ha raggiunto, tempo fa, quel climax raccontato all'inizio.
Per cui ci teniamo un disco onesto, le discrete idee che si scorgono quà e là: se poi nel futuro c'è spazio per un ultimo, grande guizzo, beh, noi siamo qui ad attendere con fiducia.


mercoledì 29 ottobre 2014

[Live Report] Damien Rice @ Teatro Linear 4 - Ciak, Milano

Quando, un paio di estati fa, avevo visto per la prima volta Damien Rice ne ero rimasto sorpreso.
Come probabilmente capita a chiunque si avvicina all'evento live di un cantautore dalla rarissima discografia (due capolavori, datati 2002 e 2006, un terzo album in arrivo nelle prossime settimane) e autore di brani intensi, autorali, emozionanti.
L'idea di un concerto tra voce e chitarra (a volte piano), del silenzio attorno, di una voce maestosa, di qualche brano diventato classico in questa età dove di classici non se ne vedono quasi più.
E invece: sorrisi, vino, tante parole, un finale con centinaia di persone sopra, a lato e sotto il palco, il battimani, un rapporto strettissimo tra pubblico e autore: qualcosa di vicino e autentico che a stonare (si fa per dire) erano quasi i brani stessi, impegnativi, circondati da racconti, momenti di estatico silenzio in una serata fiorentina ricordata, probabilmente tutti, con il buonumore.

Invece l'altra sera, al "teatro" tendone Linear 4 Ciak, poco estetico carrozzone verde di buona capienza piantato in una zona di Milano dove poco lontano (si è sentito di tanto in tanto) non mancava un circo, beh in questa data qualcosa è stato come quella supposta prima volta.
Intendiamoci: non c'è in questa annotazione l'idea di un meglio e di un peggio.
Solo che l'aggettivo "divertente" questa volta può essere sostituito con "potente".
Un uomo solo, spesso senza luci, di fronte ad una sparsa platea man mano sempre più vicina (al termine anche fisicamente).
Un uomo solo con la chitarra (e una veloce parentesi al piano).
Forse un uomo più impegnato a provare sè stesso (un pezzo nuovo si ferma a metà "devo ancora imparare bene la parole") ma non meno incline ad aprire cuore, mente e qualcosa del sè artistico al pubblico (Cold Water viene cantata con una spettatrice e il figlio a riprendere con lo smartphone dal palco, completamente spento per aiutare la, peraltro ottima, performance di lei).
Damien Rice l'altra sera a Milano era venuto a fare ciò che gli andava: un giro di presentazione, un rientro soft (ci vediamo il prossimo anno, annuncia), un brano con il Coro Barbarossa (Lodi, Milano), una chiusura che da Blower's Daughter s'incenda in Creep dei Radiohead, andata e ritorno, momento di voglia senza se e senza ma.
E ancora: Volcano con il pubblico ammaestrato e diviso in un triplo coro, a battere piedi e mani e diventare band nelle mani del nostro e subito dopo Cannonball, amplificatori spenti, unplugged come il termine suggerisce nella sua pura essenza.

Per provare, per mettersi a nudo, per piacere, per piacersi.
Due ore abbondanti di concerto, se ne hai incise due su disco fino ad ora, vuol dire non risparmiarsi, gettare l'anima, senza specchi, luci, amplificazioni, solo la voce e la chitarra che ora è delicata, ora violenta, ora elettrica, ora acustica, variazioni sul tema della vita, che Damien Rice prova a raccontarci.
Con successo, perchè è uno dei concerti più belli visti quest'anno (e non solo).

Setlist
The Greatest Bastard
Delicate
Woman Like a Man
Elephant
9 Crimes
The Professor & La Fille Danse
Volcano
Cannonball
Older Chests
I Don't Want To Change You
Cold Water
I Remember

Encore:
Colour Me In
My Favourite Faded Fantasy
Trusty And True
All I Have to Do Is Dream
The Blower's Daughter (Creep snippet)

martedì 21 ottobre 2014

[Ascolti] Caribou - Our Love


Ad un primo ascolto, Our Love è un disco leggermente sottotono.
Quarto sotto il nome di Caribou, settimo disco per Dan Snaith (se consideriamo le altre due creature a nome Manitoba e Daphni) l'album giunge in un momento non da poco per l'artista canadese, ad un passo da diventare, definitivamente, uno dei grandi nomi capaci di uscire dalla nicchia.
Perchè tra Andorra e Swim è successo molto, compreso un tour ad aprire per i Radiohead, una vittoria al Polaris Music Prize (premio per il miglior album canadese), diversi spot televisivi e l'inclusione, per Swim tra i 100 migliori album del primo decennio secondo Pitchfork.

E si diceva dunque di un inizio di ascolti un pò sottotono per questo Our Love.
Che ha però un pregio non indifferente: passano i giorni ma rimane un ascolto sempre più piacevole, di volta in volta più amico di questo estivo ottobre, di cui pare un pò la naturale controparte musicale.
Ovvero qualcosa che sembra (e dovrebbe) essere freddino e invece riscalda, senza esagerare.
Il singolo (pur non perfettamente riuscito, quasi incerto su quanto e come esplodere veramente) Can't Do Without You, la sensualità di (un pò anni novanta) di Our Love, l'inizio autorale di All I Ever Need e Back Home sono momenti che si candidano a nuovi momenti salienti della discografia del nostro.
Che poi ci sia qualche calo d'ispirazione (Mars, Second Chance) lo si perdona, anche grazie ad una zampata finale come Silver che pure omaggia, ridefinisce e appare sorella (omozigota) di Before di Washed Out.

Ma se un disco è piacere all'ascolto, allora per buona parte di Our Love possiamo considerarci soddisfatti, pur consapevoli della mancanza di un guizzo come in passato.
Soprattutto perchè, consapevolmente e non, si continua ad ascoltarlo giorno dopo giorno: è sempre il segnale di buona musica.

martedì 14 ottobre 2014

[Ascolti] Perfume Genius - Too Bright


Il difficile è sempre il terzo album, per quanto si dica la stessa cosa del secondo.
Perchè il secondo album può essere una ripetizione, una piccola variazione, può contenere materiale che era rimasto fuori dall'esordio.
Insomma, si può tirare fuori, ecco.
Diverso è il terzo disco, dove, spesso la carriera di un buon artista può essere sul limbo tra il salto verso una (più o meno moderata) notorietà o la delusione per l'inizio di un declino.
Non è mica facile continuare a scrivere ottimi dischi, è giusto dirlo.

Difficile dire se il terzo disco di Mike Hadreas, classe 84, di Seattle, sia un salto avanti o indietro. Forse uno scarto laterale.
Perchè, nonostante in rete se ne parli quasi ovunque in termini ottimi, Too Bright convince (purtroppo) a metà.
Quello che è certo che il terzo disco del nostro in arte Perfume Genius è quello con la tavolozza dei colori più ampia, strumentazioni che si aprono, elettronica che si inserisce ed un parziale, ma notevole, distacco da quell'intimismo voce - pianoforte che aveva caratterizzato sinora il suo percorso musicale.
Ovviamente gran parte del discorso, in questi casi sta in quanto lo scarto sia efficace.

E di cose buone, buonissime in Too Bright ce ne sono parecchie: le due ballate I Decline, in apertura e No Good, sono dirette eredi del passato e confermano (in particolare la seconda) lo straordinario talento compositivo del nostro ragazzo.
Così come riuscita è Queen, uno dei pezzi pop più belli dell'anno, con il suo incedere quasi tribale nel mezzo.
Ma forse si è invece calcata un pò troppo la mano in un trittico da va da My Body a Grid a I'm a Mother, dove la voce di Mike si espande in urla, distorsioni vocali, filtri industriali: nessun processo alle intenzioni ed alla voglia di sperimentare, ma i risultati sono così così.
Intendiamoci: buona parte dell'album è su ottimi livelli (da tenere in mente almeno la traccia che dà il titolo al disco) ed è innegabile la maturazione di un artista partito da un primo disco essenzialmente lo-fi, prodotto autonomamente.
La speranza è che rimanga, in futuro, l'apertura artistica, eliminando alcuni eccessi che un pò stonano, in un contesto così sensibile, perchè per il nostro Perfume Genius il futuro potrebbe essere davvero radioso.

martedì 30 settembre 2014

[Ascolti] Thom Yorke - Tomorrow's Modern Boxes


L'altro giorno, così per caso, come accade di tanto in tanto nell'universo Radiohead è uscito qualcosa.
Non il nuovo disco della band, ma il secondo solista a portare il nome di Thom Yorke.
Strano pensare a come tanti immaginino oggi il quintetto inglese come una creatura in dubbio divenire, quando è semplicemente in un momento di grande esuberanza creativa: per il batterista Phil Selway è in uscita in questi giorni il secondo disco a proprio nome, per Johnny Greenwood quest'anno una colonna sonora (Ineherent Vice, di Paul Thomas Anderson) e vari lavori orchestrali.
Per il nostro Yorke è recente l'avventura Atoms For Peace e ora questo nuovo disco, uscito con sobrietà: un messaggio sul sito, un torrent sbloccabile e un prezzo più che popolare (poco più di 4 euro e mezzo) per otto tracce a comporre un lungo ep (o un piccolo album).
Che ci dice cosa? Che ancora, Yorke è stregato dall'elettronica. Dalle pulsazioni, dalle convulsioni ritmiche di cui era in qualche modo strano progenitore (Idioteque è uno spartiacque datato ormai quattordici anni fa) e che ora mantiene in vita, anche se il periodo d'oro della dub step, del pulsare lento ed ossessivo, delle ritmiche sincopate, pare un attimo svanito.

Ma non per lui, che, diciamolo, fa onestamente ciò che gli piace e basta (e la proposta senza intermediazione è una risposta al modello Spotify da cui la band si è tolta qualche tempo fa, discussione su cui sarebbe interessante fare un'approfondimento).
E ci consegna così un piccolo Eraser parte seconda, meno intimista, non meno interessante.
Forse meno capace di rimanere nella mente, forse senza il motivo chiave, capace però di piacere: Interference, voce e piano è di antico splendore, il crescendo di The Mother Lode è un viaggio oscuro e appagante, la dolce ballante Truth Ray, attraversata da suoni al contrario (chi ha detto Life in a Glasshouse?) e la chiusura di Nose Grown Some, delicato affresco di mezzanotte su un talento destinato ad appoggiarsi in mille e più direzioni senza dimenticare di diventare, di tanto in tanto, magico come è sempre stato.

Pazienza dunque se There Is No Ice si perde un pò su sè stessa (ma quanto deve piacere a Yorke, ce lo si immagina a ballare a casa propria) così come a successiva Pink Section, che spezzano un pò il ritmo e forse, volendo si potevano tralasciare.
Perchè c'è comunque, in Tomorrow Modern Boxes l'essenza, a tratti, di quell'ottima musica che oggi è un battito elettronico, una voce tormentata ed affascinante, di tanto in tanto un pianoforte sommerso.
E tanto ci basta, un piccolo gradito regalo che vale i pochi euro che costa.





martedì 23 settembre 2014

[Ascolti] Alt-j - This Is All Yours


Due anni.
An Awesome Wave veniva dato alle stampe il 25 Maggio 2012; circa due anni prima dei primi vagiti di questo This Is All Yours, ingombrante seguito, a dire poco.
Perchè (come a quasi nessuno, in questi ultimi anni) all'allora quartetto inglese è bastato un esordio folgorante per essere, oggi, uno dei nomi di punta della scena musicale, apprezzati trasversalmente anche perchè difficilmente inquadrabili in un genere.
Perchè, per quanto si legga ovunque che "in fondo avevano ripreso quà e là" nel primo disco della band c'era una tale forza, varietà, presenza di idee, un serbatoio così traboccante di novità che doveva per forza andare così.
E quanto grande sia stato il salto sta nel ricordo live della band sulla nostra penisola: in prima posizione in un A Perfect Days, fatti suonare nel primo pomeriggio contemporaneamente all'apertura della fila (scelte intelligenti italiane) e quindi persi per gran parte del set da chiunque non fosse tra i primi a passare.
Poi, un tour di posti di piccola/media capienza (per me fu il Bronson di Ravenna) e infine l'annuncio di una data unica milanese, il prossimo febbraio, subito sold out e meritevole del trasferimento al Mediolanum Forum, dove tante band ben più navigate non possono ancora suonare e prezzi tra i 30 e i 36 euro, più prevendita (troppi, per la cronaca).

Nel mezzo, un lunghissimo tour, l'abbandono a inizio anno del bassista, Gwil Sainsbury.
Probabilmente, qualche screzio con la casa discografica, viste le esplicite dichiarazioni su "Left Hand Free" scritta in 20 minuti, per compiacere una etichetta preoccupata per l'assenza di un singolo orecchiabile nel disco.
Un piccolo divertimento che, in fondo, non è nemmeno così da buttare, nell'economia del disco.
Piazzato alla casella cinque, in una scaletta che un pò fatica a decollare.
Perchè, diciamolo: la sensazione è che Intro e Arrival in Nara siano entrambi due (discreti) brani d'apertura, solo che posti consecutivamente, un pò stonano.
Il primo, intrecci vocali e un finale orientaleggiante non dispiace, il secondo perde invece invece un pò di verve, lasciando per fortuna lo spazio al primo pezzo di valore: Nara.
Ecco, Nara è il pezzo che ti aspetti dagli Alt-j, partenze e ripartenze, crescendo, tastiere, un guizzo nel finale.
E fa apertura ad un trittico, chiuso dalla già citata Left Hands Free, che svela in mezzo Ever Other Freckle (casa discografica, non era un buon singolo questo?) intensa e dalle ritmiche spezzate.

Se leggendo, l'impressione è di un disco altalenante, è tutto giusto e si conferma lungo l'ascolto del resto: un intermezzo (Garden Of England) un'ennesimo brano, ben scritto ma altrettanto lento e dilatato (Choise Kingdom) e poi Hunger of The Pine, prima traccia svelata dalla band e, con il tempo dalla nostra possiamo dirlo, un buonissimo pezzo.
E di nuovo, un momento quasi folk (Warm Foothills) e un finale un pò in discesa: non male The Gospel of John Hurt, maluccio Pushes (impalpabile) discreta Bloodfllod parte 2 e non certo, se pensiamo a Taro, il finale di Leaving Nara.

Ho voluto, una volta tanto, descrivere l'intero ascolto per rendere quella sensazione di un disco che non è per niente da buttare (anzi, permangono momenti, passaggi, idee difficilmente riscontrabili altrove) e pure dà la sensazione di durare un pò troppo, di essere a volte leggermente monocorde.
Che forse avrebbe meritato una piccola sfoltita nella durata e un paio di mesi in più nella scrittura.
Un disco che sospende il giudizio: non li bocciamo, non li glorifichiamo.
Il prossimo passo sarà quello decisivo.

sabato 13 settembre 2014

The Leftlovers - Stagione 1


The Leftlovers è, prima ancora di tutto il resto, una serie anomala.
Programmata in estate, dalla sempre santa e venerabile Hbo che concede libertà a Damon Lindelof (probabilmente la vera mente dietro a Lost, di cui ha scritto personalmente ben 45 episodi e di cui ha tenuto, o cercato di mantenere, il timone fino alla fine) per adattare sullo schermo un libro di Tom Perotta, che partecipa attivamente alla scrittura.

Anomala perchè narra di persone, di storie, di reazioni.
Si spoglia di uno dei mantra di Lost, ovvero il mistero e la spiegazione dello stesso.
In questo senso è più vicino a The Walking Dead, che non indugia nel perchè sia avvenuta l'infezione nel mondo, ma ci racconta gli esiti sulla popolazione mondiale.

The Leftlovers ci racconta di ciò che succede dopo.
Dopo un giorno, di tre anni precedente all'inizio della narrazione, in cui è scomparso il due per cento della popolazione.
Non c'è motivo, spiegazione. Da un istante all'altro, un numero enorme di persone nel mondo è scomparso, svanito nel nulla.
Un qualcosa di così sottile, silenzioso, violento eppure senza sangue, dolore, lutto.
Non ci sono più.

Come accade per ogni dolore, ognuno dei protagonisti della piccola comunità di Mapleton, protagonista della serie, viene vissuto diversamente.
Negato, affrontato, combattuto, tentato di spiegare.
Si incrociano fede, ragione, piano di lettura diversi: la (tentata) razionalità di Kevin, la voglia di reagire di Matt, il doppio volto di Nora che ha perso tutti e continua la sua vita a dispetto di una sofferenza forse maggiore rispetto a chiunque altro portato dentro.
E poi, loro, certo: i Guilty Remnants, i colpevoli sopravvissuti, silenziosa setta che ha abolito la parola, si veste di bianco e ferisce costantemente la città nel tentativo di fermare quella voglia di andare avanti nonostante ciò che è successo.
No, loro, capitanati da Patti e da un misterioso ed organizzato piano che verrà svelato con chiarezza solo nell'ultimo episodio, vogliono fare affiorare il dolore, spingendosi verso una vita diversa.

Voler affrontare The Leftolovers in cerca di risposte, di trama e di adrenalina è sbagliato.
Cercarsi invece dentro le emozioni, le ferite, i dolori, la narrazione di personaggi e persone porta invece a ritrovarsi in alcuni dei migliori momenti della stagione televisiva.
Gli episodi dedicati a Matt e Nora e le ultime puntate, in particolare, regalano nuovamente quell'abilità di Lindeloft di tratteggiare persone mai in bianco e nero, proprio come in Lost (che in fondo la cosa che faceva meglio era quella, raccontare le persone).
Ognuno, positivo o negativo che sia, agisce secondo la propria sofferenza ed il proprio modo di affrontarla e Lindeloft lascia crescere e svilupparsi questo dolore spostando il focus della vicenda su diversi personaggi che poi si incrociano, svaniscono, ritornano, quasi mai protagonisti in prima linea, spesso protagonisti per un attimo, (di nuovo) proprio come in Lost.



 Sorretto, poi, magnificamente dalle musiche di Max Ritchter, che aggiunge non poco a lunghe scene di sguardi, azioni silenziose, disperazione e gioie, quando è capace di lasciarsi andare alla semplice narrazione dei sentimenti (e lo fa spesso, sempre di più man mano che la stagione prosegue) The Leftlovers è capace di essere, senza se e senza ma, una delle serie più sentite ed originali di questi anni.
Non incasellabile in un genere, non facile, raramente spezzata da momenti più leggeri, la serie ci consegna il dolore della perdità con rara sensibilità.
E sarebbe dunque un peccato non affrontare questi primi dieci episodi, in attesa della già annunciata seconda stagione.

mercoledì 10 settembre 2014

[Live Report] Perfume Genius @ Lokomotiv Club, Bologna


Non ho problemi a dire che io, di Mike Hadreas, fino a poco tempo fa, facciamo due mesi, non sapevo niente.
Forse a causa di qualche somiglianza, ancora da chiarire, avevo deciso con un certo impeto che Perfume Genius, di cui ogni tanto leggevo, era un progetto elettronico, di quelli da nome medio-basso in un cartellone da club. Perchè? Non è dato saperlo.
Ma la storia, che ci porta rapidamente in un ancora un pò sonnolento Lokomotiv in versione anteprima (anche per un pubblico sì presente, ma non certo da sold out), racconta di un qualche ascolto semi casuale (forse su Spotify) e della scoperta di un incredibile talento compositivo tra le mane di un giovane trentenne della provincia di Washingston, Stati Uniti.
Due dischi, il primo più low-fi, quasi da cameretta ma ben rappresentativo di una estrema sensibilità nello scrivere brani voce e piano delicati quanto, di tanto in tanto, indimenticabili.
Il secondo, conferma di un talento più sicuro che espande gli orizzonti musicali (e che regala, in una successione poco dopo la metà disco, con Dark Parts - All Waters - Hood, alcuni tra i momenti più belli di questi anni).
Il terzo, in arrivo verso fine mese, anticipato da una Queen  riuscitissima dal vivo che pare muovere il progetto in una direzione più ampia, elettronica e soprattutto più aperta.

Ma è difficile dire cosa passi per la testa a Mike.
Si potrebbe raccontare il concerto per le incertezze, le facce, le sfumature.
Qualcosa in divenire.
Così, un passato tormentato è nei brani più dolenti, dove la bocca si piega, gli occhi si chiudono, il volto increspa di una sofferenza tangibile, che pare di vederlo, Mike, in cameretta a sfogare qualcosa appoggiando i tasti su un pianoforte. D'altronde, le sue prime parole discografiche, di una Learning commovente e suonata a quattro mani sono chiare:

No one will answer your prayers / Until you take off that dress / No one will hear all your crying / Until you take your last breath / But you will learn / To mind me / And you will learn / To survive me

Solo che non c'è solo questo Perfume Genius (che pure, viene da dirlo, è il migliore, spontaneo, emozionante, emozionato). 
C'è anche quello che si alza in piedi, sorride un attimo, lascia un istante l'impegno di un concerto per svecchiarsi di qualche anno, pare poco più che ventenne, sul palco, a chiedersi come sia possibile che succeda davvero, di essere qui, a suonare, a cantare. Sorride, si muove, fa l'occhiolino al pubblico.



C'è una scaletta lunga per brani (una ventina, forse pure un pò lunga la coda) in cui protagonista è la voce del ragazzo, che emoziona, non per potenza ma per intensità.
E che pure, sembra a volte, essere ancora qualcosa di inconsapevole, indecisa se lasciarsi andare del tutto (All Water non è fino in fondo come su disco) eppure, in altri brani, ancora più potente, decisa.
Cosa possa diventare, domani, Perfume Genius, è difficile da dire.
Grid , secondo estratto dal nuovo album, spaventa un pò, ma la fiducia è d'obbligo per un artista che, oggi, ha nell'anima una rara sensibilità e che, qui, questa sera, per noi e qualche decina (o poche centinaia) di persone è stato una bella, emozionante, ora di musica.

lunedì 1 settembre 2014

[Ascolti] Interpol - El Pintor


Era difficile sperare.
Difficile immaginare che gli Interpol, in grado di dare alle stampe uno dei capolavori degli ultimi anni (Turn On The Bright Lights, anno di grazia 2002) potessero tornare con un buon disco.
Punto primo: praticamente nessuna di quelle band,  di quella ondata di inizio millennio, hanno resistito (bene) per più di un paio di album (e si, non ti voglio nominare, Kele, per ciò che stai facendo).
Punto due, l'assenza, per la prima volta di Carlos Dengler, che era il basso, strumento non certo dimenticabile nell'economia della band.
Punto tre, superiore agli altri, una discografia fatta di due grandi luci (si, Antics è un grandissimo disco), un buonissimo album (Our Love To Admire, almeno per metà degno del passato) e poi una caduta netta, quell'album omonimo uscito nel 2010, ad essere generosi poco più che ascoltabile.

Invece ce l'hanno fatta.
Una salutare pausa di quattro anni, qualche progetto parallelo (anche se non memorabile, vedi Julian Plenti, alter ego di Banks, cantante della band) ed eccoci qui.
Di nuovo nell'oscurità, stavolta più serrata, ostile, intensa.
Meno spazio, un suono più ruvido: questo è El Pintor.

Che parte bene, quello strano singolo All The Rage Back Home, che pare degno dello spleen del primo disco prima di partire lungo una serrata corsa di chitarra, basso e accelerazioni.
E poi Ancient Ways, qualcosa che vuole assomigliare a Slow Hands, il brano catchy, magari un pò fuori tempo massimo, ma non importa.
Perchè segue la gemma, My Desire, incroci di note, un viaggio nel passato ed esattamente a metà, minuto 2.27, inserisce la quinta e si libera nel primo momento memorabile degli Interpol dopo tanti anni, a ricordare quell'unione di strumenti (si, Sam Fogarino, aspettavamo la tua batteria da tempo).

E poi, si, è vero, il disco cala un pò (nemmeno tanto) una onesta Anywhere, la riuscita Same Town, New Story e siamo già oltre metà disco (il momento in cui i dubbi sono passati, gli Interpol sono di nuovo tra noi).

Pazienza allora per una fin troppo rumorosa Breaker 1, che pure prende slancio nel finale (e si chiude in uno strano sample di italica provenienza); grazie allora per Twice Is Hard, che sembra qualcosa di tenuto nel cassetto dai tempi di Turn on The Bright Lights.

No, non è un nuovo capolavoro.
Ma è un buonissimo disco e regala le soddisfazioni di ritrovare un vecchio amico che ricordavi ormai lontano e torna invece in grandissima forma.

mercoledì 27 agosto 2014

[Ascolti] Chet Faker - Built On Glass


Hai capito tu, l'Australia.
Paese splendido, meta di molti sogni (siano di vacanza o trasferimento per la vita).
E negli ultimi anni, piccola mecca musicale.
Non che non sia mai stata presente, anzi, nell'industria discografica (buttiamo lì, tra i nomi,  Nick Cave e Ac/Dc) ma la sensazione è che stia arrivando una piccola ondata.
Si tratti di pop ben confezionato (Gotye) di psichedelia (Tame Impala) o di un'intera scena, in gran parte legata ad un'etichetta, la Future Classic, che dopo avere lanciato Flume (a parere di di chi scrive, uno dei dischi da ricordare di questi anni) prosegue la sua indagine su ritmi elettronici e dintorni con il primo disco di Chet Faker.

Nome di battaglia di Nicholas James Murphy, classe 88, nato a Melbourne.
E già sentito in qualche ep, qualche collaborazione, qualche singolo (vedi di nuovo alla voce Flume, Left Alone, ad esempio).
E ora, con Built On Glass, protagonista per intero.

Non è un disco che subito impatta, non si stampa in mente.
Avvolge, lentamente. Non lontano dalla ricerca sonora di James Blake (Blush è quasi un omaggio nell'incipit) portatore però di un'estetica più soul, di un'eleganza più classica.
Il primo disco di Chet Faker è una più che gradevole esperienza sonora.
A volte perfetto anche per un grande pubblico (Talk Is Cheap o  ancor di più Gold), a volte sensuale (e quanto vicino al primo Tricky) con Melt, a volte invece abile a stendersi su frequenze maggiori (1998) e a mantenere con certa classe ritmiche adatte ad un ballo di media intensità.
Conosce la materia, il nostro Chet e firma un debutto di invidiabile coerenza artistica e sicurezza.
Intelligente la scaletta che pare pensata per una cronaca di un'ascesa, di una serata fuori, senza dimenticare la tranquillità del post.

Insomma: uno di quei dischi che ti paiono sempre belli, ma senza dovere aggiungere altro e che poi, in fondo, ascolti sempre un'altra volta ancora.

mercoledì 20 agosto 2014

[Ascolti] FKA Twigs - Lp1


Tahlilah Debrett Barnett. Un nome non esattamente esportabile.
FKA Twigs, una sigla di difficile comprensione.
Che invece è semplice: Formely Known As Twigs, precedentemente conosciuta come Twigs.
Che si tratti di una faccenda più complicata di altre volte è abbastanza evidente.

Perchè la nostra è in rampa di lancio da parecchi anni.
Nata in una di quelle cittadine troppo piccole per chi ha aspirazioni artistiche, figlia di nessuna patria (un padre jamaicano, una madre metà inglese e metà spagnola), una indole inizialmente dedita alla danza (e così ecco aprirsi le prime porte del mondo dello spettacolo, tra video, apparizioni televisive e qualche sessione fotografica).
Un paio di ep, dai programmatici titoli Ep1 e Ep2, ed eccoci, agosto di questa strana estate 2014, dove questo nome ruota un pò ovunque, festival, webzine, post nei social network.

Cosa è dunque FKA Twigs, cosa è dunque Lp1?
Forse non lo scossone dichiarato.
Forse, però è il germe di qualcosa di grande in futuro.

Perchè che ci sia in questo disco la capacità di tracciare alcuni sentieri in grado di lasciare tracce è evidente.
Scontato quanto vero riferirsi a Two Weeks, uno dei brani più belli di questi mesi e brano programmatico di questa miscela di di r'n'b, linee elettroniche vicine al dubstep più rallentato, melodie a seguire una voce quantomai particolare.

Lp1 suona come l'album solista di un qualche artista trip-hop degli anni novanta.
Solo, proiettato nel futuro. Rumori di sottofondo che si espandono lungo Pendolum, la delicatezza pop di Video Girl, istanti che paiono vicini al primo James Blake, quello degli Ep (Closer).

Forse un pò difficile nella sua interezza, forse un pò più autunnale rispetto alla data di uscita, probabilmente obbligato ad un ascolto su un impianto o cuffia in grado di restituire il profondo tappeto sonoro di bassi e percussioni di cui ogni brano è disseminato, la sensazione finale è di un grande talento e di momenti di luce quando evidenti da rendere obbligatorio il pronostico di un brillante futuro.


lunedì 11 agosto 2014

[Ascolti] Spoon - They Want My Soul


Appena inizia Rent I Pay, prima traccia di questo ottavo disco degli Spoon viene la voglia (notata in diverse recensioni sul web) di inserire, a priori, una piccola invettiva a favore di una band che più di altre (ben più) celebrate band ha scritto pagine importanti nella musica di questi anni.
Soprattutto, con una costanza qualitativa e di coerenza artistica rari in una band che, ridendo e scherzando si avvicina ai vent'anni di carriera.

Il motivo per cui il gruppo capitanato da Britt Daniel non ha raggiunto status da band di culto sta in un insieme di fattori: la mancanza del singolo decisivo, una genere che si presta più all'ascolto intelligente che al ballo o al coro da stadio, un'immagine inesistente o quasi al di fuori della band, un insieme insomma di anti personaggi da copertina.
Tutti fattori che hanno portato molti di noi, che scriviamo, e di voi, che leggete, ad amare gli Spoon e parlarne pure pochissimo.

Per me, poi, parliamo di una storia ancor più particolare.
Tolti i primi due concerti (Subsonica, un pò prima dei peli sulla barba) e del primo evento (Radiohead, a Ferrara, poco prima o dopo della maturità) il primo concerto, visto in solitaria, fu al glorioso Vox di Nonantola, che ospitava i rampanti Interpol; che si portavano dietro in tour questi misteriosi Spoon, che avevano appena dato alle stampe Gimme Fiction.
E per quanto mi piacerebbe raccontare di un amore istintivo, ammetto un pò di confusione di fronte a questa band (all'epoca ancora pensavo che le band di supporto fossero una perdita di tempo) e al suo rock indecifrabile.

Perchè, e siamo a They Want My Soul, è da ammettere che dietro la pure apparente semplicità del suono della band, c'è un complesso lavoro di intrecci, di chitarre, di ritmi alla batteria mai banali, di melodie che evolvono, si rincorrono, mutano.
E così anche un disco che all'interno del percorso della band si inserisce in un percorso di consolidamento (non è un momento di sperimentazione insomma) non si può non apprezzare la solarità del primo singolo "Do You" (in un mondo alternativo, una hit estiva), le leggere influenze elettroniche di "Outlier", la sfrontatezza di "Let Me Be Mine" che dura quasi troppo poco per quanto piace.
E soprattutto non si può non ammirare un'ennesimo album fatto di canzoni, dieci, per minuti, trentasette, in cui non vi sono cali di ispirazione, riempitivi, indecisioni.

Un pugno di brani, aperto, se n'è già parlato da Rent I Pay, che in trenta secondi circa inserisce, nell'ordine, batteria, chitarra, seconda chitarra e voce e fa capire, senza dubbio alcuni, che l'abbondante pausa (quattro anni e mezzo) dal precedente disco, non hanno tolto niente ad una delle migliori band contemporanee.
E che ancora una volta è un piacere ascoltare.

domenica 3 agosto 2014

[Live Report[ Franz Ferdinand + The Cribs @ Ferrara Sotto le Stelle


Qualche anno fa, per essere precisi nel 2008, in Piazza Castello c'erano i Franz Ferdinand, con l'apertura dei Cribs.
Il bis, ricordato dalla band, si consuma sei anni dopo.
Per chi scrive, una decina di metri più avanti ed altrettanti più a sinistra, dietro il medesimo sold-out.

Due storie diverse, quelle due band.
I Cribs hanno perso John Marr, pubblicato addirittura un greatest hits e si presentano sul palco con una certa energia e la medesima incertezza tecnica di un tempo.
Non è mai su questi lidi sbocciata la passione per la band di Wakefield, ma a sorprendere (in negativo) è ancora una volta il suono sporco, le voci traballanti, una presenza scenica incostante.
Si dica quello che si vuole, ma la pochezza tecnica della resa dal vivo della band è così evidente che diventa impossibile godere anche di quell'effetto concerto che mediamente rende piacevoli anche le band meno apprezzate.
Tutto uguale e tutto diverso invece per Alex Kapranos e soci.
Che ancora più di qualche anno fa, mettono in scena un sontuoso show fatto di singoli perfetti per una piazza gremita.
Una discografia che aiuta, un disco (Right Words, Right Thoughts, Right Action) suonato per sette decimi che non sfigura certo di fronte al passato e un frontman, Kapranos, ancora più padrone della situazione.

Perchè non si pensi che quello dei Franz Ferdinand sia solo mero divertimento.
C'è la scrittura, l'indovinare le melodie che si piantano in testa, il gusto pop, la capacità di leggere variazioni.
Ad esempio,quei momenti di rallentamento o ancora Outsiders, non più come in passato eseguita con i Cribs in aiuto alla batteria ma che diventa ora assolo a otto braccia della band, in uno spettacolare crescendo che chiude la prima parte del concerto.

Venti canzoni ed un'ora e mezza sembrano stavolta poco, sul serio, pure con la prevedibile quanto godibile chiusura con Goodbye Lovers And Friends a cui segue, da tradizione, una lunga versione di This Fire.
Perchè, se sei anni fa c'era stata la sorpresa di scoprire una perfetta macchina da palco in grado di incediare Piazza Castello, stavolta c'è la conferma e la maturità di una band la cui discografia è ancora senza macchie e che non ci si stanca, nemmeno alla terza volta, di vedere e ballare dal vivo.
Magari, ecco, la prossima volta con un gruppo spalla diverso.


Setlist

No You Girls 
The Dark of the Matinée 
Right Action 
Tell Her Tonight 
Evil Eye 
Do You Want To 
The Fallen 
Walk Away 
Stand on the Horizon 
Can't Stop Feeling 
Auf Achse 
Bullet 
Michael 
Take Me Out 
Love Illumination 
Ulysses 
Outsiders 

Fresh Strawberries 
Goodbye Lovers & Friends 
This Fire 

mercoledì 30 luglio 2014

[Ascolti] Kasabian - 48:13


Il fatto che io arrivi a scrivere questa recensione quasi due mesi dopo l'uscita del disco, è un chiaro indice di una diffidenza cresciuta col tempo. Se una persona che ami ti fa del male, per un pò cerchi di non vederla, non sentirla.
Uscendo dai drammi, qui siamo un pò in quella condizione, o meglio ad una sensazione rivelatasi corretta.
Fosse un grafico, i Kasabian sarebbero un punto alto (l'omonimo debutto) una retta costante (il particolare ma per molti versi riuscito Empire) e un'ulteriore crescita con West Ryder Pauper Lunatic Asylium. Quello era il momento della band di Leicester, la vetta creativa di una band che è riuscita ad inquadrare, almeno per un pò, una perfetta fusione tra rock, pop ed elettronica, azzeccando pure quei singoli capaci di imporre il nome in circuiti ben più estesi della sezione indie-rock in cui, giustamente, nel 2004 (l'anno dei Franz Ferdinand, per dire) furono inseriti.

Poi quel Velociraptor, acquistato in Scozia con una certa attesa durante una vacanza (usciva in quei giorni) che pure, sì, includeva ancora bei momenti, ma tradiva, per la prima volta un certo mestiere, una latitante creatività.
Onesto, ma nulla di più.
Per assurdo, poi, fu l'album di maggiore successo della band, secondo quei meccanismi imperscrutabili del mercato discografico (e non potevamo, noi Italiani, non essere in prima linea nell'appassionarci ad una band in apparente declino).

Rimanevano due possibilità. Che 48:13 fosse una nuova svolta, o la conferma di una discesa.
Facile intuire come il risultato sia il secondo.
Potranno essere anche un nome ormai mainstream (chi ha detto Muse alzi la mano) ma è innegabile che questo album che prende il nome dalla durata del disco sia nulla più di una fredda conferma di un mestiere che pure esiste, nel dare alle stampe un album che non mancherà di essere godibile, ma non aggiunge nulla alla carriera del gruppo.
Anzi, lascia in eredità qualche pezzo che pare una discreta bside degli esordi (Treat, pure uno degli episodi migliori), il consueto singolone da radio (Eez-Eh) che funziona solo in ottica da club inglese e non brilla certo di meriti propri; ben tre intermezzi  strumentali di sostanziale inutilità.
Funzionano poco i lenti, da sempre marchio di fabbrica della band tra le scariche elettriche della scaletta (Explodes è incerta e fuori fuoco) e soprattutto la sensazione è di un suono appiattito e molto meno coraggioso che in passato, che mira alla consueta epicità ma senza prendersi nessuno dei rischi che avevano regalato soddisfazioni nei dischi precedenti.
Così, più che la conclusiva, un pò beatlesiana S.P.S. ci si trova a dover più o meno salvare Bumbletees, prossimo singolo destinato a piacere al popolo di Virgin Radio, ma che a pensarci è un tornare indietro a quella LSF che ce li aveva fatti conoscere.
E non ci pensi ad un complimento.

Al prossimo album l'ardua sentenza, per capire se la band meriterà ancora tempo e spazio o un definitivo, amichevole, "ciao, è stato bello".



domenica 27 luglio 2014

[Live Report] Dente @ Bolognetti Rocks, Bologna




- Dai, tu che stai sbirciando in prima fila, dillo pure qual'è la prossima canzone in scaletta -
- Ma non vedo, sono miope! -
- Ops, ho fatto la gaffe. -

E' questo, il buon Dente.
Una totale assenza di filtri, un personaggio più che un cantante, almeno sul palco, che brano dopo brano annulla sempre la distanza tra pubblico e artista sul palco.

Lui interagisce, parla a vanvera, parla con senso, introduce le canzoni, si guarda intorno, colloquia con questo o quello e si viene a creare inevitabilmente quel senso di intimità, quale che sia il contesto, che rilassa e piace.
Un motivo sufficiente (oltre alla vicinanza geografica e all'ingresso ad offerta libera) per portarci un'ennesima volta ad un live del cantante, giunto nel frattempo al quinto album, forse per poco il meno ispirato nella scrittura e al contempo il migliore a livello strumentale.

L'Almanacco del giorno prima si comporta più che bene dal vivo, con la consueta band sul palco (chi ha detto il rosso alla batteria?) a dare vita al pop sognante e ironico di Dente che si districa tra interprete e showman.
Difficile capire fino in fondo se il nostro Giuseppe Peveri ci metta del mestiere o se sia così, naturale, assurdo personaggio, fatto sta che ci ha convinto una volta di più.
Perchè non bisogna dimenticare l'assoluta efficacia dei pezzi, pescati come al solito nell'ampia discografia e che ne narrano di sentimenti, storie, sensazioni.
Così, per quanto fosse l'ennesima volta, è stato ancora un piacere, buon vecchio Dente.


giovedì 24 luglio 2014

[Live Report] The National + Sam Fermin @ Ferrara Sotto le Stelle


Per una parte del concerto dei National, sono rimasto in (piacevole attesa) di QUEL momento.
Quello scatto d'intensità, quel qualcosa di speciale.
Non che mancasse niente, quando si parla di National si parla ormai di una band con cui si va sul sicuro: ci sono i pezzi, ci sono i suoni, c'è l'esecuzione che si concede sempre qualche sorpresa (in questo caso siamo al terzo brano, Ada, che sfuma in Chicago di Sufjan Stevens, omaggio ben gradito). C'è la classe.

Ma è abbastanza evidente che dopo la prima volta (stessa Piazza Castello, dopo una sontuosa apertura con i Beirut e in uno evidente stato di grazia) e la seconda (recente, frenetica, sporca nella tecnica quanto intensa nella performance quasi rabbiosa o forse estatica, forse alcolica del Primavera Sound di Barcellona) fino ai bis, c'è stata un pò aria di normalità.
Non si vuole scrivere di stanchezza, ma in un tour che segue da ormai un anno abbondante l'uscita di Trouble Will Find Me (e più di 120 date ad oggi) non può che esserci mestiere, piacere di suonare.
E poche parole, in fondo, se non l'inevitabile (ma crediamo onesto e sincero) omaggio alla location.
Almeno fino ai bis.

Ma non possiamo dimenticare, qualche ora prima, un'altra apertura degna di nota: Sam Fermin, nome abbastanza chiaccherato in questi mesi dopo il primo, interessante disco, mette in scena quarantacinque minuti interessanti, tra intimismo ed esplosioni sonore capaci di raccontare qualche frammento magari confuso e parecchi interessanti. I due inediti, già prontissimi per l'album in uscita nel 2015, convincono non poco e l'idea è che con qualche aggiustamento il nome possa diventare tra quelli che non sono più di spalla, ma che meritano uno spazio tutto loro nei cartelloni.

Tra la loro fine e QUEL momento, c'è una piazza con poco meno di tremila persone, nuvole scure in cielo e qualche goccia esitante che si nasconde subito.
E venti brani, a pescare da Alligator in poi, senza dimenticare About Today dall'ep Cherry Tree datato 2004, che prelude alla sempre inconfondibile, imponente Fake Empire (a parere di chi scrive, uno dei pezzi da ricordare di questi anni).
E, se si vuole, una menzione a quella batteria incredibile di Squalor Victoria, che diventa protagonista principale e ricorda l'abilità di Bryan Devendorf.

Poi, QUEL momento.
Primo passo, Santa Clara, brano bonus dell'edizione giapponese di Boxer, suonata finora 17 volte su 560 concerti presenti su setlist. Vedi alla voce: dolci chicche.
Secondo passo, Mr November e Matt che toglie il freno a mano, scende dal palco, scivola a sinistra, entra nella piazza, i tecnici e la gente a sorreggere il microfono (no, non a proteggerlo, non c'è tempo e forse modo) e la piazza che perde gli schemi, gruppi che si muovono, cantano, riprendono un brano che diventa urlo, in un percorso senza logica tra le ali di folla che fanno a gara per cantare il brano.
Terzo passo, Terrible Love, un brano strano, bellissimo, anche su disco quasi imperfetto nei suoni eppure perfetto melodicamente, che diventa apoteosi di suono, crescendo, intensità, persino pioggia nelle gocce che tornano più decise a fare capolino sulle ombre di luce del palco. Non interessa a nessuno.
Quarto ed ultimo passo, rito collettivo quanto atteso, scontato quanto memorabile, Vanderlyle Crybaby Geeks, come tre anni fa, la sola chitarra amplificata, il muro dii folla a cantare insieme alla band, uniti, con l'asta del microfono che diventa amplificatore della melodia, omaggio ai fans, apoteosi di un amore sbocciato anno dopo anno per questa grande band.

Tutti contenti, alla fine. Un'altra volta ancora.

domenica 13 luglio 2014

[Ascolti] Blood Orange - Cupid Deluxe


Ci voleva un viaggio in auto.
Perchè i dischi, in fondo sono così. Partoriti in momenti diversi, immaginati in contesti particolari, scivolano nelle orecchie a volte distratte a volte meno pronte a certe sonorità.
Il progetto Blood Orange, ad esempio, mi è passato davanti svariate volte senza particolare interesse.
Addirittura live, al Primavera Sound di Barcellona, in un gradevole ma apparentemente privo di sussulti concerto capace di lasciare un bel ricordo e nient'altro.
Ma poi arriva luglio, una sera, la voglia di sentire il disco a pieno volume, di lasciarlo respirare, stirarsi e librarsi nella sua miscela funky degna di un disco di altri tempi.
Così il progetto, l'ennesima vita di Devontè Ines, già dietro a Lightspeed Champion (dove si faceva del folk) e produttore d'eccezione, così questa incursione in tutt'altri territori diventa finalmente chiara.

E lo dice uno che, in fondo, questa miscela di sensualità mista tra Prince e Michael Jackson nemmeno lo ama particolarmente. Sempre sentito un pò lontano da queste ritmiche, questa attitudine black (che visti i nomi citati, potrebbe fare sorridere).

Ma fatto sta che Cupid Deluxe è in gran parte un gran album.
Solito alla voce, solido nelle ritmiche, solido nelle melodie, per un'idea musicale classica quanto avvolgente, fatta di groove, di sussurri, di voci femminili e maschili che si intrecciano, rincorrono, seducono.

Forse l'unico peccato è al treno emotivo dei primi sei brani segue una maggiore varietà stilistica nella seconda parte del disco. Che pure non c'è niente di male nell'hip-hop di Clipped On, solo si spezza leggermente una magia che era arrivata fino al brano sei, una emozionante e dilatata Chosen, a chiudere un ideale ep di quasi perfezione stilistica (si scelgano liberamente le preferenze tra le suggestioni pop dei singoloni Chamakay e You're Not Good Enough o la dolcezza di It Is What It Is).

Ma in fondo è solo un (leggerissimo) calo compensato dal gran finale di Time Will Tell, che suggella un disco che è un inno ad una certa estetica musicale e al talento musicale di questo Devontè Ines, che non si sa dove metterà mano in ogni successivo progetto, ma è arrivato con questo lavoro al primo grande, grandissimo disco della sua carriera.
 

giovedì 10 luglio 2014

[Ascolti] First Aid Kit - Stay Gold


Terzo disco per Johanna e Klara Soderberg, giovanissime sorelle nate in un sobborgo di Stoccolma.
E raro caso di reale talento uscito dalla rete, da una cover dei Fleet Foxes caricata su Youtube quando le due avevano la bellezza di 15 e 18, fino a questo disco della conferma (e ora, per la cronaca ne hanno 25 e 22).

Al terzo disco le First Aid Kit scelgono continuità e maturità.
Impostano dunque un nuovo disco che se soffre di qualcosa è del sole estivo che ci avvolge (o dovrebbe, visto che attualmente c'è più pioggia che altro fuori dalla stanza).
Per il resto contiene una manciata di belle composizioni tra pop e folk, in cui le voce si avvicendano o uniscono, la strumentazione pare leggermente più ampia del passato e il ritmo sta tra il medio e il lento.
Non possono così non spiccare My Silver Lining e l'omonima Stay Gold, dal sapore di piccoli classici, così come la dolce Waitress Song (quasi un gioco di vecchio country attualizzato).
E come nel precedente disco (con la deliziosa King of The World, in compagnia di Bright Eyes) c'è spazio per un brano più energico poco prima della conclusione. Heaven Know è brillante e si immagina già come uno dei momenti più divertenti di un'ipotetico quanto desiderato live.
Tutto è resto è dolcezza e ballate,
Un disco da ascoltare parecchio, quando le foglie inizieranno a cadere.

martedì 1 luglio 2014

[Live Report] M Ward @ Hana - Bi, Marina di Ravenna


Non ci sono molti posti al mondo dove, poco prima di un concerto, lo staff distribuisce alcuni panni per stendersi a terra. Specie se sei in spiaggia, una fresca sera estiva, un apparentemente anonimo lunedì: non per tutti però, perchè c'è un discreto pubblico venuto a vedere un non così frequente live di M Ward.

Che non sarà un nome di grido, ma inizia a mettersi in tasca quindici anni abbondanti di carriera, otto album solisti di crescente successo, la felice collaborazione con Zooey Deschanel per il progetto She & Him (la notizia fresca è che il quarto disco è in arrivo in autunno), la partecipazione al progetto Monsters of Folk e le collaborazioni, svariate, da Cat Power a Bright Eyes a Beth Orton.

C'è materiale, insomma da scoprire, in questo particolare soggetto che si presenta poco dopo le dieci, di fronte ad un felicemente rilassato pubblico per un live solista di un'ora abbondante.

Dove il nostro Matthew Stephan Ward ripercorre una carriera, consegna un paio di cover (una è di Daniel Johnston) e prova qualche brano nuovo.
Un piccolo tour sperimentale, di quelli che probabilmente più piacciono agli artisti, liberi di suonare ciò che vogliono.

E Ward mette in piedi un convincente live, intimo, ricco di abilità con la chitarra e qualche ottimo momento, comprese Primitive Girl e I Get Ideas dall'ultimo più che discreto album, A Wasteland Companion.

Location e attitudine perfette per una bella serata, insomma.


giovedì 19 giugno 2014

[Ascolti] Chromeo - White Woman


Ogni tanto arriva e c'è poco da nascondersi.
Arriva il disco furbo, intelligente, divertente. Paraculo, se si vuole.
Sarà il momento storico, sarà un'improvvisa ispirazione, sarà la combinazione astrale, fatto sta che David e Patrick, in arte Dave 1 e P-Tugg, improbabile duo canadese unito sotto la sigla Chromeo ha fatto centro. Al quarto album di una carriera finora nella media.
E White Woman è il disco che dovremmo e ascolteremo a lungo questa estate.
Un album che nei momenti ispirati indovina il singolo Jealous (semplicemente perfetto) ospira Toro Y Moy per la riuscita Come Alive, piazza la divertentissima Sexy Socialite (qualcosa a metà tra Fujiya & Mijagi e i Daft Punk) che si conclude una una lunga, inappropriata e per questo riuscita coda tra vocoder e chitarre a stendersi sul motivo principale.

Non si prende sul serio, ma alla fine il duo sbaglio poco e niente: un pò inutile l'intermezzo con il grande nome (Ezra dei Vampire Weekend), ma per il resto la miscela elettro-funk-pop funziona, non scende mai di ritmo, regala un'oretta scarsa di musica che ha il pregio di non calcare mai troppo i ritmi.

Per i viaggi verso il mare, questa estate, insomma, il consiglio è di dirigersi sui Chromeo.

mercoledì 18 giugno 2014

[Live Report] Pains of Being Pure At Heart + Fear Of Men @ Hana-Bi, Ravenna

C'è una nicchia, un sottogenere di amanti di un genere chiamato indie-pop.
Io non l'ho mai capito bene, eppure ci fanno i festival, i raduni, insomma esiste un piccolo movimento di cultori di questo suono, melodico, allegro, apparentemente semplice ma spesso più elaborato, di composizioni musicali.
Ora: questa corsa alla categorizzazione, al movimento, alla nicchia è quanto di più distante dalla realtà di chi scrive.
E' però vero che due esponenti di questo indie-pop, i primi ad una certa ribalta, i secondi al lavoro su in difficile consolidamento, suonano questa sera all'Hana-Bi di Marina di Ravenna.
Hana-Bi vuol dire spiaggia, mare, relax e starbene e per chi scrive vuol dire averci fatto la festa di Matrimonio e averci visto il primo concerto nella splendida location, se ben ricordo, nel lontano 2008 o 2009 con i Pains of Being Pure At Heart.
Serata piovosa, gruppo girato verso l'interno e non verso la spiaggia, band in rampa di lancio, pareva per un grande successo con il primo, omonimo album che raggiungeva una certa area di interesse allargato.
Qualche anno dopo, il botto non c'è stato.
Quello che è successo è stato un secondo (valido) album e una band mezza disgregata, presentatasi al terzo album, Days of Abandon, uscito lo scorso mese (più che gradevole) con una line up rinnovata e ancora stretta sulla leadership di Kip Bergan, vera mente del gruppo.

E quello che viene suonato è un live ancora una volta onesto, fresco, divertente.
No, non perfetto, ancora incapace di poter affrontare palchi enormi.
Ma sincero. Kip racconta (non una frase di rito, una verità) di essere nel suo posto preferito al mondo dove suonare. Racconta storie di vita, imbastisce una scaletta che non dimentica il passato e presenta il disco nuovo, la cui continuità sonora, dal vivo, è totale.
E quindi diverte i (non una folla ammettiamolo) presenti, compresa la frangia del fan ossessivi, quattro o cinque elementi in primissima fila ad aiazzare la folla sui battimani e i pezzi più noti.
Senza farsi mancare un paio di momenti voce e chitarra, senza dimenticare il brano destinato a rimanere il marchio di fabbrica, Young Adult Fiction.


Divertono anche i Fear of Men, in apertura.
Al primo disco, la cui cantante Jessica Weiss è stata anche la voce femminile dei Pains, il trio si esibisce in una convincente riproposizione del loro Loom, tra le sorprese più chiaccherate del momento.
Una bella voce, alcune convincenti melodie, una interessante e sempre varia sezione ritmica ci fanno augurare un bel futuro per la band.
In quel lontano primo concerto di cui si parlava, a fare da spalla ai Pains of Being Pure At Heart furono tre rampante ragazze chiamate Vivian Girls: che sia un auspicio anche per i Fear of Men.


giovedì 5 giugno 2014

[Report] Primavera Sound 2014 - Giorno 3


Il terzo giorno è quello in cui ormai, il Forum di Barcellona suona come casa.
Qualche giro in centro e poi si inizia per l'ultima giornata, il fisico un pò ne risente ma non ci si fa mancare nulla.

E si parte dagli Islands (7) che illuminano l'inizio di giornata con il loro gradevole pop scanzonato, in qualche caso non lontano dai suoni dei Vampire Weekend. Un frontman con un rapporto particolare con il microfono e una bella attitudine ce li fanno promuovere, senza se e senza ma.
Così come gli Spoon (7).

La band americana, ferma nella discografia da ormai quattro anni, sceglie di ricominciare a dare segni di sè con alcune date che preludono all'ottavo album. Premiati dall'organizzazione con uno dei palchi principali, offrono una buonissima performance del loro indie-rock solido e intelligente. Come su disco, non sono la band da effetti speciali, ma sanno scrivere e portare sul palco una serie di piccole gemme che si meritano il numero pubblico accorso.
Un'altra band che potrebbe sembrare avere ricevuto un palco più grande del pubblico potenziale sono i Volcano Choir (9). Che diciamolo, non avessero vissuto tra i due propri dischi l'esplosione di quella stella chiamata Bon Iver, non avrebbero ricevuto tanta attenzione.

Detto questo, sorprendono e convincono. Se il primo disco era così così e il secondo un progetto interessante ma non rivoluzionario, dal vivo portano energia, un muro di suono, una grande abilità tecnica e pure un paio di convincenti brani inediti che mostrano una creatura sempre più viva. La sensazione è che siano in rampa di lancio e il muro sonoro, spesso vicinissimo ad un'estetica post rock, coniugata alla presenza (tra voce propria e intense sperimentazioni) di Justin Vernon lascia la certezza di avere assistito ad uno dei migliori live del festival.

Ci giriamo, dall'altro lato suona una delle proposte più eclettiche della line up del Primavera 2014: Kendric Lamar (7 1/2). Ne ascoltiamo una mezzoretta, da persone abbastanza esterne al mondo dell'hip hop, ma questo non impedisce di apprezzare un live energico, suonato, con un vastissimo e coinvolto pubblico esaltato dai bassi incredibili che pompa l'Heineken Stage. Onore al merito.

Meno bene i Blood Orange (6) sul palco Pitchfork, ma la colpa è verosimilmente la proposta musicale, un pò monocorde che non fa scoccare la scintilla nonostante non manchi l'impegno: Devontè Hynes pare il giusto incrocio tra Prince e Micheal Jackson. E' solo tutto un pò troppo morbido.

E allora il finale va ai Chromeo (7) che al quarto disco in carriera improvvisamente sono arrivati al successo. Sarà il brillante singolo Jealous, sarà il momento storico, fatto sta che siamo tutti lì sotto, al palco RayBan, a goderne di un live tanto sbruffone quanto autoironico, con due tastiere che poggiano su due gambe al femminile e una attitudine che tiene i battiti al ritmo giusto, nè troppo lento nè troppo veloce. Si finisce proprio con il singolone del momento ed è anche il nostro addio al Festival.

Come si diceva all'inizio, una bellissima esperienza.
Vivibile, godibile, con una line up sconfinata in grado di soddisfare praticamente qualunque palato e le più diverse tipologie di live, dall'intimo alle grandi platee.
Complimenti agli organizzatori.

[Live Report] Dear Reader @ Clandestino, Faenza

Il Clandestino, a Faenza, è un posto strano. Da fuori, pare un bar. Un lungo tavolo, sulla sinistra, ne suggerisce chiaramente l'i...