lunedì 25 novembre 2013

[Ascolti] Moderat - I I


Non sono i molti i dischi di elettronica (perlomeno pura, non contaminazioni) finiti recensiti in questo blog, o semplicemente ascoltati, come piace da queste parti, lontani dalle gelide polemiche del web.
Materia meno conosciuta di altre e per quanto le sonorità più ballabili piacciano, spesso un intero disco è un pò indigesto a chi scrive.
Non è un mettere le mani avanti, anzi, ma un dare onore al merito al secondo disco nato dalla collaborazione tra Apparat (Sasha Ring, Berlino) e il duo Modesektor (Gernot Bronsert e Sebastian Szary, anche qui Berlino).
Disco che diciamolo subito si muove su territori spesso sensuali e interessanti.
Dalla perla techno-pop (si può dire) di Bad Kingdom, primo singolo, basso acido in prima scena e un ottimo cantato a piantarsi in mente, si stendono undici tracce tra lo strumentale e non capaci di affascinare ascolto dopo ascolto.
La delicata Let In The Light, una intensa Theraphy capace di muoversi su ritmiche spezzate di grande impatto, una Gita dalle forti influeze hip-hop, il lungo viaggio di Milk, dieci minuti a ricordare un pò Star Guitar dei Chemical Brothers: questi sono i vertici maggiori di un disco che ha la capacità di essere fortemente ritmico quanto intensamente melodico.
Se si tratta di un raro caso di comunione di intenti tra due entità musicali (e tre artisti) è ambizioso da dire ma perfettamente in linea con il risultato, piuttosto buono.
Insomma, promosso: uno dei dischi da ricordare quest'anno.

venerdì 22 novembre 2013

[Ascolti] Jake Bugg - Sangri La



Si potrebbe, volendo, rinfacciare l'uscita di questo disco, a Jake Bugg.
Nel senso temporale, perchè l'esordio del giovanissimo ragazzo di Nottingham (ancora 19 anni) è avvenuto un annetto fa, con tante attese intorno, parecchio successo e numerose partecipazioni a festival e live di un certo livello.
Si potrebbe dunque pensare che avendo 18 o 19 anni sarebbe cosa buona e giusta riprendere fiato, abituarsi ad un ingresso così precoce (e dalla porta principale) a certi palcoscenici.
Una certa attenzione a non bruciarsi, insomma.

Invece tra un tour e l'altro il nostro ragazzo butta giù altre dodici tracce e la fa uscire.
E qua diciamo, ancora prima del giudizio, che è una scelta apprezzabile, quella di scrivere subito un altro disco.
La bulimia creativa dei diciotto o venti anni non è un fenomeno inusuale (chi si ricorda di Bright Eyes, uno che a vent'anni aveva già avuto tre gruppi, scritto due album e svariate cassette poi raccolte in un terzo?) e la sincerità del disco ne prova la totale innocenza.

E', infatti, semplicemente un altro disco di canzoni, questo Sangri-La.
Mediamente riuscito, piuttosto piacevole, non sconvolgente.

Ma capace di aprirsi più che bene con There's a Beast And We All Feed It, capace di ricordare (è un complimento) Lighting Bolt, primo gioiellino scritto da Bugg.
E di proseguire (tendenza a maggiore elettricità rispetto all'esordio confermata) Slumville Sunrise, potente e in grado di sviscerare tutta l'abilità alla chitarra del cantante.
La prima fermata su ritmi lenti è una delle migliori, con Me And You (chi ha detto anni sessanta, vinile e hippie?) a rassicurarci definitivamente di un disco non scritto di fretta ma anzi di una capacità autoriale immutata se non leggermente accresciuta.
Le sonorità sono sempre quelle di un cantautorato sporcato di country, ora maggiormente folk, ora più rock.

C'è, infine, più band, in questo disco, come dimostra la più che riuscita (siamo in fondo) Simple Pleasure, brano insolitamente più lungo e complesso che fa pensare (e' un auspicio) ad uno spettro musicale e vocale pronto ad espandersi ulteriormente in un prossimo futuro.

Insomma, Jake Bugg, è il secondo centro e la capacità di scrivere c'è tutta.
Il futuro è lì davanti.


lunedì 18 novembre 2013

[Visioni] Serie Tv: Masters of Sex



Curioso che Showtime sia riuscita a confezionare il suo prodotto più pulito ed impeccabile con Masters Of Sex.
Il network americano, infatti, aspira da sempre agli onori meritati da Hbo, per le sue serie tv.
E non è che a Showtime siano mancati i successi: tutt'altro, se si pensa a Homeland, Californication, Dexter, I Tudors, Shameless, The Big C.
Però, escludendo gli ultimi due citati (il primo ancora in forma, il secondo da poco concluso) in molti casi il tratto distintivo delle serie del canale era quello dell'esagerazione, della ripetizione, delle grandi idee che stagione dopo stagione si perdevano, della violenza e della sessualità esibite come marchio più che come tematica.
Insomma, diciamolo in altre parole, l'idea che Showtime facesse Masters of Sex, ovvero la storia di Masters And Johnson, pionieri della ricerca sulla sessualità umana, poteva facilmente fare presupporre il rischio di tanti corpi svestiti ed una certa superficialità nella trama.
Che invece è la storia dell'abbattimento di molti tabù, dell'unica parte della fisiologia umana poco studiata fino al dopoguerra, della difficoltà di un approccio inevitabilmente particolare.
Perchè per studiare il sesso, in maniera scientifica, s'intende, ci sono voluti i volontari, le misurazioni, gli esperimenti.
E se per tutte le altre componenti umane non ci si è mai posti dubbi morali, su questo argomento miti e resistenze si sono sprecati (con la motivazione di base che per studiare questo aspetto sia necessaria quella certa perversione del guardare o curiosare nell'intimità altrui).

Questo era l'obiettivo della serie e, poco dopo la metà della prima stagione si può azzardare un giudizio più che positivo.
Master of Sex si cala agevolmente negli  anni cinquanta, costruisce un protagonista (Williams Masters) dalle grandi intuizioni e abilità mediche quanto dalle enorme problematiche di relazione personali, un uomo che pare rifugiato nella scienza per non affrontare la (propria) realtà.
Dopo una grande carriera come ginecologo, arriva a cercare di iniziare un percorso a cui è da sempre interessato, lo studio della sessualità.
Trova in Virginia Johnson una segretaria (prima) e una collega (poi) capace di guardare con mente aperta, con dedizione e occhio esperto alle tematiche da affrontare.
E piano piano trova soprattutto una mente affine, al contrario di Libby, la moglie, con cui vive fondamentalmente un matrimonio teso e inquieto per la mancanza di un figlio.

Che sia un caso o meno, il fatto che a scrivere la serie sia una donna ci consegna due grandi figure femminili, da Libby (in qualche modo una perfetta moglie, con la morale degli anni cinquanta) fino e soprattutto a Virginia (una meravigliosa Lizzy Caplan), capace di essere donna, madre, ex moglie e via via sempre più esperta di sessuologia, con dignità senza pari in tutti questi ruoli.

Ed è qui il merito della serie: l'avvio delle sperimentazioni, la vita quotidiana dei protagonisti e degli personaggi di contorno, il ritmo lento e rilassato, l'analisi dell'amore e della passione senza dare mai la sensazione di una esibizione di corpi vestiti (e non), la capacità di osservare la sessualità (repressa, eterosessuale, omosessuale, giovanile e in età matura) a trecentosessanta gradi, con garbo e intelligenza.
L'ottima chimica dei due protagonisti è quindi solo la ciliegina sulla torta di un'ottima (fino ad ora) stagione, in pieno stile drama (e non come si diceva spesso accade in Showtime e cioè Dramedy).
Forse, la migliore nuova serie della stagione (insieme ad un sorprendente e molto divertito Sleepy Hollow).


giovedì 14 novembre 2013

[Ascolti] London Grammar - If You Wait



Di tanto in tanto, arrivano quei dischi.
Che, s'intende, non rivoluzionano nulla.
Ma semplicemente sono delle gemme.
E' questa l'immediata sensazione che si prova con If You Wait, primo disco dei London Grammar, trio londinese che pure suona insieme dal 2009.
Non un anno a caso: nel 2009, a Londra e dintorni escono due esordi destinati a lasciare il segno.
Il primo è un quartetto giovanissimo, gli XX, il secondo è quello di Florence And The Machine.
Sia il caso (o no) ma questi altrettanto giovani ragazzi si permettono di assimilare entrambe le lezioni ed mischiarle in undici brani uno più bello dell'altro.

Difficile non notare, di primo impatto, la voce di lei, Hannah Reid, imponente, profondissima, cosi vicina alla ben più famosa rossa inflese già citata.
Sotto, elementi di minimalismo sonoro, un tappeto che si stende ad accompagnare, esaltare, approfondire.
La ritmica spesso in odore di trip-hop, alcune orchestrazioni ad ampliare i momenti più intensi, regalando di frequente crescendo emotivi che ricordano un altro gruppo dalle simili sonorità, un altro esordio di questo 2013, ovvero i Daughter (che curiosamente chiamano il disco If You Leave).

Insomma tutto bene?
In buona sostanza si.
Come non innamorarsi all'istante dei due singoli Strong e  (in particolare) Wasting My Young Hears?.
O dell'elegantissima cover di Nightcall (Kavinsky, dalla ormai di culto colonna sonora di Drive) che mostra una già insospettabile capacità di fare proprio un brano ben diverso e renderlo in linea con un album che è ben prodotto, privo di riempitivi e piace al primo ascolto, senza se e senza ma.

Per cui un applauso, un arrivederci a prestissimo dal vivo e una lunga carriera, se queste sono le premesse.

domenica 10 novembre 2013

[Ascolti] Half Moon Run - Dark Eyes


Un quartetto canadese alla lenta conquista del mondo.
Titolo forse esagerato, anzi sicuramente esagerato ma indicativo di una promessa importante per il futuro.
Perchè il Canada sta da anni regalando parecchie soddisfazioni musicali e l'ultima in ordine cronologico è quella degli Half Moon Run, band nata un pò casualmente, da qualche annuncio su Craiglist, che dopo vari assestamente pare avere trovato la propria idea musicale, dando alle stampe il proprio esordio.

E Dark Eyes è un disco bello.
Una specie di onesto e emozionante incrocio tra le armonie vocali dei Fleet Foxes e l'approccio ad un complesso rock vicino (specie nelle sezione ritmica) ai Local Natives, si dispiega lungo undici brani di elevata qualità, dove è difficile scegliere un momento migliore (ed è un complimento, specie per un esordio).
Non male ad esempio Judgement, un brano che riusciva, per chi se li ricorda, ai primi Starsailor, un mezzo classico Full Circle, brano di discreto successo sul web grazie anche ad un paio di pubblicità, intensa e riuscita No More Losing At War, dove c'è tanto brit-pop degli anni novanta.
Influenze disparate è vero, ma se (è chiaro) non c'è nessuna rivoluzione stilistica in Dark Eyes, non si può negare agli Half Moon Run la riuscita di un buonissimo pugno di canzoni.
Da tenere nel radar.

sabato 2 novembre 2013

[Ascolti] Arcade Fire - Reflektor



Tra le cose che ricorderemo (musicalmente, s'intende) di questo inizio di millennio, ci sarà la parabola degli Arcade Fire.
Una storia finora così pura.
Un esordio sentito ed emozionante (vogliamo chiamarlo capolavoro, certo) un successo di puro passaparola, che ha portato il disco dalle poche copie stampate in Canada alla distribuzione mondiale.
Se ne parlò letteralmente per mesi.
Le conferme di Neon Bible (il disco intimista, la conferma del talento melodico e corale) e The Suburbs (il primo tentativo di diventare band rock a tutto tondo, un suono capace di allargarsi in più direzioni) hanno portato ad una espansione di pubblico impensabile.
Così siamo ad oggi, dove Reflektor ha seguito la stessa storia mediatica del disco dei Daft Punk: l'attesa collettiva, i singoli estratti, concerti sotto mentite spoglie in patria, informazioni costanti capaci di generare un'attesa spasmodica.

Poi Reflektor si è rivelato.
Due i temi fondamentali di cui si parla (e sono in realtà lo stesso): la collaborazione in cabina di produzione di James Murphy (Lcd Soundsystem) e il viaggio del gruppo nella terra nativa di Reginè, Haiti, facendo nascere la voglia di un disco ritmico.

Ma prima ancora del "disco ballabile" della band canadese, bisogna premettere che il disco è molto di più.
Un doppio album, settanta abbondanti minuti di musica in cui la band, lo diciamo da subito, devia dalla sua traiettoria standard e segna il suo quarto centro consecutivo.
Perchè Reflektor, ascolto dopo ascolto, si dimostra disco solido, intenso, diverso eppure profondamente arcadefireiano.

Il primo disco, che si potrebbe chiamare quello della disco-rock band.
Parte in quinta, con Reflektor, primo singolo che odora di suono Dfa in ogni poro, traccia lunga, lunghissima, sette minuti e mezzo di esplorazioni disco, che pensi sia (come si è detto) un pò troppo allungata fino a che (minuto 5.25) si esibisce in una melodia che ti si pianta in mente in tre secondi e finisce in un epico finale che non vediamo l'ora di sentire dal vivo.
Poi: We Exist, dove si introduce l'elemento che non ti aspetti: la componente rock.
We Exist è chitarre e un basso profondissimo in sottofondo e compone un mini ciclo (non cronologico) registrato con pure sonorità da live band che comprende Normal Person (forse il brano più aggressivo mai scritto dalla band) e You Already Know, divertito brano quasi sixties, che segue subito dopo.
Poi ci sono le suggestioni: Here Comes The Time (Caraibi e Vampire Weekend protagonisti, tra i picchi del disco) la psichedelia di FlashBulb Eyes e l'ultimo brano, Joan Of Arc, cavalcata dove sentiamo finalmente Regine in parte alla voce e che conclude ad altissimo livello il primo disco.

Se sembra che ne stiamo parlando bene, aggiungiamo che è il secondo disco a fare il salto di qualità.
Quattro brani filati a stordire le orecchie di puro piacere: Awful Sound si accende minuto dopo minuto di quella intensità drammatica propria della band, It's Never Over riporta la coralità della band in primo piano (qualcosa di No Cars Go), Porno è un originalissimo e divertito gioco di sintetizzatori anni ottanta su cui Win Butler canta bene come forse non gli era mai riuscito.
E poi, infine Afterlife, che è il regalo finale della band, il brano capace di chiudere il cerchio, puri Arcade Fire, un brano che speri solo non finisca, inserendo ritmo, coralità e melodie, frullati in sei minuti in cui, giunti (quasi) a fine disco, pensi che si, è un altro capolavoro.

Sulla lenta e dilatata Supersimmetry, brano che sfuma in bordate di suoni elettronici finisce l'ascolto.

In conclusione (siamo già stati prolissi) Reflektor è il coraggioso passo in avanti di una band capace (ce ne stupiamo nuovamente) di affrontare qualsiasi ispirazione e idea musicale, riuscendo a mantenere quell'intensità, quel talento melodico che hanno reso la band un prodigio unico e (al quarto album è ora di dirlo) una delle band più memorabili degli ultimi anni.
Non resta che l'appuntamento live.

[Live Report] Dear Reader @ Clandestino, Faenza

Il Clandestino, a Faenza, è un posto strano. Da fuori, pare un bar. Un lungo tavolo, sulla sinistra, ne suggerisce chiaramente l'i...