lunedì 30 settembre 2013

[Ascolti] Mgmt - Mgmt


Se un gruppo è capace di farti cambiare idea tre volte, allora il giudizio è difficile.
In poche parole, è nel 2007 che due ragazzi (Benjamin Goldwasser e Andrew Vanwyngarden) esordiscono, su una (giornalisticamente) apparente scia vicino alla nuova psichedelia americana, all'epoca capitanata dagli Animal Collective, con un disco: Orange Spectacular.
E quel disco ha una particolarità, di contenere un paio tra i singoli più illuminanti degli ultimi anni, Time To Pretend e (in particolare) Kids.
Instant Classic che ci si porterà dietro in ogni (buon) djset alternativo che si rispetti.
E' sulla base di quel successo che avviene un primo shock quando arriva il momento (2010) di Congratulation, disco che si svincola agilmente da ogni tentativo di successo commerciale, facendo più chiara la vera natura del duo del Connecticut.
Un disco che, diciamolo, è tra i più interessanti degli ultimi anni, muovendosi agilmente tra pop, rock, psichedelia, idee coraggiose quanto riuscite.
E per qualche motivo (non c'era da sperarlo) i consensi di critica e pubblico non diminuiscono (anzi le vendite aumentano leggermente).
Ora i nostri due ragazzi arrivano al vero momento difficile di ogni carriera discografica: il terzo disco.
Ormai trentenni, si giocano il titolo omonimo, che quasi sempre sta a dire "ecco il vero e definitivo suono della band".
Anticipato dal mediamente divertito e divertito singolo Your Life is a Lie, Mgmt è un disco che profuma enormemente di anni settanta, difficile (più dei dischi precedenti ancora) da assimilare e che assomiglia ad una jam session aperta, piena di idee, purtroppo però non sempre compiute.
Se si diceva del singolo, se si parla di una affascinante Introspection (dove siamo negli anni settanta, punto e basta ed infatti è una cover) o Plenty of Girls in The Sea, se si rimane a questi momenti, si ha l'impressione di una fotografia a fuoco, magari estrosa, magari non capace di raccogliere consensi unanimi, ma indubbiamente talentuosa.
Se invece ci si sofferma su altri esperimenti, come Astro-Manchy o I Life You Too, Death (purtroppo una di seguito all'altra) non si può che pensare che valeva la pena di soffermarsi su tempi maggiori e scartare qualcosa, per ritrovare la coesione dell'album precedente, qualitativamente tutto di altissimo livello.
Ma mettiamola così: se le idee non mancano e il desiderio di facile successo è definitivamente archiviato, viene da pensare che ci sia ancora spazio per un grande disco da parte dalla band.

giovedì 26 settembre 2013

[Ascolti] Kings Of Leon - Mechanical Bull


La storia (discografica) dei Kings of Leon pare quella di chi prende la patente.
Prova in incognito, esordisce sulle strade, inizia con un discreto timore e poi inizia a divertirsi davvero.
Ecco, Aka Shake Heartbreak era quel momento in cui abbiamo vent'anni, ci sentiamo sicuri di guidare e giriamo per le strade, leggermente (o un pò più di leggermente) sopra il limite, affrontando le curve in orari notturni o verso l'alba.
Insomma, un disco magari non storico ma piacevolissimo e soprattutto pieno di piccole grandi intuizioni.

Mechanical Bull invece è (un'altra) normalità.
E' il guidare di un trentenne che va solo al lavoro o a fare la spesa.
Guida con sicurezza, conosce ogni stratagemma, sa parcheggiare alla grande.
Ma manca il brivido.
Il sesto disco dei Kings Of Leon è, come i due precedenti (quelli di maggior successo, non a caso?) un raffinato prodotto di garage-rock, che viaggia tra i settanta e i gli ottanta orari, che riesce tanto a non avere pezzi disprezzabili (merito anche di una produzione al solito impeccabile) quando a non lasciarne in mente nemmeno uno dopo ripetuti ascolti (un più per Family Tree, se si deve).

Inutile pontificare, comunque, perchè il gruppo di Nashville (e curiosamente giunto tardi al successo in patria) riceveranno l'ennesimo attestato di stima da parte di un pubblico che ormai è quello dei palazzetti e delle grandi occasioni.
A qualcuno potrebbe bastare, per chi scrive è l'ennesima sufficienza stiracchiata per il mestiere (indubbio) ma la voglia di rispolverare l'antico "essere giovani e sbarazzini" non sarebbe disdicevole.


venerdì 20 settembre 2013

[Ascolti] Arctic Monkeys - AM


Pare strano ma è oggettivo: gli Arctic Monkeys sono arrivati al quinto album.
Insomma, sono grandi.
Alex Turner, che abbiamo imparato a conoscere quando non aveva vent'anni ora ne ha ventisette.
E il gruppo è indubbiamente una delle rock band più importanti del pianeta, per interesse e vendite.
Aggiungo: AM è per qualche motivo non chiaro (ma bene accetto) verosimilmente pronto a diventare il più grande successo commerciale del gruppo, se escludiamo le cifre difficilmente raggiungibili dell'esordio (che fu un disco generazionale).
Tutte queste premesse vengono scritte perchè nonostante molteplici ascolti, AM non mi è entrato particolarmente nel cuore.
Seppure, sicuramente, migliore di Suck It And See (quello si, un disco a mio parere appannato) AM ha risuonato (lo fa pure in questo momento) nelle mie orecchie senza lasciare una sensazione superiore alla piacevolezza.
Di fronte ai consensi più o meno generalizzati mi sono interrogato sulla questione.
E mi sono dato una risposta semplice: sta tutto nell'incipit.
Sono (il gruppo) diventati grandi e sono (io) diventato altrettanto adulto.
Si cambia insomma.
E il tutto è che questa sonorità di rock dall'importante suono americano, questa produzione più che robusta (quanto sembra vicina, a tratti, agli ultimi Black Keys) questa rilassatezza per un album che si stende, intenso, in un incedere senza strappi nè particolari rallentamenti, beh, mi piace meno dell'irruenta gioventù dimostrata nel primo (e secondo) disco.
Perchè, in fondo per il resto non si può negare che il disco abbia valore e soprattutto riesca a non avere cali qualitativi.
Per dire, addirittura la parte più interessante è nel finale, con la brillante Snap Out Of It (che sembrano quasi gli Spoon) la vicina a certe ritmiche hip-hop Knee Socks e la buona ballata I Wanna Be Yours.
E prima non ci si annoia particolarmente, solo emoziona meno che in passato.

Per chiudere: se si è in cerca di un buon album, vale l'ascolto, se si cercano le melodie assassine degli esordi, sarà una discreta delusione, se si vuole un disco intenso di chitarre, può essere uno dei dischi più belli di quest'anno.
Ad ognuno la sua posizione.

domenica 15 settembre 2013

[Ascolti] Okkervil River - The Silver Gymnasium


E' un pò (a sensazione) un ritorno alla nicchia, per gli Okkervil River.
Che pure sono (dovrebbero essere) una delle band più celebrate dell'indie rock statunitense e non solo, che pure hanno scritto alcuni album e pezzi incredibili, che pure dal vivo (a mia memoria, risalente ad un Estragon di qualche anno fa) danno l'impressione di essere una piccola famiglia appassionata di musica, intensa e divertente allo stesso tempo.
Però (a sensazione, ripeto) non hanno, almeno da questo lato dell'oceano, fatto il salto di qualità da buona band a piccolo culto (e c'è stato un momento in pareva potessero farlo, almeno a giudicare dalle attenzioni della stampa).
Fatto sta che non siamo più nel periodo dell'intimismo (Down The River of Golden Dream e The Black Sheep Boy) nè in quello della rilassatezza e dell'ottimismo (il più o meno doppio The Stand In / The Stage Names, provenienti dalle stesse sessioni).
A due anni dall'incerto I Am Very Far, la creatura di Will Sheff ci regala un nuovo disco, il settimo della ormai lunga carriera.
Un disco onesto, viene da dire.
Ci sono i pezzi riusciti (Down Down The Deep River ci ricorda i momenti più allegri della band) c'è più folk che in passato (Walking With Frankie) e un più che buon apice, non a caso primo estratto It Was My Season.
Ci sono i testi che nascondono un piccolo concept, un viaggio autobiografico nell'infanzia e nei luoghi di Will Sheff.
Ma nel complesso c'è un album da classica sufficienza o poco più, a seconda dei gusti.
Un disco che non riesce ad aggiungere niente alla carriera della band (se non un pugno di buoni momenti) ma pure è più a fuoco del precedente.
Vale la pena crederci ancora, insomma.

lunedì 9 settembre 2013

[Anticipazioni] Ci siamo: gli Arcade Fire sono tornati.



Ci sono ritorni importanti, ritorni interessanti e ritorni che non possono che interessare un piccolo popolo trasversale.
Il popolo degli Arcade Fire, ormai (nemmeno tanto) piccolo culto con la possibilità di diventare (per i media, perchè in realtà già lo sono) una delle più grande band capace di catalizzare attenzioni trasversali di un pubblico di ogni livello, questo popolo da oggi ha in mano la prima traccia dell'album in arrivo il 29 di Ottobre.
Basta andare sul sito https://www.justareflektor.com/  e divertirsi con il mouse ad vedere il video interattivo (tecnica non nuova per il gruppo) di Reflector, prima traccia del quarto disco della band canadese che ci regala un lungo brano (oltre sette minuti) ben riuscito e soprattutto dal suono diverso dai dischi precedenti.
Al classico duo alla voce tra Win e Reginè si aggiunge in sottofondo una grande prova ritmica che non può che far pensare al fatto che in cabina di produzione c'è nientemeno che James Murphy (Lcd Soundsystem).
L'inizio è ottimo, l'attesa inizia a salire.




venerdì 6 settembre 2013

[Letture] Il Fondamentalista Riluttante - Mohsin Hamid



Appena incrociato il titolo (ad onore del vero, si trattava del trailer della trasposizione cinematografica del film) il pensiero è stato immediato: uno dei più riusciti che io ricordi, un titolo di quelli che ti fanno comprare subito il libro appena visto.
In due parole, un mondo: il fondamentalismo, che ci evoca terrorismo, morte, sprezzo della propria vita per una causa migliore, assenza di una ideologia se non di quella della distruzione.
La seconda, riluttante, che ci fa pensare a indecisione, paura, senso di inadeguatezza, stasi.

Curioso quindi che l'unico (ma non piccolo, in fondo) difetto di questo secondo libro di Mohsin Hamid (Pakistano) sia quello di non esplodere mai.
Non è ovviamente (o forse si) un facile gioco di parole.
Il fondamentalista riluttante è Changhez, narratore lungo una conversazione con un interlocutore misterioso che non apre mai bocca (stile originale e ben gestito dall'autore) che svela man mano una storia di un giovane pakistano alle prese con l'alta società americana.
Non nel senso negativo: si parla di una borsa di studio, dell'approdo a Princeton (tra i migliori college al mondo) della prima esperienza lavorativa, di un amore difficile quanto intenso.
E', in altre parole, la storia di un viaggio e dell'immersione in una cultura diversa, con l'entusiasmo di una mente aperta e sveglia e con una scrittura di grande sensibilità.
Ci affascina, Changhez, come non manca di farlo Erica, suo grande amore alle prese con i propri demoni, percorso che man mano dovrà intraprendere anche il nostro protagonista.
E' un libro dove il nemico (apprezzabile scelta, a conferma del buon titolo) non è mai fuori, nei personaggi, ma solo nella loro interiorità.

E quindi dove sta il problema?
Solo nel finale, nella spirale ascendente di una trama che parte dal passato fino a raggiungere il presente, l'adesso della narrazione, la fine della conversazione con l'interlocutore e poi poche righe, di sottointeso, di apertura verso una conclusione solo abbozzata e in cui pare mancare qualche passaggio narrativo..

Verso la fine del libro Changhez dice "Vuole sapere cosa ho fatto esattamente per fermare gli Stati Uniti?".
L'autore sceglie di non dircelo fino in fondo (non dirò di più) e in fondo è un peccato, come quelle canzoni che senti che potevano salire ancora un pelo di intensità e non lo fanno.
Ma la sensazione rimane grazie anche alla piacevolissima lettura precedente e quindi, rimane consigliata.

[Live Report] Home Festival - Giorno 1 - 31/8

Non è nemmeno, spero, necessario l'abusato discorso che potremmo riassumere in festival/italia/mondo. Ovvero: siamo una rara anom...