venerdì 28 giugno 2013

Nuovi Singoli per Arctic Monkeys, Franz Ferdinand e Washed Out (e una comunicazione)

C'è ovviamente un motivo per il rallentamento dell'attività di questo blog, ma ne parleremo a breve.
Prima di farlo, tre notizie tre (e di quelle non da poco).
Sono tre nomi grossi quelli che in questi giorni hanno lasciato i primi estratti dei nuovi album in uscita di qui a qualche settimana / mese:

  • Gli Arctic Monekys, in arrivo anche in Luglio live in Italia, ci presentano Do I Wanna Know  piuttosto riuscito brano che ci prepara all'arrivo di AM, il 9 di Settembre. Dopo il (parere personale) non troppo riuscito Suck It And See, le aspettative sono alte.
  • Washed Out, nome artistico di Ernest Green, capace di debuttare alla grandissima un paio di anni fa con Within And Without e il suo elettropop, anticipa invece Paracosm, disponibile da agosto con It All Feels Right 
  • Ancora più fresca è la notizia del ritorno dei Franz Ferdinand, a ben quattro anni dal riuscito (e sempre temibile) terzo disco. La band di Alex Kapranos di singoli ne fa uscire invece ben due e per quanto non ci siano particolari variazioni stilistiche, si fa sempre piacere: non vediamo l'ora di un ritorno live, nel frattempo ecco Love Illumination  e Right Action 

Infine l'annuncio: se il blog ha nell'ultimo mese rallentato la sua attività è per un motivo semplice: Il Negoziante si sposa, infatti!
Appuntamento per una festa tutta musicale (ci sarà spazio per qualche minuto in console anche per me) al bagno Hana-Bi di Marina di Ravenna, meta dei concerti indie in spiaggia da svariati anni, domani sera (29 Giugno), tutti invitati!

Ci si sente dopo il viaggio di nozze!

domenica 16 giugno 2013

[Ascolti] Editors - The Wheight of Your Love


Sorprende (ma non troppo) sapere che An End as a Start programmatico (involontariamente) secondo album della band di Birmingham sia datato 2007.
E che quindi risalgano a soli cinque o sei anni fa i bagni di folla, meritati, per una band che aveva saputo, trascinata dalla voce di Tom Smith, dare alle stampe due album pieni di rock epico, di grande intensità e raccogliendo giustamente il merito di guidare, con pochi altri, una generazione che a inizio millennio aveva dato nuova luce alle chitarre.
Cosa sia successo poi, è cosa nota: gli Arctic Monkeys proseguono un percorso loro ormai distante dagli esordio, i Bloc Party si sono recentemente sciolti nuovamente, gli Interpol vivono in un limbo, di altre band minori si sono perse proprio le tracce.

Invece, gli Editors sono ancora qui, anche se dopo In This Light on This Evening, le attese erano poche.
Insomma, si, diciamolo: dopo quel pessimo terzo disco, quattro anni di distanza, la perdita di un membro (Chris Urbanowicz, chitarrista) e in un anno che ha già vissuto parecchie uscite importanti (James Blake, Vampire Weekend, The National, il tornado Daft Punk) l'interesse era a zero.

Ma per le glorie passate un ascolto (anzi più d'uno) lo abbiamo dedicato a questo The Wheight of your Love.
Così, diciamolo subito: meglio, molto meglio.
Un disco che ritorna al sound degli esordi, che si muove in direzioni varie , che riporta la voce sempre inconfondibile di Smith in prima linea e che, pur senza esaltare, si fa amare con discrezione.
Direzioni diverse si diceva: i Joy Division riemergono esplicitamente in A Ton of Love, che pure è un ottimo pezzo e segue Sugar, facendo con soddisfazione riemerge le chitarre.
Più controverse le ballate, perchè pur se ben riuscita What is This Thing Called Love è più un brano pop radiofonico che un pezzo degli Editors, va molto meglio con The Phone Book (in odore di folk) e Nothing, con una più che discreta orchestrazione alle spalle della quasi sola voce di Smith.

Il resto dei brani è un pelo meno interessante ma mai meno che apprezzabile, riconsegnandoci dunque una band nuovamente padrona del proprio suono, probabilmente si, fuori dal radar dell'hype ma ancora in grado di scrivere un pugno di belle canzoni.

mercoledì 12 giugno 2013

[Ascolti] Noah And The Whale - Heart of Nowhere


Tutto sta nelle aspettative.
A volte diamo un'immagine, una iconografia scelta per una band (per moda, stato d'animo, contesto storico) e se poi vi sono cambi di direzione, rimaniamo spiazzati, inizialmente delusi.
Così, partiamo in maniera chiara e programmatica: per chi ricordasse lo splendido inizio di The First Day of Spring, dal secondo album della band, per chi ancora ricordasse il quintetto inglese come una versione malinconica, emozionante, degli Arcade Fire, per chi associasse autunno, pioggia, intensità, ecco, quella band attualmente è in un'altra direzione.

D'altra parte, se l'inizio della carriera della band capitanata da Charlie Fink riguardava l'amore con la cantautrice Laura Marling (nel primo disco) e la rottura tra gli stessi (nel secondo) già due anni fa c'era stato il terzo disco, che iniziava con una Life is Life e un altro brano Lifegoeson.
Insomma, gli struggimenti sono finiti.

E ora Noah And the Whale vuol dire: band pop.
Solare. Divertente, divertita, che ha voglia di estate.
Radiofonica, eccome, anche.
Non dobbiamo quindi fermarci ad un "manca quell'intensità di un tempo" perchè non c'è nessuna voglia di quelle sensazioni, in chi ha scritto i brani.
Si canticchia parecchio, si viaggia con amici e non, si partecipa ad una festa, ci si guarda intorno con un certo occhio agli anni ottanta (non una novità in questo periodo storico).
E ci si deve porre una sola domanda: ci sono i brani?
Ci sono, eccome.
Basta dimenticare le aspettative, indossare gli occhiali da sole e godersi la titletrack, con sontuosi violini a dare il ritmo (e la preziosa collaborazione di Anna Calvi), una Lifetime a seguirne lo schema, una There Will Come a Time, con il suo
There will come a time / Where you will need your friends tonight / There will come a time / Where you will need someone tonight che rimane in mente all'istante.

Non un disco indimenticabile, certo.
Anzi, probabilmente un episodio minore di una più che discreta discografia, ma un disco piacevole, ben scritto, capace di dare belle sensazioni mentre si va al mare questa estate (se vogliamo inserirci in modalità clichè).
E quindi, va bene, in fondo, va bene anche così, Noah And The Whale.

sabato 8 giugno 2013

[Serie Tv] Game Of Thrones - Stagione 3, Episodio 9, The Rains Of Castamere


Se c'è una cosa che ha segnato questa settimana televisiva (per il popolo di Internet, quello che segue in originale con i sottotitoli, a poche ore dalla messa in onda) (e no, non siamo in pochi) è stata questa puntata.
Stagione 3, Episodio 9, Game of Thrones.
Scontato il sottotesto: non proseguire se devi ancora vederla.

In caso opposto, invece, la grande questione è giusto dibatterla.
Perchè, si, è vero, quest'anno (anche più dell'anno scorso, ovvia conseguenza di una apertura sempre maggiore alla trama) Game of Thrones era stato un monolite di storie, frammenti, narrazione, con picchi e momenti più normali, ma senza avere sconvolto le nostre esistenze.



Otto milioni di visite per un video caricato cinque giorni fa, capace di mostrare come sia stato possibile sconvolgere, per un attimo, le certezze televisive che ognuno di noi ha.
O almeno, preparati lo siamo, perchè ci sono rari casi in cui "succedono cose che non dovrebbero", nella serialità di questi anni.
Ma sono cose che fanno sempre male.
Intanto, non era la puntata finale: lo shock te lo aspetti al termine di una stagione, non quando ancora davanti c'è qualcosa da vedere.
Ma Homeland, ad esempio, quest'anno ci ha mostrato che non è necessario piegare una trama ai tempi di messa in onda, si può semplicemente correre, non indugiare, sorprendere, mettere ansia.
Insomma, il fatto sconvolgente può succedere in ogni punto della stagione.
Ma che un intero ramo narrativo, un segmento di storia, una sequenza di personaggi che conosciamo da tre anni venga brutalmente eliminata, senza pietà, con crudeltà vista poche volte in televisione (si, ricordava i massacri di Spartacus, ma lì era tutto volutamente sopra le righe), beh è caso raro.

Quel "non può essere che stia succedendo" come era capitato, in alcune occasioni con Lost.
Ad esempio: quando Benjamin Linus, chiuso nella sua casetta, si trova di fronte al ricatto di arrendersi o vedrà la figlia morire, beh, noi sappiamo (sapevamo, credevamo) che la questione si può risolvere in molti modi: un personaggio che entra a sorpresa, un dialogo convincente, l'ostaggio che si libera.
Queste sono le regole televisive, perchè non si uccide a sangue freddo una giovane ragazze, parte della trama, in questi casi di ricatto.
Lo pensa pure Benjamin, che gioca di astuzie verbali, e poi di colpo vede sua figlia morire a terra, così.
E tu dici, oddio, cos'è appena successo.

Lo stesso che hanno detto i telespettatori di Game Of Thrones, si, lenta, estenuante, prolissa opera che in chiave televisiva a volte lascia interdetti per puntate che fanno avanzare i pedoni di pochi passi in un grande scenario e poi a volte, ti sconvolge, osa, con coraggio, forte di materiale letterario di qualità dietro e di un grande progetto visivo.
Fa quello che non si deve fare e per questo si fissa nel cuore, una volta di più, lasciandoci con faccia sgomenta.

giovedì 6 giugno 2013

[Ascolti] Tricky - False Idols


Tricky dice che questo è il suo miglior album di sempre.
Ha lasciato una casa discografica, la Domino, per farsene una sua, prodursi e produrre chi gli piace.
Dice che gli ultimi due album, a dire il vero più che discreti, a risentirli, non lo convincono, frutto di un rapporto di lavoro privo della necessaria libertà artistica che lui vuole e pretende.
Insomma, Tricky ci dice che qui, punto e ora, si riparte da False Idols.

E' difficile dire se abbia ragione (qualunque cantante descrive il nuovo album sempre come punto di arrivo di una carriera, anche quando non lo è molto chiaramente) però è indubbia l'ispirazione e la classe di un album tra l'altro lungo, quindici brani in scaletta, e pieno di buoni pezzi.
Difficile anche che, in caso Tricky, il TripHop e tutto quel che ne consegue non piacciano a chi legge, questo disco possa cambiare le carte in tavola.

Però, accidenti se suona bene questo disco dove peraltro il nostro cantante di Bristol ci mette molta passione e poca voce, lasciando quasi totalmente il campo alla nuova musa, Francesca Belmonte.
Così, False Idols, pieno di accenni minimali di un trip hop (una sigla, in fondo, solo una sigla)  sensuale (come un tempo, più di un tempo) occasionali esperimenti (la ruvida Does It, la sospesa tra rock e soul Parenthesis) e parecchi brani da aggiungere alla carriera di Tricky alla voce "miglior brani".
Con una menzione in particolare per un altro brano atipico, Chinese Interlude, dolce arpeggio, che si configura tra le migliori ballate mai scritte dal nostro.

In definitiva, difficile dire se sia il migliore album di Tricky (se non, almeno, per la portata rivoluzionaria della prima parte di carriera) ma un ottimo album, fresco, ben scritto e capace di farsi ascoltare con piacere, beh, quello si.

martedì 4 giugno 2013

[Live Report] Chromatics + Glass Candy @ Bronson, Ravenna


Se ci si trova, in buon numero, il 3 di Giugno, in un locale al chiuso (il Bronson di Ravenna) ringraziando quasi che il clima non sia ancora del tutto estivo, è merito dei Chromatics, band di Portland, Oregon, che dopo una lunga gavetta esplodono nel giro di due anni, tra il 2011 ed il 2012, ovvero tra l'uscita di Drive, film acclamato e in cui i nostri scrivono Tick of the Clock e l'uscita di Kill For Love, lungo album in cui il quartetto trova definitivamente la propria formula.
Non è da sottovalutare la questione film: probabilmente per un bel pò (per sempre?) i Chromatics entrano da padroni in una estetica musicale che riporta a quella visiva: una guida notturna, le luci di una città, una velocità importante ma nemmeno troppo esagerata, una contemplazione in qualche modo.

La prima sopresa è quella della scaletta: prima i Chromatics, poi i Glass Candy, con un apparente inversione delle classiche regole del live, ma con una certa logica che ci viene riferita da alcune conoscenze: ha più senso (ed è stato richiesto dalle band) che aprano per tipologia di suono i Chromatics e poi venga lasciato libero sfogo all'elettro-party di Glass Candy.
Così, passate non da molto le dieci e mezza, ecco il gruppo sul palco: il microfono è vuoto su Tick of The Clock che apre strumentalmente il live, e poi via, con Lady e Kill for Love, dopo l'entrata di Ruth, la cantante.
E così, in pochi brani, impariamo con soddisfazione quello che sarà il leitmotiv del concerto: niente lungaggini, attese, è un tutto e subito, a ritmo leggermente più veloce che su disco.
Soprattutto, se su disco (parliamo di Kill for Love) si avverte nella seconda parte un certo dilungamento, il difetto sparisce in un live ritmato, intenso e divertente, che con sorpresa (sovvertimento delle regole atto secondo) piazza molti dei brani forti e verosimilmente più attesi nella prima parte della scaletta.
E siamo quindi solo al brano sette quando parte la lunga sessione di These Street Will Never Look The Same, con alla voce Adam Miller, che ci consegna la band al meglio, tra evoluzioni sintetiche, un'ottima parte di batteria e un brano che pensi sempre potrebbe pure durare di più.

Bella anche la pausa semiacustica tra la fine della prima parte e il primo bis, con la doppia cover, Into The Black (Neil Young) e quella dello storico brano Blue Moon, con la sola Ruth sul palco.
Si finisce un'oretta circa dopo il primo brano, con una Looking for Love, brano in origine di 17 minuti contenuto in una raccolta (After Dark 2) che va a chiudere un concerto più che convincente, senza se e senza ma.


Giudizio più incerto su Glass Candy: l'elettro pop di Ida No ha indubbia presenze scenica, radunando un discreto pubblico sotto il palco, ma sia ben chiaro, deve piacere: urletti, mossettine, basi sintetiche, tendenza ad una trash-elettronica che se piace, fa sorridere e divertire, altrimenti non desta particolare attenzione.
Chi scrive è della seconda idea, ma siamo nel campo del soggettivo.

In conclusione un augurio: che la crescita dei Chromatics non sia finita, perchè ci sono tutte le potenzialità per altre grandi cose.

Setlist


  • Tick of the Clock 
  • Lady 
  • Kill for Love 
  • Night Drive 
  • Cherry 
  • Back From the Grave 
  • These Streets Will Never Look the Same 
  • I Want Your Love 
  • Running Up That Hill  (Kate Bush cover)
  • Into the Black  (Neil Young cover)

Encore:

  • Blue Moon 
  • The River 
  • In the City 
  • Looking for Love 

Encore 2:

  • Hands in the Dark (Unplanned Encore)



[Live Report] Dear Reader @ Clandestino, Faenza

Il Clandestino, a Faenza, è un posto strano. Da fuori, pare un bar. Un lungo tavolo, sulla sinistra, ne suggerisce chiaramente l'i...