lunedì 27 maggio 2013

[Ascolti] Daft Punk - Random Access Memory


Fossi in una webzine o addirittura in una rivista musicale, avrei parecchia paura di scrivere di questo disco.
Raro è stato l'hype creatosi nei mesi per questo disco, con anticipazioni, teaser, spezzetti, il caso di Get Lucky anticipata per un minuto scarso ad un festival e rimontato ad arte da un dj Italiano, spacciato per versione estesa, e poi ancora i video con le collaborazioni, interviste, il solito anonimato e un'attenzione della stampa non solo musicale ma anche generalista per quello che in fondo è solo il quarto lavoro su disco (in sedici anni!) del duo francese.
Un'attesa forse superiore ad un disco dei Radiohead, per dire di una band con un seguito in fondo messianico.

E non è immaginabile pensare alla reazione se dovessero uscire date live: probabili scene di follia morale.
E cosa sono i Daft Punk oggi?
Sono ciò che più avvicina le culture portandole al ballo, unendo appassionati di elettronica a quelli rock, a popolo mainstream, unendo suggestioni sonore e visive.
Come sia successo questo è frutto di pezzi esagerati (vedi Homework, primo disco capace di suonare fresco pure oggi) così come di brillanti idee estemporanee o collage di felice ispirazioni (Harder, Faster, Better, Stronger).

Ma in fondo c'è un percorso nella musica dei due parigini: l'elettronica nel primo disco, il pop più solare e le suggestioni ottanta di Discovery, la sperimentazione e la ritmica di Human After All.
Ecco, Random Access Memory è, contrariamente al titolo, un programmatico viaggio negli anni settanta.

Ed è, innanzittutto, un disco suonato, un disco caldo, un disco da strumenti veri, voci, storie.
Un disco epico, che vive di momenti alterni, di grandi vette, forse un pò troppo lungo, di qualche eccesso.
Ma innanzitutto: i punti forti.
Ci sono diciotto minuti circa tra il brano cinque, sei e sette: Instant Crush, che si gioca di Julian Casablancas in un irresistibile tappeto ritmico che non lascia spazio a gente lontano dal centro della pista, Lose Yourself To Dance che potrebbe durare anche un'ora, un puro funky con Pharrell a fare da mattatore (se non sarà singolo, sarà un crimine, perchè questi si, sono i brani da ballare d'estate) e poi Touch, che non si sa da dove sia uscita, capace di ergersi in un lungo percorso musicale che potrebbe essere la colonna sonora di un decennio.
E se consideriamo che subito dopo arriva nientemeno che Get Lucky, ruffiana, paracula, quasi offensiva nel suo essere perfetta, ora e subito: la impari in 30 secondi, non ce la scorderemo per mesi, si intuisce che nel cuore del disco c'è tanto Groove, tanto funky, un senso del ritmo di eleganza quasi inedita per un gruppo che ci aveva abituato a ben altra potenza musicale e che riesce benissimo a entrare in un altro decennio musicale senza sembrare vecchio.

Consideriamo poi ingresso e uscita del disco: Give Life Back To Music, suonatissima, con le voci robotizzate dei Daft Punk ad introdurre il disco e poi Contact, che sembrano i Pink Floyd travestiti da Daft Punk, in un arcobaleno di suoni, tastiere impazzite, batteria a premere incessantemente, in un crescendo che sembra non finire mai (e che dal vivo sarà sintomo di degenerazione).
Se di tredici tracce ne abbiamo nominate sei (senza dimenticare Giorgio By Moroder, omaggio al leggendario produttore italiano, qui voce, protagonista e narratore di sè stesso) è perchè, si, è vero, il resto del disco convince ma senza esaltare.
Qualche filastrocca lenta (Doin't Right) meglio di qualche brano evitabile (Within, Motherboard) per un disco che, certo, poteva rinunciare a qualche brano (visti i 74minuti di minutaggio).

E quindi il giudizio finale?
Positivo, senza se e senza ma
Perchè ci sono momenti di assoluta bellezza, c'è un disco che sarà capace di piacere a praticamente ogni generazione, che ci riunirà sotto un percorso che questa volta si è fatto più sensuale, ancheggiante, delicato, furbo quanto si vuole, ma se si vuole andare a valutare quanti brani rimarranno indimenticabili tra qualche anno, beh, ad essere onesti, anche questa volta ce n'è un numero decisamente superiore alla media.

giovedì 23 maggio 2013

[Ascolti] !!! - Thr!!!er


Che potesse, in qualche modo, essere un disco di svolta, lo si capiva dalla presentazione, che pure in musica è niente (quanti bei dischi dalle brutte copertine e viceversa) ma se in qualche modo testimonia intenti e ispirazione, allora Thr!!!er, dalla splendida foto in cover fino al felissimo titolo, gioco di parole a chiaro riferimento più che a Michael Jackson e al suo disco più venduto, al disco di maggiore accesso alle masse e alle vendite, è un pò il punto di arrivo della band di Sacramento, California.

Band che dopo lo scossone in line up che aveva dato vita al precedente (discreto) Strange Wheater, Isn't It? si pone un obiettivo semplice con questo disco: groove, ritmo.
Una band che su disco aveva dato sempre alla luce episodi altalenanti, con due-tre ottimi pezzi e il resto intorno alla sufficiente, mentre dal vivo si è giustamente costruita un seguito fedelissimo per le strepitose performance capaci di trasformare ogni live in festa, questo erano i !!! finora.
 Thr!!!er è invece saldo, coeso, ritmico, rinuncia a qualsiasi lento (i battiti medi vanno insomma da veloce a velocissimo) e se non è magari un disco indimenticabile è perchè in fondo alla band manca quel qualcosa di geniale.
Ma se parliamo di mestiere, passione, ritmo, ci siamo. Ci siamo eccome.
Un riscaldamento iniziale e poi si inizia, con il funk rock (non so se possa essere un termine giusto, ma rende l'idea) a spadroneggiare.
 Così si ancheggia in Get That Rhytmn Right, che è già una ovviamente allungabile live fino a dilatarsi per minuti e minuti, si è un pò anni ottanta in One Girl/One Boy, si scivola negli anni novanta tra rock e elettronica in Fine Fine Fine, e poi nei duemila da spiaggia in Slyd.
In quattro tracce, tutto questo. E si prosegue bene fino in fondo, per un disco che finisce con Station (Meet Me At) che potrebbe pure essere un singolo, per un disco che saggiamente si compone di sole nove tracce, di giusto minutaggio e compattezza.
Insomma: i Chk Chk Chk si sono impegnati a produrre il loro migliore disco, finalmente costante e piacevole per tutta la sua giusta durata.
 Ci farà parecchio compagnia nei prossimi mesi.

mercoledì 22 maggio 2013

[Serie Tv] The Big C


E', curiosamente, la seconda volta quest'anno che mi trovo a scrivere di morte, in una serie tv.
E' curiosamente la seconda volta che si tratta di una serie giunge ad una chiusura dichiarata in anticipo, dove sai (all'incirca) pure cosa succederà.
Se la prima occasione era stata con Spartacus e si trattava dunque di storia, di tempi antichi, di eroismo, qui parliamo invece di The Big C.
C come Catherine, interpretata sontuosamente da Laura Linney (Golden Globe nel 2011), nostra protagonista e C come Cancro, malattia che invade la trama della serie sin da subito.
Di questo parla The Big C: del percorso di una persona che si trova ad affrontare un tumore, del tentativo di curarsi, dell'assenza del rimedio, della sua morte.
La forza della serie è quella di riuscire a vestirsi in qualche modo da Dramedy: riesce a farci sorridere, di tanto in tanto, come Benigni nella Vita è Bella.
Supera, senza farsene problemi, i tabù dei detti e non detti, in una sceneggiatura efficacissima che porta in scena una protagonista sfrontata, tanto smarrita nel suo percorso di malattia quanto decisa ad affrontarlo, sviscerarlo, gettarlo in pasto alla sua quotidianità.
Catherine, in questi quattro anni che stanno per concludersi attraversa tutte le fasi: il rifiuto, l'evasione, la speranza, il dolore.
Si allontana dal marito per non ferirlo, si avvicina al figlio, per non avere rimorsi, la vediamo circondata da personaggi ben scritti e recitati: l'indimenticabile vicina Marlene, lo strepitoso fratello Sean (anticonformista all'eccesso) la giovane Andrea capace di diventare qualcosa di vicino ad una figlia adottiva.
Raccontare di una Cathy che, in questo momento (a due puntate dalla fine) si sta preoccupando di trovare una futura compagna al marito (perchè sei un buon marito) può sembrare inspiegabile, ma ci sta nell'economia della vicenda.
Una storia di un grande percorso personale, di vita, di mille direzione diverse, di confusione, di emozionanti momenti (la chiusura della prima stagione, senza rivelare niente, è di una tenerezza sconcertante), una storia che non indugia in retorica, in facili musiche tristi, no,è capace di ergersi sopra una protagonista che affronta con (quasi) assurda serietà e preparazione le fasi di un lungo addio ai propri cari e alla vita.
Una serie sulla morte capace di essere viva, enormemente viva, con rarissimi finali di ritmo e un finale che sembra in grado di mantenere ogni qualità mostrata finora.
Meglio scriverne ora, dunque, che non dopo, perchè come la malattia sai che ti colpisce e pure fa male, sarà complicato vedere una fine già scritta ma sicuramente straziante eppure dolce, eppure bella, a suo modo, come il ragazzo di American Beauty affascinato dallo sguardo di chi muore, sguardo in cui scorgeva la vita stessa.


martedì 21 maggio 2013

[Ascolti] The National - Trouble Will Find Me


Arrivati al sesto album, i National sono tra le band più importanti e influenti del rock.
Travalicando i sentieri della nicchia indie (evento successo intorno tra Alligator e Boxer), arrivati ad un pubblico ormai delle grandi occasioni (con High Violet) e finiti in eventi di ogni tipo (organizzatori di un Atp Festival, brani in colonne sonore, performance artistiche, progetti paralleli), l'arrivo di Trouble Will Find Me è tutt'altro che pomposo.
Insomma, non è il disco dei Daft Punk, con l'Hype che ruota da mesi (presto ne parliamo).
E' "solo" un altro disco dei National.
Che non sposta di un millimetro il giudizio su una carriera già straordinaria.
 Perchè è di un altro grande album, che si parla, e la recensione potrebbe pure finire qui. Solo, un pelo più minimale, rilassato, con una batteria che se in Boxer era assoluta protagonista qui in qualche caso si accontenta di stare al fianco, con un ritmo che se mai era stato elevato qui è ancora più rilassato. Trouble Will Find Me è un disco da primavera o autunno, in particolare per una giornata di Marzo o Settembre, vento fresco, nubi che girano, un timido sole e tanto silenzio intorno.
Si stagliano in particolare Demons, primo singolo e che ci riconsegna per un attimo tutta l'epicità della proposta musicale dei National, le due quasi acustiche Fireproof e I Need My Girl, giocate quasi sulla sola voce di un Matt Berninger forse mai intenso alla voce come in questo disco.
 E se non c'è nessun brano fuori posto (io lo dico da tempo, i National ormai non sanno scrivere un pezzo brutto) cosa si vuole aggiungere?
Solo altri complimenti per una band che non firma il suo capolavoro ma ci consegna altri tredici brani vicini alla perfezione.

domenica 19 maggio 2013

[Visioni] Il Grande Gatsby


Il cinema è un media particolare.
Ne riunisce molti, quasi tutti: il suono, l'immagine, la scrittura. C'è l'elemento umano.
Insomma, è un complesso equilibrio artistico, che riunisce ritmo, fantasia visiva, capacità attoriali e umane quanto, se serve, tecnologia.
Bar Luhrmann, atipico regista di scarsa prolificità, cinque film in ventuno anni, questo concetto lo ha ben chiaro.
Si immerge dunque, dopo i successi di Romeo + Giulietta e Moulin Rouge (soprattutto) e il meno applaudito Australia, nella rilettura de Il Grande Gatsby, l'opera più famosa di Fitzgerald.
Si immerge, in particolare, nella New York degli anni venti e lo fa con entusiasmo: la prima parte del film è visivamente straordinaria, quanto forse eccessiva.
Gatsby, interpretato da un enorme Leonardo di Caprio, è l'uomo misterioso della grande mela, che accoglie tutti i weekend la città nella sua villa per le feste più incredibili che si ricordino.
E in queste feste c'è tanto talento quanto, si diceva, un eccesso di autocompiacimento: il ritmo della telecamera è vertiginoso, i colori sfarzanti, le musiche leggermente fuori luogo.
Ma l'eccesso si perdona se, per tornare all'incipit, c'è anche l'elemento umano.
E così minuto dopo minuto, esce la storia.
Gatsby affascina e in qualche modo, seduce Nick Arraway, nostro protagonista (Tobey Maguire) e voce narrante, con sfarzo e soprattutto modi da gentiluomo.
Non lo seduce, ovviamente, in senso fisico quanto per mentalità.
Il grande Gatsby è infatti una storia di amore e speranza, in fondo.
Amore per Daisy, di cui si scopre man mano l'antico ma smodato sentimento che Gatsby prova da sempre.
E una storia, forse di illusione e tragedia, sul cui proseguimento tacciamo per amore della sceneggiatura, ma che nella seconda parte convince e affascina, con il sapore di un film di qualche decennio fa, capace di dimenticare (o di rendere meno esposti) i virtuosismi e la tecnica.
E se sorprende meno, affascina di più, facendo pensare una volta di più a quando Di Caprio stia diventando un attore fuori scala, a quanto il libro, uscito nel 1925, fosse premonitore e a quanto bene il cinema, arte bistrattata in questi anni, possa ancora emozionare anche solo nel raccontare, quella che in fondo è una splendida quanto tragica storia d'amore e speranza.
(Caldamente) Consigliato.

lunedì 13 maggio 2013

[Giornalismo] Internazionale festeggia mille numeri


Da ormai svariati anni la mia lettura preferita, rituale, d'obbligo e di gran piacere è Internazionale.
Rivista piuttosto conosciuta, ormai, ma vale la pena di spenderci un post.
Non fosse altro per un bell'augurio: Internazionale raggiunge infatti il numero mille.
Che non sono pochi, per una rivista che affonda le proprie radici in un'epoca lontana, lontanissima, il 1993.
Che possono sembrare pochi, vent'anni, ma non c'era l'Euro, non c'era stata Mani Pulite, Berlusconi non aveva ancora manifestato la propria intenzione di scendere in politica, i Radiohead pubblicavano il primo singolo (Creep) e i celebratissimi Daft Punk, che stanno muovendo l'attenzione di mezzo mondo con il prossimo disco, si formavano proprio in quei mesi, pronti per dare alle stampe i primi materiali.

In quel 93, ispirandosi ad una rivista francese di analoga concezione, nasce Internazionale: un giornale non giornale.
Perchè Internazionale non è un settimanale di sport, politica, musica o quant'altro: è tutto questo messo assieme.
Di più, è una rivista che si occupa di tradurre e organizzare il meglio della stampa di tutto il mondo.
Così, attualità, politica, scienza, sport, letture, fumetti, recensioni di libri, film e dischi, viaggi, tutto quello che può essere pensabile può finire nella rivista, con il criterio base della qualità e dell'interesse.
Così, capita di leggere di Italia ma come ne scrivono all'estero (in maniera spesso meno faziosa della stampa interna, per ovvi motivi) e poi di leggere semplicemente "ciò che succede nel mondo".
Tre euro alla settimana per un centinaio abbondante di pagine che raramente deludono e quasi sempre affascinano, facendo scoprire, in un certo senso, il buono e il cattivo dell'uomo e di questo mondo.
Non solo una rivista, poi: Internazionale è anche un Festival, orgogliosamente ospitato qui a Ferrara, per una tre giorni di workshop, conferenze, dibattiti, incontri, con giornalisti di tutto il mondo, lasciando ogni anno la sensazione che il meglio sia qui, che le persone più interessate e quelle con più cultura o vicende personali siano qui, per le strade della città e dove non si chieda molto più che sapere cosa succede là fuori, intorno a noi.

Quindi auguri e ai prossimi mille numeri, caro Internazionale.

mercoledì 8 maggio 2013

[Ascolti] Vampire Weekend - Modern Vampires Of the City


Anche se un primo, distratto ascolto, poteva fare pensare, nel (lontano?) 2008 che i Vampire Weekend potessero nascere e morire come meteora, di quei gruppi da un paio di singoli e poco più, era ben chiara l'evidenza di avere davanti un quartetto di fuoriclasse.
Difficile riuscire a dispensare così tanto talento melodico e un suono istantaneamente riconoscibile, fresco e capace di dare vita ad alcuni dei brani migliori degli ultimi anni.
Per i dubbiosi, c'è poi stato Contra, anno 2010, seguito perfetto, leggermente più raffinato, altrettanto piacevole (di più, bellissimo).
L'unico dubbio, per i Vampire Weekend poteva essere quello dell'evoluzione.
Ed eccoci dunque al fatidico terzo album, in realtà il vero varco della discografia di ogni band (il secondo disco non è il più difficile, se come spesso accade, si affianca all'esordio).

Partiamo dal fondo: il disco è bello, stimolante, riuscitissimo.
Vero, sembra mancare il singolone (in realtà ci sono ottimi pezzi anche in ottica di singoli ma sicuramente manca una A-Punk, che d'altra parte non si scrive tutti i giorni).
Ma c'è un lavoro di fino, non indifferente, in questo discorso.
Un lavoro che serve a portare i Vampire Weekend da gioiosa band capace di unire il rock alle ritmiche africane a band più rilassata, riflessiva, quasi notturna.
Ad ampliare gli orizzonti: ci sono più suoni, più tastiere, voci che per la prima volta vengono effettate (Ya Hey) costruzioni dal minutaggio maggiore che in passato (giusto per curiosità, 34 minuti il primo disco, 36 il secondo, 42 questo).
Ci sono episodi che brillano di luce propria: Step, già sentita tra i primi estratti, è una di quelle intuizioni che rendono il quartetto capace di ergersi dalla massa; Finger Back (un pò la Cousins di questo disco) che si fa subito seguire da Worship You, per un abbastanza sorprendente accelerazione ritmica a fine disco.
Ma anche la splendida ballata ad aprire il disco Obvious Bycicle conquista man mano (il tempo di sorprendersi per un brano che un'altra band avrebbe messo come ultima traccia).
Queste sono le prime impressioni perchè Modern Vampires Of The City sembra guadagnare punti e sfumature ad ogni ascolto, candidandosi tra le migliori uscite dell'anno e soprattutto (mica poco) a garantire una ulteriore conferma per i Vampire Weekend, che passano definitivamente da bella novità a solida certezza.






lunedì 6 maggio 2013

[Musica] L'estate Live

La programmazione estiva dovrebbe ormai in gran parte essere stata presentata e verosimilmente, specie a livello di big, non manca molto.
E veniamo subito al dunque: c'è crisi, signori.
Se il concerto al chiuso va discretamente, il festival, le grande date, le programmazioni di qualità o quantità sembrano quest'anno avere subito un enorme calo.
D'altra parte, se i cachet costano, non c'è grossa tradizione alle spalle (tranne belle eccezioni) e la gente spende meno, chi si arrischia centinaia di migliaia di euro per organizzare eventi dove magari rientra la metà o meno?.
Detto questo, solo un concetto: se viene a meno la cultura, non ne perde solo l'appassionato.
Ne perde il turismo, il livello intellettuale in generale, la felicità delle persone.
Mica poco.

In giallo le novità rispetto all'ultima volta.





Low
11 Maggio - Bologna, Teatro Antoniano

My Bloody Valentine
27 Maggio - Bologna, Estragon
29 Maggio - Roma, Orion

Liars
27 Maggio - Roma, Circolo degli Artisti
28 Maggio - Verona, Interzona
29 Maggio - Torino, Molodiciotto

Adam Green
29 Maggio, Sestri Levante, Teatro Arena Conchiglia
30 Maggio, Sesto San Giovanni, Carroponte

Grizzly Bear
28 Maggio - Milano, Alcatraz

Chromatics
3 Giugno - Ravenna, Bronson

The National
30 Giugno - Roma, Auditorium Parco della Musica
1 Luglio - Milano, Ippodromo del Galoppo

Johnny Marr
2 Luglio - Bologna, Bolognetti On The Rocks

Glen Hansard
6 Luglio - Sesto San Giovanni, Carroponte
7 Luglio - Bologna, Bolognetti On The Rocks

Cat Power
7 Luglio - Sesto San Giovanni, Carroponte
8 Luglio - Roma, Auditorium Parco della Musica

Tame Impala
9 Luglio - Ravenna, Rocca Brancaleone
10 Luglio - Milano, Circolo Magnolia
13 Agosto - Sestri Levante, Ex Convento Baia del Silenzio

Artic Monkeys
10 Luglio - Roma, Ippodromo Capannelle (Con Vaccines, Miles Kane)
11 Luglio - Ferrara, Piazza Castello (Con Miles Kane)

Mark Lanegan
15 Luglio - Bollate (MI), Villa Arconati

Atoms For Peace
16 Luglio - Roma, Ippodromo Capanelle
17 Luglio - Milano, Ippodromo Del Galoppo

Toy
23 Luglio - Milano, Circolo Magnolia
25 Luglio - Bologna, Bolognetti On The Rocks

Sigur Ros
26 Luglio - Ferrara Sotto le Stelle
28 Luglio - Roma, Ippodromo Capanelle

Blur
28 Luglio - Milano, Ippodromo del Galoppo
29 Luglio - Roma, Ippodromo Capannelle

A Perfect Day Festival (Villafranca di Verona)
30 Agosto: Primal Scream - Jake Bugg - Merchandise
1 Settembre: The XX - Editors


sabato 4 maggio 2013

[Ascolti] Phoenix - Bankrupt!


Ci sono studenti che, con una media costante sul sette, hanno la giornata di gloria e portano a casa un nove o un nove e mezzo, che fa felici tutti, lui, amici e famiglia.
Perchè non sono i primi della classe, nè i peggiori, sono onesti studenti che si impegnano e magari quella volta fanno tutto bene e sfoderano il colpaccio.
Così è, a parere di chi scrive, per i Phoenix che dopo una buona carriera nel 2009 hanno avuto, verosimilmente, un'epifania creativa che li ha portati a dare alla luce Wolfgang Amadeus Phoenix, ispiratissimo album di pop elettronico, capace di alcuni singoli ispiratissimi e un ottimo livello generale.
Un grande disco, nulla da dire.
Meritati quindi gli onori, il successo, l'attesa per il seguito e il fiducioso posizionamento in alto (a volte altissimo) nelle scalette dei festival di questa estate.

Purtroppo (di cuore) lo studente che da sempre veleggia sul 7, difficilmente ripete l'exploit.
Anzi, magari appagato dal gran voto, cerca di ripetere (ma senza ansia creativa, senza il sudore sulla fronte, senza quell'epifania) il risultato precedente.
Così il nostro quartetto francese prova di proseguire il discorso ma già il primo estratto, Entertaiment, ad aprire il disco, mostra lievemente la corda: se infatti sembra un altro brano del precedente disco, si impantana, in alcuni punti, in un poco brillante arrangiamento, con vaghi accenni orientali che non fanno decollare il brano.
Ma soprattutto i brani successivi, impalpabili iniziano a lasciare la sensazione di un disco si, piacevole (Trying To Be Cool, ad esempio) ma facilmente destinato ad essere lasciato da parte.
La traccia che dà il titolo al disco, poi, brano più ambizioso del disco (sette minuti) non decolla mai (e pure sembra di minuto in minuto avere le carte per farlo) e lascia la sensazione che manchi qualcosa.

Manca la magia, insomma, in questo Bankrupt! che pure non mancherà di accompagnare le serate estive e di verosimilmente dare una discreta resa live.
Ma siamo lontani dai fasti del disco precedente e questo è un bel peccato.

[Live Report] Dear Reader @ Clandestino, Faenza

Il Clandestino, a Faenza, è un posto strano. Da fuori, pare un bar. Un lungo tavolo, sulla sinistra, ne suggerisce chiaramente l'i...