venerdì 29 marzo 2013

[Letture] Un Anno di Kindle



Ha compiuto un anno, il mio Kindle.
Prima che arrivasse a casa, fine Marzo dello scorso anno, ci avevo pensato per mesi.
Probabilmente, sin dall'autunno, da quando cioè Amazon, da poco approdata (alleluja e grazie) sul suolo italiano apriva il suo store di Ebook e soprattutto, iniziava a vendere il Kindle.
Ne avevo letto, studiato, l'avevo poi infine osservato dal vivo in un Euronics vicino a casa.
Se tu che leggi sei ancora un diffidente sulla lettura digitale, tranquillo ero come te.
L'odore della carta, la piacevolezza dello sfogliare, l'oggetto libro (che era nato così 500 anni fa, stampato su carta e tale era rimasto, a dimostrazione della perfezione iniziale) pensa pure a tutto ciò che ti viene in mente: ci ho pensato pure io.
Però costava poco (ora costa pure meno, ne parleremo) e mi attirava.
Così, un giorno, l'ho ordinato.

Un anno dopo, per fare un bilancio posso dire questo: di tutte le cianfrusaglie e rivoluzioni digitali, l'oggetto Kindle è quello che credo abbia più migliorato la mia esistenza.
Leggo di più, leggo meglio, spendo meno, questa è la prima conclusione.

A fronte di uno scenario digitale che era partito con una disponibilità di 15-20 mila titoli e ora ne supera i 45mila, anche il lettore ebook è, in qualche modo, già perfetto a suo modo.
Semplice, essenziale, veloce, duraturo.
Questo è il Kindle 4, non touch, il modello base.
Tasti ai lati per andare avanti/indietro, un tasto di accensione/standby e una interfaccia semplice quanto gradevole che consiste semplicemente in cartelle (organizzabili) con i propri libri.
Per il resto, lo schermo: non è questione di leggere come su carta.
Ci si legge pure meglio.
Per quei due che non lo sapessero, lo schermo dei lettori Ebook è un e-ink, particolare tecnologia che non ha illuminazione, ma solo palline di inchiostro che si muovono al cambio pagina.
Significa che non esiste fastidio nel guardare lo schermo (come nei monitor del pc) e che, elemento non indifferente, la batteria consuma energia solo al cambio pagina e questo ci porta ad un mese di carica: se leggere abbastanza, perchè altrimenti potrebbe durare pure di più.
E quali sono i vantaggi dal libro?

  • il peso: niente più tomi pesanti, scomodi da tenere con una mano o borse che pesano sulla spalla per uno o più libri. Ce ne stanno almeno mille.
  • il Wi-Fi, che elimina fili o altro, è possibile comprare dal Kindle o (più pratico) dal sito Amazon, un click singolo e alla prima accensione, dopo 3 secondi di caricamento, ecco il libro sul Kindle
  • il dizionario integrato, che vuol dire ad esempio, che se uno si avventura in una lettura in lingua inglese, ad esempio, che basta essere col cursore sulla parola dubbia per avere la spiegazione
  • la disponibilità 24/h della libreria, in qualunque luogo, con la possibilità anche mentre siete in un lago di comprare il libro con cellulare, fare un hotspot col cellulare ed iniziare a leggere il libro.
  • la possibilità (si sta parlando di Amazon e di Kindle) di mandare una mail ad un indirizzo @kindle che l'azienda ti dà e trovarsi il bel documento pronto da leggere sul sito.
  • la possibilità di avere una app Kindle su smartphone, tablet o pc e leggere ovunque, in caso di necessità o voglia, partendo dallo stesso punto, il proprio libro.

Infine, elemento non indifferente è il prezzo. Vero, si può fare di più (l'iva al 4% per i libri e al 21% per gli Ebook non aiuta) ma la sostanza è che la maggior parte dei libri costa in libreria tra i 10 e 20 euro, in digitale tra i 5 e dieci.
Di più, ogni giorno un libro (a volte più) è in offerta a 1 o 2 euro.
Fatto sta che, ho appena fatto due conti e nel 2012 ho acquistato 35 libri, spendendo 96.61 euro.
Cifra che si commenta da sola. 
E non vuol dire avere letto robaccia: per parlare di nomi conosciuti ho letto l'ultimo di Micheal Chricton, il best seller Vita da Pi, la Solitudine dei Numeri Primi, l'ultimo di Paolo Sorrentino, 1984 di Murakami.
Più che tante altre cose che certo, non avrei comprato alla Feltrinelli, ma si, da casa per un euro, volentieri.
E così, il lettore sottoscritto, già discreto lettore da 10-15 libri all'anno, ne ha letti una quarantina, spendendo meglio.

Se poi, si ha voglia di aggiungere qualche euro in più, ora esiste anche il Kindle PaperWhite, che integra una luce (da sopra, non da sotto) che elimina l'unico "problema" del Kindle Base: necessita di una luce, perchè proprio come un libro, senza luce non si vede.

Quindi, si, promosso e anzi, a saperlo prima.




mercoledì 27 marzo 2013

[Ascolti]: Daughter - If You Leave


Daughter è un nome che gira da parecchio e me ne sono accorto solo quando è uscito il disco.
Avevo già sentito il nome e (probabilmente) qualche pezzo e in effetti tutto nasce da un progetto solista di una ragazza londinese, Elena Tonra.
E in effetti sono ben tre gli Ep rilasciati dalla band, che nel frattempo è diventata trio grazie agli innesti di Igor Haefeli (chitarra) e Remi Aguilella (batteria) che questo mese, con grande approvazione delle webzine esordisce finalmente sulla lunga distanza.
Spiegare le coordinate musicali è facile, per una volta: c'è una voce dalle innegabili somiglianze con quella di Florence And The Machine (solo più contenuta, meno espressa ed esplosiva), c'è una ritmica lenta e soffusa, con frequenti crescendo nei brani, che ricorda gli XX, che tornano alla mente anche per le note leggere di chitarra a definire l'umore del brano.
E in qualche momento anche qualche spruzzata di Bat For Lashes.

Ma non si pensi ad un disco derivativo: l'insieme ha una perfetta e chiara identità, con un disco compatto nel suono, le sensazioni di un giorno di pioggia con occasionali momenti di sole.
Sole che potrebbe essere in Still, dal grande potenziale per una melodia killer nel ritornello e Human, quasi sorprendente nella sua luce e ritmica che fa tornare in mente i Sigur Ros di Goobledigook.
Per il resto, tanta atmosfera, ben presentata già al primo brano, Winter, dallo splendido finale.
If You Leave, specie di concept sui sentimenti e sull'abbandono, è uno dei primi grandi dischi dell'anno, forse non tra quelli considerati indimenticabili tra qualche anno ma sicuramente in grado di regalare parecchie soddisfazioni a chi volesse avventurarsi nell'ascolto.

domenica 24 marzo 2013

[Teatro]: Il Don Giovanni - Di Filippo Timi (Teatro Franco Parenti, Milano)


Non essendo abituato a parlare (ne avendone una frequente frequentazione) parlo di questo Don Giovanni con il dovuto rispetto di chi tratta una materia meno sua di altre.
Nè pretese di critica, ma solo osservazioni, frutto di una gita a Milano nel (bel) teatro Franco Parenti di Milano, il tutto grazie ad una intervista alle Invasioni Barbariche del nostro protagonista, Filippo Timi, tra i più quotati attori del panorama italiano.
Conseguenza dell'intervista è l'acquisto del biglietto, e così si va con la propria donna (vogliamo chiamarla futura moglie?) prendendola in giro per le anticipazioni che parlano di un Timi messo a nudo, poco metaforicamente.
Battute a parte, è stato un (gran) bel spettacolo.
Tre ore di commedia brillante, eccessiva, irriverente.
La storia del Don Giovanni è nota, o almeno il suo personaggio: seduttore, peccatore, abilissimo oratore, egoista e sprezzante di regole e rapporti umani, per non parlare di una fede non solo assente ma spesso schernita.
Il Don Giovanni di Timi però è anche moderno: canta Celentano e i Queen, gioca caratterizzando l'improbabile donna Elvira, da lui sedotta e abbandonata, con una dialettica tra l'italiano e l'inglese, balla come nei più moderni party elettronici durante la festa da lui data.
Così, tra un omicidio, una seduzione abbandonata e una tentata, si muovono le vicende del Don Giovanni, a rapportarsi con tre (improbabili e spesso solo in un secondo momento) coppie, affiancato dal fido servitore, Leporello, in improbabili abiti.
La lettura è quella allegorica o per essere più moderni, da dramedy, unione tra drama e comedy, quella scrittura che fa sorridere (spessisimo) e a volte commuovere o almeno riflettere.

Ottimamente recitato, dal ritmo praticamente perfetto, seguiamo questo Don Giovanni nei suoi macchinosi piani per i propri scopi (seduttivi, quasi sempre) mentre il cerchio di vendetta, rabbia e incomprensione si stringe sempre più a lui in un finale che, unica pecca, sembra in qualche modo allungarsi di qualche minuto di troppo.

Soprattutto l'ottima performance di scrittura, regia e recitazione regala un grande intrattenimento che non manca di parlare di noi, dell'uomo e dei suoi difetti questi si, messi a nudo da un Timi che non si nasconde, nemmeno nel corpo, sia nell'eccesso che nell'assenza.
E quindi promosso, promosso con ottimo voto.


venerdì 22 marzo 2013

Primi brani nuovi per i Vampire Weekend



Non ci si sente di chiedere di più, ai Vampire Weekend, se non continuare su quella scia che li ha portati a scrivere due tra i più deliziosi esempi di album perfetti o quasi.
Il nuovo e terzo disco esce a maggio e in questi giorni ci hanno regalato un paio di anteprime tratte da "Modern Vampires Of The City", nei negozi a inizio maggio.
E ci sembra tutto ok, sia l'adrenalinica Diane Young che la lenta ma piacevolissima Step.
Emerge qualche piccola novità a livello di voce, che subisce qualche trattamento, ma per il resto la ricetta è quella di sempre, un pop venato di influenze ritmiche e un talento melodico cristallino.
L'attesa è alta e a proposito dell'incipit, una cosa in più da chiedere alla band ci sarebbe eccome: un piccolo tour in Italia, dove sono passati solo una volta e nemmeno in una occasione ufficiale (era una serata organizzata all'ultimo a invito da Mtv).



mercoledì 20 marzo 2013

Report Live: Of Monster And Man @ Estragon (Bologna)

Con un atteso ma pur sempre fuori dall'ordinario (è pure lunedì e la band che stiamo per vedere ha fatto un solo disco) c'è il sold out al'Estragon.

Difficile dire se sia stata questione della ben nota pubblicità della Vodafone e di quella Little Talk che la band si porterà dietro, volente o no, per buona parte della futura carriera, ma il pubblico è di quelli d'eccezione: festoso, allegro, partecipativo.
Se ci aggiungiamo un album che si vende da solo, perchè non dimentichiamolo, My Head Is An Animal è un gioiellino pop come ne escono uno all'anno, al massimo, era difficile "sbagliare il concerto".
E il gruppo, di cui continua a sorprendere l'essere Islandese (abituati a Bjork, Sigur Ròs e altri) non ha sbagliato niente: buona l'esecuzione dei brani, buona l'interazione di una band che risulta simpatica sin dal primo sguardo, perfetta la scaletta che ha aggiunto un inedito e una cover (dagli Yeah Yeah Yeahs), arrivando alla durata di un'ora e dieci, bis compresi, niente male per chi ha un solo album all'attivo.
Non è mancato niente: il cantato con il pubblico, il battere delle mani,  il tamburone sotto le braccia della cantante in Six Weeks (tra le perle dell'album) a chiudere fragorosamente la prima parte del concerto e il lungo, lungo finale di Yellow Light cantato con il pubblico.

Se chi legge li avesse visti, si certo, c'erano nella ricetta ampi ingredienti della gioia festosa degli I'm From Barcelona e non poca attitudine vicina agli Arcade Fire, di cui in fondo la band islandese è una versione allegra, leggermente meno epica ma almeno per ora, non lontana per talento melodico, pur con i distinguo del caso.


Ci si è divertiti, tutti. Si è saltato, tutti, cantato tutti, passato un'ottima ora per un gruppo che sembra un raro (o forse fortunato) esempio di esordio dal successo fulmineo e per una volta meritato.
Ottima serata dunque e un augurio che sia solo l'inizio.






Scaletta

Dirty Paws 
From Finner 
Slow and Steady 
Mountain Sound 
Your Bones 
Skeletons (Yeah Yeah Yeahs cover)
Love Love Love 
King and Lionheart 
Lakehouse 
Little Talks 
Six Weeks 
Encore:
Sloom 
Yellow Light 



lunedì 18 marzo 2013

[Serie Tv]: House Of Cards




Scelgo di recensire, o meglio di trattare riguardo a House Of Cards poco prima di vedere la puntata che ne conclude la prima stagione.
E’ una scelta consapevole, per avere in comune con l’eventuale lettore ignaro un telo nero a nascondere il probabilmente emozionante finale che finale non potrà essere.
Forse, quando arriverà in Italia, House Of Cards verrà trattata come una qualunque serie televisiva.
Cosa che non è, o meglio non del tutto, essendo la prima produzione originale ad ampio budget (100milioni di dollari!) di Netflix, gigante dello streaming americano che quindi non solo fa uscire la serialità dalla televisione ma addirittura rende la serie subito disponibile, completa di tredici episodi vicini all’ora di durata.
Niente slot di ascolti, niente rating di pubblico, niente pause/premiere/finali di stagioni, tutto è lì, da un giorno all’altro, come fu per In Rainbows dei Radiohead.
Ma questa è analisi del come, mentre qui si vuol parlare del cosa.
E cosa è House of Cards?
Non è, se non in minima parte, il palcoscenico di definitivo pareggio (sorpasso?) della televisione sul cinema, con episodi diretti da David Fincher e Joel Schumacher e soprattutto da una gigantesca interpretazione di Kevin Spacey.
House of Cards è un attualissimo (e violentissimo, in questo senso) sguardo all’oggi, all’etica dell’oggi.
Di più: è un viaggio infernale nella mancanza di valori dell’oggi.
Non con quell’autocompiacimento, quella cosa un po’ Movimento 5 Stelle “Fa tutto schifo, cambiamo tutto” no, qui c’è il “così vanno le cose qui.”

Ambientata tra politica e società, tra Casa Bianca e incursioni domestiche, la serie narra fondamentalmente del lungo percorso di Frank Underwood (Spacey) dalla mancata nomina di segretario di stato in poi.
Non sappiamo molto del prima.
Dopo, però, con spietato realismo seguiamo la silenziosa vendetta di Frank, nella riconquista del potere.
Ed è il potere il percorso affrontato puntata per puntata.
Potere di carica, potere per età, potere per seduzione, potere per interesse.
Assoluzioni: nessuna.
Non è assolta Zoe, affascinante giornalista che imbastisce un gioco tra seduzione e interesse lavorativo con Frank, perdendo ogni brandello di stima per sé stessa e del lavoro che fa.
Non è assolto Peter Russo, rampante candidato ex (?) alcolizzato, sfruttato da Underwood per una gloria immeritata e che quando, però, prende coscienza di sé e sembra diventare uomo, fallisce la prova più semplice, in apparenza (quella d’amore) rovinando sé stesso e la propria carriera fino ad una spirale di autodistruzione.
Non sono assolti i vari politici, mostrati deboli, ricattabili o ricattatori, né i giornalisti,l’opposto di quelli di The Newsroom, qui arrivisti, faziosi o almeno disinteressati alla morale di quello che fanno.
Non lo è, infine, nemmeno Claire, moglie di Underwood, in apparenza comprensiva, dura quanto basta, vicina al marito e poi invece, anche lei, infedele, infelice, non meno inaffidabile.

Non  a caso non ci sono bambini, in tredici ore di sceneggiatura, se non di sfuggita i figli di Russo.
Tranne forse lei, Zoe, a cui Francis chiede di chiamare il padre nel giorno della ricorrenza, e che chiude la telefonata tra i gemiti del sesso orale che lui le pratica, mentre lei risponde “ma tu non hai figli” e lui, diabolico, sussurra “davvero non ne ho?” prima di ributtarsi sul suo corpo.
E non lo puoi ammirare, Underwood, si incisivo, efficace, oratore,scaltro, si tutto questo ma quanta oscurità si muove in lui?
Interpretato sontuosamente da Spacey, Frank Underwood, spiega, alla telecamera, in un meraviglioso gioco meta-televisivo, le macchinazioni, i personaggi, la sua filosofia di vita.
A volte, dopo una frase importante, giro il ghigno verso la telecamera, solo un’occhiata, parla a te, spettatore, rendendo forse mai come prima d’ora protagonista aggiunto, complice e per questo, puntata dopo puntata, ti si conficca nel petto, con tutta la sua tragica violenza, (quasi) sempre celebrale, spesso disumana.

E’, House of Cards, uno degli show più realistici mai scritti, mostrandoci una politica di compromessi, di favori, le necessarie utilità di comodi, raccontandoci (vedi Girls) delle disfunzioni dei sentimenti in una società aliena che spazza via tutto, dove in basso si chiede giustizia e lavoro e in alto si sogna potere, tanto potere.

Uno sguardo che fa male, ma è necessario.
In un’epoca fatta spesso di personaggi televisivi malvagi ma affascinanti e con moralità diverse (Dexter? Benjamin Linus di Lost?) in questo torbido non c’è risalita, luce, sogno, innocenza.

E quindi, si, ferisce , House of Cards, proprio come la realtà, proprio come lo sguardo tagliente di Frank, rivolto a te spettatore.
Ma non guardarlo sarebbe chiudere gli occhi verso un mondo.
Il nostro. 

domenica 17 marzo 2013

Introducing Haim


Inizia a essere ora di parlarne, di queste Haim.
Se ne legge, in giro, da parecchi mesi ormai: tre sorelle di Los Angeles (e un batterista) entrate nell'orbita di parecchi siti come gruppo da osservare per il 2013, in particolari vincitrici del BBC sound of 2013, che raramente sbaglia nell'indovinare future band da tenere sotto alta attenzione.
Così, dopo un Ep (Forever) lo scorso anno, parecchie date di supporto a band molto importanti quali Mumford And Sons e Florence And The Machine e prossimamente per i Vampire Weekend, arriviamo ora ad un nuovo brano, Falling, che verosimilmente inizia il percorso per il primo disco ufficiale.
Un pezzo dalle parti della stessa Florence And The Machine, nell'attesa di vedere se sarà gloria vera, ecco il video.

mercoledì 13 marzo 2013

Volume tre per She & Him


Non sarebbe giusto negare qualche riga al primo estratto che ci annuncia l'arrivo di Volume 3, terzo album della coppia (artistica) che comprende M. Ward (autore di un ottimo disco solista lo scorso anno) e la probabilmente universalmente amata Zooey Deschanel  (500 Days of Summer, in Italia 500 Giorni insieme, la fortunata e adorabile serie tv New Girl).
Dopo due album e un disco natalizio, eccoci al nuovo disco che si mantiene sulla stessa rotta zuccherosa, fatta di un pop in odore di anni sessanta (come ci ricorda il video) parecchi sorrisi e una generale piacevolezza, se vi va un ascolto leggero.
L'album è in uscita il 7 maggio, intanto ecco Don't Look Back.


Prossimi Appuntamenti Live

Ed eccoci ad un corposo aggiornamento dei live più interessanti dei prossimi mesi.
Che l'estate si stia avvicinando pare abbastanza chiaro.
In giallo le novità.





Of Monster And Man
18 Marzo - Bologna, Estragon
19 Marzo - Roma, Piper
9 Luglio - Sesto Al Reghena

Adam Green & Binki Shapiro
30 Marzo - Bologna, Covo

John Grant
11 Aprile - Milano, Teatro Parenti
12 Aprile - Roma, Parco della Musica
13 Aprile - Bologna, Teatro Antoniano

Eels
18 Aprile - Milano, Alcatraz

The Knife
29 Aprile - Milano, Alcatraz

Low
11 Maggio - Bologna, Teatro Antoniano

My Bloody Valentine
27 Maggio - Bologna, Estragon
29 Maggio - Roma, Orion

Liars
27 Maggio - Roma, Circolo degli Artisti
28 Maggio - Verona, Interzona
29 Maggio - Torino, Molodiciotto

Grizzly Bear
28 Maggio - Milano, Alcatraz

The National
30 Giugno - Roma, Auditorium Parco della Musica
1 Luglio - Milano, Ippodromo del Galoppo

Tame Impala
9 Luglio - Ravenna, Rocca Brancaleone
10 Luglio - Milano, Circolo Magnolia
13 Agosto - Sestri Levante, Ex Convento Baia del Silenzio

Artic Monkeys
10 Luglio - Roma, Ippodromo Capannelle
11 Luglio - Ferrara, Piazza Castello

Atoms For Peace
16 Luglio - Roma, Ippodromo Capanelle
17 Luglio - Milano, Ippodromo Del Galoppo

Sigur Ros
26 Luglio - Ferrara Sotto le Stelle
28 Luglio - Roma, Ippodromo Capanelle

Blur
28 Luglio - Milano, Ippodromo del Galoppo
29 Luglio - Roma, Ippodromo Capannelle

A Perfect Day Festival (Villafranca di Verona)
1 Settembre: The XX - Editors

domenica 10 marzo 2013

Report Live: Beach House @ Estragon (Bologna)

Fino ad un paio di anni fa, avrei respinto con forza l'idea di andare a vedere i Beach House.
Sopravvalutati, avrei detto.
Facenti parte di una quelle "sacche di culto" che poi in realtà aveva prodotto si, qualcosa di carino, ma nulla di memorabile.
Questo fino a Bloom, che per affinità del momento o per effettivo cambio di marcia (io propendo per la seconda, ma le recensioni sono discordi) ha segnato a mio avviso l'effettiva maturazione della band, tanto da meritarsi un impronosticabile terzo posto nei migliori album dello scorso anno.
E arriviamo così a trovarci all'Estragon, in un sabato sera piovoso e dal discreto afflusso, forse un 1500 persone, ad occhio, non male viste le tre date del tour italiano della band americana.

Intanto due righe (per ora due, ma in futuro ne destineremo un post intero) per l'ottima apertura di tale Marques Toliver, violinista di colore, da solo sul palco a fare tutto con loop, violino e voce, simpatico quanto intenso nella voce. Un pò Owen Pallett, sicuramente da seguire a maggio quando uscirà il primo disco.



Dopo la consueta attesa, ecco sul palco il duo di Baltimora, affiancati in tour da Daniel Franz, alla batteria e avvolti da una scenografia semplice quanto suggestiva di luci e ombre.
Ecco, la suggestione è il tema principale del live.
Corto (un'ora e dieci) ma compatto (praticamente niente interazione nè tempi morti per gli strumenti, è stato quasi un concerto unitario) e soprattutto suggestivo.
Lei Victoria, ottima alla voce e tastiere, con movenze strane, una fisicità capace di rendere quasi indefinibile l'età, lui Alex Scally, al fianco, a supportare con voce, chitarre e basso queste composizioni di dream pop etereo e intenso, di quelli che ami o odi ma rese ottimamente dal vivo.
Con una scaletta corposa (una quindicina di pezzi circa) con quasi tutto Bloom e ripescaggi vari dal passato, l'unica piccola nota negativa (ma forse è una scelta) è quella di una certa freddezza della band, con addirittura una quasi fuga dal palco all'ultimo pezzo (Irene) senza nemmeno un saluto.

Forse è però una scelta, quella di far parlare le composizioni e quelle non si possono criticare, in particolare Myth e Wishes, tra i pezzi più belli del disco ne escono vincenti.
E quindi bene, bene, Beach House, siete riusciti, oltre al disco a convincere pure live: se non è maturazione questa.

venerdì 8 marzo 2013

Il primo estratto per i Phoenix


Manca ancora un mesetto, ma possiamo iniziare a parlarne.
Del ritorno dei Phoenix, in questo caso più atteso di altre volte dopo quel piccolo capolavoro di pop elettronico datato 2009 dal titolo Wolfang Amadeus Phoenix, uno di quegli album (il quarto nel loro caso) che ti fanno fare il salto di qualità.
Quattro anni dopo sarà il momento di Bankrupt!, il quartetto francese si prepara, probabilmente ad un bagno di folla per la prossima estiva, tour per il momento non include l'Italia, anche se contiamo di qualche annuncio.
E intanto, dal titolo programmatico, ecco in ascolto Entertaiment, primo estratto dal disco.

domenica 3 marzo 2013

Ascolti: Atoms For Peace - Amok


Sono uno di quei (tanti) che l'adolescenza l'hanno passata sui Radiohead.
D'altra parte avevo 15 anni quando uscì Kid A, 16 con Amnesiac e 18 quando, giovane, timido e impaurito dal mondo entravo in una piazza che definire rovente era un eufemismo, per il mio concerto della band di Thom Yorke.
L'adolescenza è l'età, per definizioni, delle passioni incontrollabili: tutto è oltre, totale, assoluto.
Così lo era il mio amore per i Radiohead, che erano poi ciò che volevo essere io: fuori dagli schemi, pieni d'arte, cultura musicale e visiva, coraggio un pò nichilista nell'abbattere schemi e regole del mercato discografico.
Parecchi anni dopo, anno 2013, ho vissuto l'attesa di Amok con una certa tranquillità.
Si cresce e si impara a controllare l'assolutismo, la devozione.
Ma, complice un regalo di un buono di (sempre santo) Amazon, avevo scelto una modalità ormai dimenticata per ascoltare il disco: prima di tutto il vinile, puntina sul piatto, in camera.
Un ascolto vecchio stile per un progetto piuttosto nuovo invece: come ben si sa Atoms For Peace è il nome di quello che era nato come un supergruppo per suonare live i brani di The Eraser, primo disco solista di Thom Yorke.
Da questo gruppo, comprendente anche Nigel Godrich (sesto membro dei Radiohead) Flea (Red Hot Chili Peppers) e Mauro Refosco (ai battiti, potremmo dire) è nato il progetto di un secondo lavoro che non fosse più solista ma di gruppo.
Leggendo in rete pare assodato che si tratti di una specie di veloce jam session, qualche giorno quà e là tra i vari impegni dei protagonisti.

Io a questa teoria non ci credo.
O perlomeno Amok non può essere stato solo questo.
Perchè basta sentire Because You Very Eyes, prima traccia del disco, per addentrarsi in un progetto molto più interessante di quello che si poteva pensare (con la sua consueta sfiducia nei supergruppi).
Un patter digitale in sottofondo, che spesso nel corso del disco confermerà tutto l'amore di Yorke per la scena dubstep inglese, la sua voce a distendersi, il basso e le chitarre a essere componente ritmica.
E forse, per gusto personale o meno che sia, è ancora meglio quando il ritmo si eleva ulteriormente: vedi Dropped, costruita su un synth e che poi prende il via (siamo dalle parti di Lotus Flowers, in qualche modo) vedi Stuck Toghether Pieces, brano dove forse più che in altri casi si sente Flea, con un gran giro di basso in sottofondo.

E' un disco compatto Amok, fatto di intuizioni, di momenti, di occasionali istanti di un riff, una pausa, un tributo alla parte ritmica (Reverse Running) e forse, più che ad una Jam Session è corretto, come si diceva in qualche intervista, parlare di un approccio jazz.
In questo senso si, ci si può immaginare le sessioni di strumenti ad intrecciarsi, ma senza dimenticare un lavoro sicuramente imponente di produzione e studio per un disco che suona modernissimo.
E soprattutto, senza pur essere un capolavoro indimenticabile, è un gran bel disco, fresco, vitale e che, verosimilmente sarà un piacere ascoltare live.
Una conclusione non casuale: domani escono la/le date live per la prossima estate.

[Live Report] Home Festival - Giorno 1 - 31/8

Non è nemmeno, spero, necessario l'abusato discorso che potremmo riassumere in festival/italia/mondo. Ovvero: siamo una rara anom...