lunedì 30 luglio 2012

Report Live: Damien Rice - Cavea Nuovo Teatro dell'Opera (Firenze)

Si chiudono un paio di mesi intensi, con questo report.
Partito con gli XX a Torino e finiti con questa data di Damien Rice a Firenze, parecchi concerti in mezzo.
Essendo io di Ferrara, viene da chiedersi perchè mai sia finito a Firenze, quando c'era una data nella mia città il giorno prima: il bello della vita ospedaliera.
Ma nessun problema particolare, si va in gita, che Firenze è bella e non dista molto.
Damien Rice, nella sua esigua ma importante discografia, ci aspetta.
Lo scenario è bello: il Nuovo Teatro dell'Opera, un futuro imponente Auditorium di 5000 posti ospita ampie scalinate al fianco, percorrendole si arriva ad uno spazio aperto, in discesa, questa Cavea, simile per struttura ad un cinema, che regala uno spazio grande (2000 posti circa) e una bellissima vista per chi sale fin sopra.


Damien Rice, dicevamo, nei suoi dischi autore di canzoni ormai arrivate ad un grande pubblico e piuttosto intense ed emozionanti.
Se si aggiunge il fatto di un tour in acustico, con solo il cantante Irlandese sul palco, viene da pensare ad una serata tranquilla e delicata.
Il fatto, invece, che si sia riso, cantato, battuto le mani e interagito neanche fosse un falò in spiaggia tra amici la dice lunga.
Eh, si, perchè magari per chi non era alla prima volta dal vivo non è una novità ma per noi lo è stata: Damien è un personaggio spassoso.
Disinibito, divertito, per nulla divo, con una scaletta in linea di massima improvvisata (ad esempio si sente dal pubblico Rootless Tree, lui guarda un attimo, arriva al piano e la suona).

E che dire della sua voglia di ascoltare una canzone della tradizione italiana?
Arriva un ragazzo, Damien si siede in prima fila e il ragazzo canta un paio di canzoni napoletane (si, c'è anche O Sole Mio).
E poi ancora Cannonball suonata con tutto spento, pure l'amplificatore e le luci, vedi alla voce unplugged.

O, infine, un trittico di Volcano, Hallelujah e Cold Water con metà pubblico sul palco a cantare.
Insomma: un bellissimo posto con un ottimo pubblico, dove passa il ragazzo con tre birre e ne appoggia una per Damien sul palco (che ringrazia), una voce intensa con parecchi brani riusciti benissimo, un clima allegro e capace di eliminare totalmente la distanza tra palco e pubblico (anche grazie all'assenza delle transenne, tutti seduti tranquilli sui gradoni della Cavea).

Una sorpresa, un gran concerto, una bellissima serata.
Che volere di più?

sabato 28 luglio 2012

Ascolti: Fiona Apple - The Idler Wheel Is Wiser Than The Driver Of The Screw And Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do


Tu che leggi, hai presente quella scena di tanti film o telefilm dove i protagonisti vanno in locale, tipicamente un elegante pub di Manhattan e nel sottofondo della scena (con qualche generosa inquadratura) c'è sempre una cantante, ben vestita,  elegante, che canta un qualche delicato pezzo voce e piano (o poco più)?.
Ecco, una di queste donne potrebbe essere Fiona Apple.
Invece Fiona, statunitense, ha una storia travagliata alle spalle: un bel successo solo diciottenne, con Tidal, un seguito tre anni dopo che ne ampliava il discorso e soprattutto un più che travagliato terzo disco, bloccato dalla casa discografica perchè troppo difficile, richiesto dai fan con la campagna FreeFiona, uscito ma non come nelle intenzioni dell'autrice nel 2005.
Così, altri sette anni dopo, Fiona Apple è un nome che fa rumore ma poco hype.
E forse è un bene, che si sia potuta scollegare da pressioni troppo elevate e un mercato mainstream pronto a fagocitarla nel suo mondo.
Così, questo quarto disco dal titolo più lungo della terra (e che diventa quindi The Idler Wheel per umanità) si avvia, sussurato, con poco clamore.
E non ne farà: manca un singolo degno di nota, un pezzo clamoroso, qualcosa di incredibile.
Però non è brutto.
E' intenso, quasi Jazz, a volte piuttosto a fuoco (l'apertura Every Single Night - Daredevil) a volte magari si perde per un attimo (Jonhatan, l'introduzione di Peripetry che serve a poco ma si riscatta bene lungo la traccia).
Lascia il sapore di un disco composto quasi esclusivamente voce e piano, lasciato in mano a buoni musicisti con il compito di insaporire il tutto con qualche tocco di batteria, di chitarra o poco più.
E basta.
Un disco sincero e onesto.
Non indimenticabile, di piacevole ascolto.
Forse è questa la dimensione giusta per te, Fiona.

Every Single Night by fionaapple

mercoledì 25 luglio 2012

Bat For Lashes: singolo, nuovo disco e un live in Italia


Il progetto Bat For Lashes arriva al terzo album.
La creatura di Natasha Khan, per metà inglese e per metà pakistana, dopo il primo Fur And Gold premiato con il tour con i Radiohead (bello il loro live a Milano) aveva dato alle stampe Two Suns, decisamente un buon album.
Non fosse per un pugno di canzoni eccellenti, come quella Glass in apertura, semplicemente strepitosa.
Passati tre anni, eccoci qui a presentare The Haunted Man, in uscita a metà ottobre, con Laura, intensa ballata voce e pianoforte che in verità non aggiunge molto alla produzione della ragazza ma che lascia comunque ben sperare in una conferma del talento della Khan.
Dunque, in ascolto in singolo, non prima di segnalare l'unica data italiana, che sarà il 19 Novembre, all'Alcatraz di Milano.

Laura by Bat for Lashes



lunedì 23 luglio 2012

Report Live - Afterhours @ Ferrara Sotto le Stelle

Il concerto degli Afterhours sarà finito da venti minuti, forse meno.
Se c'era un'occasione in cui vedere dal vivo questo gruppo, più di vent'anni di carriera, era questa: il concerto a pochi passi (letterali) da casa, un biglietto a prezzo ridottissimo (9euro, da devolvere per la ricostruzione di importanti strutture qui a Ferrara, non ultima il Teatro Comunale), una serata di quelle che più libere non ci sono.
Ma è bene premetterlo: il gruppo di Manuel Agnelli non ha mai fatto breccia nel mio cuore.
Ne rispetto il suono, l'ormai imponente discografia e soprattutto ne rispetto il tentativo di andare oltre a promuovere altre realtà italiane e la musica nel suo complesso, vedi i Tora Tora Festival e il progetto Il Paese è Reale.

Così, vado a dire che nemmeno il live mi ha entusiasmato troppo.
Se vogliamo darci alle banalità, possiamo dire che il meteo ha seguito il suono, dove giovedì ribolliva di calore lo stesso posto prima (e durante) Bon Iver in questa serata con una buona risposta di pubblico (diciamo 1500 persone?) c'è una bella arietta fresca.
Me lo fa notare chi (santo uomo) il Festival lo organizza e penso esageri, poi scorgo tutto intorno a me felpe e giacche e al termine capirò che avevano ragione loro: per fortuna c'è la gente e in mezzo non si sta male, ma appena fuori dal nucleo di persone non ci si scalda proprio.
Nemmeno a livello musicale però: i sei sul palco (e diversi ospiti, ne parliamo tra un attimo) mi sembrano in serata di mestiere, in una scaletta che alterna l'ultimo album con qualche ripescaggio e finirà, nei tre (!) bis a guardare indietro (Dentro Marylin, tra le altre)  e ad alzare l'aggressività sonora.

Eppure, Agnelli è un bravo frontman ma a parte ringraziare, non dice altro (ma legge un estratto di un testo di Borsellino, un bell'omaggio) e i pezzi sono grintosi ma senza troppa verve.
Almeno è la mia impressione, anche se guardando il pubblico un pò mi pare di avere ragione, esclusi i fan, il resto del pubblico si anima più che altro per i classici ripescati dalla band.
Ma è bene ripeterlo: non riesco ad amare troppo la proposta musicale del gruppo, probabile sia un problema mio.
Bella invece la presenza di vari personaggi della scena italiana: se Vasco Brondi è di casa, Enrico Gabrielli (Calibro 35) e Giulio Favero (Teatro degli Orrori) rendono più preziosa la scaletta.

Poco da aggiungere: un live onesto, di mestiere e generoso (due ore sul palco).
Ma l'amore non è sbocciato nemmeno questa volta.

venerdì 20 luglio 2012

Report Live: Bon Iver - Ferrara Sotto le Stelle

Quest'anno Ferrara Sotto le Stelle è in fondo alla via dove abito.
Che vuol dire che se scendo sotto casa, svolto a sinistra, vedo a cento o duecento metri il cancello del Motovelodromo, che per l'edizione 2012 è la casa del MIO festival, quello che più di tutti ha segnato le mie estati musicali.
La causa dello spostamento da Piazza Castello è la ben nota serie di scosse, che ha reso pericolante il Castello e obbligato, un mesetto fa, quando la situazione era ben più calda, a scegliere un luogo alternativo.
Che non è per niente male, in fondo.
Così, quando è l'una del pomeriggio, faccio due passi, ma ancora non c'è nessun movimento.
Ben diverso quando sono le cinque e mezza, passo e vedo una cinquantina di persone iniziare ad arrostirsi in fila e soprattutto sento le note di Calgary piuttosto bene uscire dal soundcheck.
Torno a casa, mi cambio, prendo il Kindle in tasca, mi metto in coda.
Voglio vedere bene, Bon Iver, lo chiedo e lo voglio a Ferrara dalla scorsa edizione, è uno di quelli "da Ferrara Sotto le Stelle".
Alle sette ci fanno entrare, rivelando il prato con il palco.
Si sta meglio, sull'erba morbida, il posto si riempe gradualmente (ma arriverà a riempirsi molto, diciamo 3 o 4 mila persone) e mentre il sole inizia la sua discesa passano sul palco i Polica.
Che sono piacevoli, pur non lasciando niente indietro: una cantante in formissima, due batterie, un basso, rivelano un elettro pop vicino forse a Florence And The Machine (con qualche suono campionato) discreto ma un pò monotono.

Al pubblico piacciono e va benissimo così.
Poi alle 21.45 è il momento di Bon Iver.
E' il momento di Bon Iver dopo due dischi, cinque anni passati a For Emma, Forever Ago, alla prima volta in Italia.
E fa per un attimo strano, come se tutto fosse cresciuto mentre tu ancora ricordi Skinny Love.
Perchè Justin Vernon è oggi un uomo sorridente e sicuro, con indosso una improbabile canottierina e soprattutto si porta dietro altre otto persone sul palco.
Così, mentre tu pensi a Skinny Love, un'ondata sonora ti travolge: Perth, che apre il secondo disco, apre anche il concerto e l'audio si rivela perfetto sin da subito, tanto che Perth, questo pezzo di rottura, irregolare e spigoloso, vibra con un muro di suono impressionante.
E Bon Iver inizia a cambiare chitarra ad ogni pezzo, per finire a volte al piano.

L'inizio è tutto per il secondo disco, poi un pezzo "nuovo" Brackett (dal progetto Dark Was The Night, 2009) uno dal Blood Bank Ep, per ben nove pezzi si ignora il primo album.
E tutti i pezzi sono allungati, riarrangiati, resi più potenti che su disco, con due batterie, una importante sezione di fiati (4 persone), cori, basso, chitarra acustica ed elettrica.
A volte sono perfetti, a volte magari meno, ma che resa sonora.
E poi, pezzo numero dieci, Skinny Love, voce e chitarra (quasi), il pubblico che canta più forte di Bon Iver quasi (e mi viene da pensare, a casa mia si sentirebbe).
Da ora si alternano i due dischi e poco prima della fine della prima parte c'è spazio per una meravigliosa Calgary e si chiude con Beth/Rest su cui dico: no, il vocoder così non riesce bene (o almeno non piace a me) però quando tutti e nove sul palco allungano il finale fino a renderlo potente oltre il pensabile, beh, nulla da dire.
Il bis è poi emozionante: The Wolves di cui si parla sempre poco, con la richiesta di Vernon del supporto del pubblico per la parte finale, è un fragore in crescendo che quasi eclissa For Emma, in chiusura.

Non è stato tutto perfetto, in questo concerto.
Quel perfetto che ad esempio riecheggia negli occhi di chi ha visto i Portishead poche settimane fa.
Ma non si pensi è stato un ottimo concerto.
Potente, è l'aggettivo dominante (e chi l'avrebbe pensato prima di entrare?).
Intenso, sincero, coinvolgente e quando Bon Iver ha tirato tutto quello che ha dentro, quella capacità di emozionare, beh ha raggiunto ottime vette.
Forse, il sogno potrebbe essere di un concerto a teatro quasi acustico ma la realtà è che è un sogno personale: Bon Iver oggi è più avanti di questo, già proiettato verso l'ampliamento di suoni e probabilmente, palchi sempre più grandi.
Che il futuro sia con lui, noi ci saremo.







martedì 17 luglio 2012

Primo singolo per i nuovi XX


Ci siamo già detti che il futuro disco degli XX, almeno a impressione live, sarà un bel sentire.
Delicato e intenso come il primo, con la marcia in più della grande esperienza (e talento) maturati da Jamie XX in grado di ampliare le soluzioni sonore e perchè no, di velocizzare alcuni ritmi.
Ora iniziano ad arrivare dettagli più importanti, come la copertina (sopra), la tracklist (sotto) e un primo singolo, Angers, che ricordiamo anche live.
Ed è bello: è la prima traccia del disco, suona molto vicino all'esordio, preannuncia (con delicatezza, in sottofondo) le crescite sonore del ritmo.
Così ce lo godiamo, apprezzando anche la copertina, uguale al primo album, dove però al posto del nero fanno capolino i colori: un bel segno.







  1. Angels
  2. Chained
  3. Fiction
  4. Try
  5. Reunion
  6. Sunset
  7. Missing
  8. Tides
  9. Unfold
  10. Swept Away
  11. Our Song

domenica 15 luglio 2012

Ascolti: Alt-J - An Awesome Wave


Che bel disco.
Alt + J, lo dice ogni recensione, è quello che porta, digitandolo su di una tastiera Mac (inglese) il tasto delta.
Un approccio tecnologico sin dal nome, per questi quattro ragazzi inglesi nativi di Leeds e studenti a Cambridge.
Che, a leggere in giro, pare abbiano influenze in ogni direzione: ho letto di Fleet Foxes, Cluddead, Radiohead, XX, Portishead, di un Trip-Folk.
Insomma, pare che nessuno, a mio parere, si sia davvero accorto che c'è un disco in realtà che ha gettato enormi basi su questo esordio, un capolavoro uscito guarda caso nel 2007 e di cui è parlato troppo poco: parlo del debuto degli Stateless, altra band inglese scivolata presto in basso nell'indice dell'Hype nonostante un secondo album piuttosto interessante (Matilda, sempre "casualmente" titolo di un brano anche dei nostri Alt + J).
Insomma, siamo ad un andamento a ritmiche di media velocità, ad un avvolgimento sonoro non lontano dal trip hop (solo aggiornato a questo decennio digitale), ad una vocalità che sale e scende e affascina in tutte le sue sfaccettature, quella di questo Joe Newman al suo esordio ma dotato di grande abilità.
Difficile dire che siano le base per un grande futuro o un estemporaneo, grande disco.
Fatto sta che tra l'ipnotica Tessellate, l'accattivante Breezeblocks o Dissolve Me, con i suoi continui stop e poi via, ci si trova ad ascoltare il disco con una piacevolezza rara.
Un disco che è sicuramente uno dei migliori di quest'anno.
E visto che lo fa la band, io lo metto direttamente tutto in ascolto qui sotto.
Consentito innamorarsi.

An Awesome Wave by alt-J

sabato 14 luglio 2012

"Octopus" è il ritorno dei Bloc Party.


Che i Bloc Party occupino un posticino speciale in chi scrive è cosa nota.
Non per chissà quale motivo particolare (al di là che Silent Alarm E' uno dei capolavori del decennio scorso) se non per quelli personali: il disco comprato dopo l'esame di Biochimica (quando ancora si compravano i dischi ed ero già quasi fuori tempo massimo), il concerto visto con una nuova amica e le conseguenze di tutto ciò, Banquet che fu uno degli ultimi veri inni da ballare in quella stagione in cui sembrava che si potessero muovere davvero folle di persone ad ascoltare qualcosa di nuovo, bello e divertente e che stava succedendo in quel momento.
E io, a volte, dietro la consolle, pronto a piazzare quella serie di dischi a tutto volume.

Così, pure se è vero che A Weekend in The City è stato solo un buon disco, che Intimacy è stato coraggioso ma dimenticabile e che le esperienze soliste di Kele sono state imbarazzanti, rimane un piccolo tuffo al cuore tutto personale nel leggere le varie mail che preparavano il ritorno con Four, quarto (appunto) disco in studio della band inglese.
E l'altro giorno, il primo singolo, Octopus.
Che non convince fino in fondo ma nemmeno è brutto.
Un pezzo breve, che ci riporta la splendida vocalità di Kele, un interessante gioco di note ad incastrarsi, un coretto nel ritornello che forse poteva non starci ma perlomeno Octopus ci riconsegna un band nuovamente unita e serena.
Per i giudizi aspettiamo l'album ma intanto bentornati, di cuore.

Bloc Party - Octopus

giovedì 12 luglio 2012

Report Live: Edward Sharpe & The Magnetic Zeros - Rocca Brancaleone, Ravenna

C'è Paul Weller, a Ferrara.
Ci sono i Wolfmother a Padova.
E ci sono gli Edward Sharpe And The Magnetic Zeros a Ravenna, in una bella rocca antica.
Da entusiasti del primo album della band americana, un vero e proprio collettivo con un frontman (Alexander Ebert) e parecchia altra gente non di secondo piano (saranno in undici sul palco), l'anno scorso avevamo atteso parecchio il purtroppo annullato all'Hana Bi di Marina di Ravenna.
Così quest'anno ci buttiamo.

I concerti in giro per l'Italia saranno stato bellissimi ma, al di là dell'importante storica o di altre valutazione, possiamo dire con certezza che ci non c'era ha probabilmente sbagliato.
In un senso, almeno: se si voleva una festa, a chi mancava quest'anno il concerto degli I'm From Barcelona all'Hana Bi in spiaggia, a chi voleva una serata di bella gente, sia sul palco che sotto, beh, Ravenna ieri sera era LA sera.
Undici persone sul palco, qualche centinaio sotto, la sorprendente presenza di sedie sotto il palco (dureranno circa 5 o 6 secondi), questo lo scenario.
Una band che ci impiegherà un paio di pezzi iniziali per raffinare i suoni e le intese.
Poi non ci si ferma più.

Difficile scegliere cosa raccontare di questa serata.
C'è la parte della qualità musicale, capace di essere migliore che su disco, rispettando tutte le belle "hit" della band (Home, Janglin, Man on Fire) e soprattutto ampliandole, portando sul palco improvvisazione, balli, alternanze alla voce.
Perchè per esempio non è solo Alexander a prendere spazio, anche la sua compagna, Jade Castrinos, una specie di Règine degli Arcade Fire, con voce e balletti ci mette la sua anima.

Ma pure gli altri, come il chitarrista che si improvvisa cantante, i due batteristi, la violinista, ognuno ha il suo momento di gloria, con assoli, cambi di posizione.
E poi, su tutti, un pubblico meraviglioso: disciplinato, divertito, entusiasmante: si libera delle sedie e da metà in poi una parte si butta nella fossa (letteralmente) che divide palco e pubblico, quello spazio di 20 metri per due, profondo due metri, che diventa zona ballo e da cui Alex canterà varie canzoni, in braccio a questo o quello, con la sicurezza attenta ma senza voglia di intervenire: ci sono balli, canti, giochi, ma è chiaro che sono l'entusiasmo, la serenità, l'energia positiva i comuni denominatori di questa serata.
Non mi è successo molte volte di vedere una simile sintonia e pace interiore in un pubblico.
Una volta, simile, fu ad esempio, la sera dei Franz Ferdinand a Ferrara, con migliaia di persone a cantare e saltare senza disturbarsi, interrompere, urlare, pogare.
Così ieri sera, l' entusiasmo incredibile per una band che ha due album da un'ora e 35 minuti di discografia e suona per un'ora e 45.
Che costruisce la scaletta chiedendo al pubblico i pezzi o decidendola insieme sul palco, ridendo e scherzando.
Una festa, una grande festa.
Basti vedere le foto.
Una grande serata di musica e gioia.
Mica poco.






martedì 10 luglio 2012

Ascolti: Conor Oberst And The Mystic Valley Band - One of My Kind


Credo che il fatto più significativo per introdurre questa recensione sia un fatto: usando Itunes, nella finestrella di ricerca in alto, ho scritto Bright Eyes.
Ho scorso i titoli, non ho trovato l'album nuovo di Conor Oberst, ho ricontrollato il titolo, pensando ad una dimenticanza, ho riguardato tra i file.
Poi, il flash: non era il nome giusto.
Conor Oberst, dovevo cercare.
In questo caso Conor Oberst And The Mystic Valley Band, che non è niente di diverso (in fondo) dell'ennesimo disco di quello che è stato per vari anni uno dei miei cantautori preferiti, questo (ormai poco più che) trentenne americano, capace di un esordio a tratti fulminante a diciotto anni, di un capolavoro a venti ("Fevers And Mirrors") e di almeno un altro importantissimo momento, al culmine della sua produzione artistica, il doppio album nel 2005, "I'm Awake It's Morning" (acustico, vintage, delicato) e "Digital Ash in a Digital Urn (iperprodotto, epico, intelligentissimo, sottovalutato).
Oberst da quel momento ha esaurito le sue carte migliori.
Certo, nei (vari) dischi successivi qualche bel momento lo si è sempre trovato ma una volta riciclatosi a cantautore di stampo classico, ha perso il guizzo e non ha caso il nome è scivolato sempre più indietro nell'interesse collettivo.
Doveva succedere, certo, in uno che a trentanni ha all'attivo ben più di dieci dischi e infinite collaborazioni, in pratica un ragazzo che da quanto è diventato maggiorenne scrive, produce, va in tour e sembra avere nell'ego e nella pomposità le sue caratteristiche, come in quei primi splendidi album dove in ognuno c'era un pezzo palesemente troppo (senza aggettivo, troppo e basta) , c'era l'autointervista, c'era la lettera recitata.
Conor Oberst, quando era Bright Eyes, era una stella.
Quando era Bright Eyes è venuto due volte a Ferrara Sotto le Stelle, mettendo in piedi due ottimi concerti, facendo emozionare sia nel suo essere voce e chitarra sia nei momenti più elettrici in cui c'erano due batterie e almeno altre otto o dieci persone a suonare tutto quello che gli passava per la testa.
Ora poi, capire cosa sia questo One of My Kind mi è stato difficile.
L'ascolto mi aspettava da un pò e qualche momento mi ha coinvolto, ad esempio Synestete Song, quando il drammatico finale e la voce lievemente rotta ricorda i momenti migliori, come se d'improvviso quella viscerale emozione giovanile di qualche anno fa sia tornata.
O Breezy, voce e pianoforte, di rara bellezza.
Poi partono altre voci e altri stili. Che magari non sono nemmeno pezzi brutti ma dicono poco (o forse non sono quelli che voglio ascoltare).
E quindi cosa è questo album? 
Una raccolta di b-sides dei due album composti da Oberst con la band, nata per caso perchè il tecnico della chitarra invece di fare il suo lavoro ha fatto un documentario sul lavoro e la nascita della band.
Troppo pure per dargli troppo tempo (e invece di righe ne abbiamo lasciate abbastanza) in questa calda assolata, non troppo per non sentire qualcosa del tempo che fu nei pezzi numero 4 e 5 e sperare che il futuro sia dei migliori, fosse anche solo un canto del cigno, un disco del futuro Bright Eyes, il disco definitivo che non ha ancora fatto e che non possiamo perdere la speranza che riesca a scrivere.


Conor Oberst - Breezy 




venerdì 6 luglio 2012

Chi sono oggi i Muse


Sembra un titolo, è più una domanda.
Chi sono oggi i Muse?
Nel 1999 gran parte della stampa e del pubblico impazzì per Showbis, arrivato due anni dopo Ok Computer dei Radiohead e di cui si disse: ecco gli eredi.
Come tutti i paragoni aveva poco senso, se non nelle attitudini vocali dei rispettivi cantanti, ma già con Origin Of Simmetry (2001) si capiva che la band aveva una personalità propria.
Quello fu il loro miglior disco e con i successivi arrivò la fama planetaria.
Perchè siamo sinceri: oggi i Muse vendono, sono un gruppo da grandi arene, enormi cachet e grande visibilità.
Pazienza se su disco si prosegue con risultati altalenanti e se The Resistence è stato probabilmente l'album meno ispirato (quanto Black Holes And Revelation il più sottovalutato) e dunque eccoci ad oggi: i Muse stanno per dare alle stampe il loro sesto album in studio, in settembre, con il titolo "The 2nd Law" e si presentano con un brano, Survival, scelto (anche) per le Olimpiadi Londinesi.
Che magari ci dice poco e niente ma quello che ci dice è: mah.
Mah nel senso che è un brano iperprodotto, più che pomposo, nel pieno stile magnificente della band che però, cosa non da poco, manca di calore, di spessore.
Un brano troppo perfetto, musicalmente quasi vicino ad un esperimento corale.
L'album, insomma lo ascolteremo, anche se la sensazione è quella di avere (succede spesso) un gruppo la cui curva qualitativa è inversamente proporzionale a quella del successo.

martedì 3 luglio 2012

Blur: due nuovi brani


Basta il titolo.
Due nuovi brani dai Blur, probabilmente una delle band più importanti, influenti e indimenticate degli ultimi anni (ultimi anni che vuol dire almeno dal periodo brit pop in poi).
Gruppo che non è ancora ben chiaro se sia vivo o morto: vero che l'ultimo album è Think Thank, datato 2003, vero anche che Damon Alborn ha svariati progetti paralleli (Gorillaz, The God, The And Queen, collaborazioni africane) e che Graham Coxon prosegue la sua ormai importante discografia solista con buoni risultati.
Under The Westway e The Puritan sono i titoli, il primo ballata di ottima qualità, dal sapore un pò classico, che ci riporta alla mente i momenti migliori della band inglese.
Il secondo brano, The Puritans, è meno riuscito, virando verso un suono più elettrico, ma senza impressionare.
Ad ogni modo, eccoli in ascolto.


[Live Report] Home Festival - Giorno 1 - 31/8

Non è nemmeno, spero, necessario l'abusato discorso che potremmo riassumere in festival/italia/mondo. Ovvero: siamo una rara anom...