sabato 2 settembre 2017

[Live Report] Home Festival - Giorno 1 - 31/8



Non è nemmeno, spero, necessario l'abusato discorso che potremmo riassumere in festival/italia/mondo. Ovvero: siamo una rara anomalia, l'unico paese forte (e non) che pure non è in grado di avere almeno una rassegna musicale, di più giorni, con più palchi, di livello internazionale, capace di richiamare qualche decina di migliaia di persone, sotto "lo stesso tetto".
No. Noi chiamiamo festival la rassegne mono concerto che si svolgono in due mesi, le due sere consecutive con headliner e gruppo spalla, spesso chiamiamo festival una giornata unica con più band.

Chi è stato all'estero, non solo nelle ridenti Inghilterra o Spagna, ma anche in Polonia, Germania, Francia, Norvegia, Islanda, ovunque, sa che invece esistono questi più o meno bellissimi non luoghi, che diventano luoghi, in grado di accontentare più gusti, più età e più generazione e fare vivere alcuni giorni consecutivi, assieme, con l'idea di musica e stare assieme.
Nei casi migliori, senza nemmeno sapere chi suonerà al momento dell'acquisto del biglietto, perchè si è appassionati e si sa che si troverà sempre qualcosa di bello.
Da un pò di tempo c'è una piccola, parziale eccezione e si chiama Home Festival.
Non è ancora quello di cui sopra, ma si legge, nelle line up, negli spazi, nei prezzi, l'idea di aumentare anno dopo anno l'offerta per diventare qualcosa di cui sopra, ovvero un Festival, con la effe maiuscola.
Avevamo già seguito l'edizione 2015, nella sua prima e più interessante giornata  e abbiamo avuto la possibilità di tornarci quest'anno.

Prima di tutto, gli spazi: Home Festival è poco fuori Treviso, una medio grande arena polverosa, con un palco centrale di livello assoluto, due tendoni coperti per i concerti di medio livello, un altro paio di tendoni fondamentalmente per dj set ed elettronica, un piccolo ma forse sottovalutato parco all'aperto e tanti ulteriori spazi da vivere: aree cibo, aree relax, piccole bancarelle, area skate, un paio di terrazze, tutto organizzato con una certa precisione: i rifiuti vi vengono quasi tolti dalla mani e messi personalmente nel bidone giusto della differenziata, il sistema dei token è umano (con possibilità di rimborso a fine serata di quelli rimasti) l'acqua è gratuita per chi vuole, i bagni presenti e c'è pure un piccolo Home Garden per chi vuole fermarsi in tenta durante il festival.
Insomma ci siamo, piacevolmente e con diversi miglioramenti logistici rispetto all'edizione 2015.

Poi c'è la musica.

Nel nostro caso, inizia nel piccolo palco Home, con I'm Not Blonde (6,5), duo milanese, matrice elettro pop, ci credono talmente tanto che finisci per crederci pure tu. Proposta in realtà musicalmente semplice ma un impatto live divertente e capace di attirare l'attenzione: sono lo studente che non prenderà mai dieci, ma vince di simpatia.
Dal palco piccolo a quello enorme che ospita, un pò in sordina, a inizio serata, i The Horrors (7,5).

La sensazione è quella di tanti gruppi con le chitarre oggi, purtroppo fuori fuoco in un'epoca che si è spostata su altri suoni, eppure, fedelissimi a sè stessi, mettono in piedi un set potente, sicuro e di gran qualità. Migliorati anche rispetto a quando li abbiamo visti all'Estragon, presentano in chiusura anche il nuovo singolo Machine, che ben figura.
Sono quello che potrebbero essere i Joy Division oggi, non se li filerà quasi nessuno, ma fanno la loro gran figura.
C'è un pò di pausa e esce quello che almeno per questa serata (ma anche le successive, da scaletta) è un difetto abbastanza chiaro nella logistica degli orari: in diversi momenti della serata ci sono band che partono in contemporanea e momenti di quasi ferma. In sostanza, rarissimi i set sfalsati, costringendo a scegliere, invece magari di godere di show parziali, che pure in queste occasioni è una scelta accettabile.
E questo porta anche a potenziali congiunture di pubblico, che si muove negli stesso orari da un palco all'altro: ieri l'affluenza non era colossale, se lo fosse stato, poteva creare disagi.
C'è comunque modo di respirare l'essenza di Demonology Hi-Fi (6)
progetto di Ninja e Max Casacci, ovvero molto dei Subsonica, che con il buon amore per la band principale, suonano davvero all'antica: jungle e bassi a profusione per un suono di metà anni novanta. Oltre al loro materiale, reinterpretano qualcosa, come Aurora Sogna e Disco Labirinto: così così, ma c'è chi balla.
Così come c'è molta gente ad attendere quelli che sono un pò gli headliner, i Duran Duran (6?).
Un paio di generazioni in ascolto, con maglietta e indole da fan a cui non interessano altro che Le Bon e soci, per una esibizione energica e compiaciuta. Il frontman pare avere ancora 40 anni, da parte di chi scrive, a parte un paio di intuizioni pop, non paiono niente di indimenticabile, ma rispettiamo il pubblico.
Siamo in crescere e arriviamo alla parte centrale della serata.

Piuttosto interessante e raffinata "l'apertura" di Godblesscomputer (7) di cui evidentemente è il caso di recuperare un pò di discografia. Chill wave di classe, ritmi un pò rallentati, una certa eleganza di fondo che fanno ben disporre e ci preparano al live più atteso della serata.
Ci sono i Soulwax (9)
nome che si poteva pensare quasi disperso e invece tornato prepotentemente in scena quest'anno con From Deewee, nato da una quasi jam session in studio e che si presenta con tre (!) batterie, macchinari e tastiere di ogni tipo.
Tanto dell'ultimo disco e una Ny Excuse a ricordare il passato, in mezzo un'ora totale di ritmi, percussioni, onde sonore, capaci di suonare tanto rock quanto elettronica.
Il miracolo tiene anche live, anzi, si accentua: potentissimi i brani, con l'innesto di Igor Calavera alla batteria e mostra un pò in giro che anche certi generi musicali si prestano bene ad un approccio live.
Sinceri applausi.

Siamo in fondo: l'Istituto Italiano di Cumbia (7) collettivo di nove artisti capitanati di Davide Toffolo (Tre Allegri Ragazzi Morti) porta parecchi sorrisi e balli, con la sua cumbia, qualcosa dei 99 posse più ritmici, un patchanka sonoro che ben si presta ad un festival.

E in conclusione, sarebbe tra i più attesi, ma noi li abbiamo già visti, c'è l'ultima data prima di una lunga pausa di Moderat (7), nel tendone più grande.
Questa volta li ascoltiamo con distacco, con la mente al live dei Soulwax, confermandone le qualità compositive, i bei visual ma anche una certa freddezza dove il live è quasi solo il canto e che poco aggiunge ai bei dischi prodotti in questi anni da questa fusione che è diventata quasi progetto principale.
Solo un pò freddi, ecco.


Finisce qui, la lunga giornata all'Home Festival, con le prime gocce e un cielo quasi a giorno pieno di lampi e fulmini, preludio di un maltempo, vento e pioggia che provocheranno nella prima mattinata danni tali da dover far cancellare il giorno 2 dagli organizzatori, contando di sistemare tutto in tempo per le serate di sabato e domenica.

Insomma: il bilancio non è affatto male, Home Festival.
Spaziare tra più generi (non abbiamo nè citato nè visto, ad esempio The Bloody Beetroots e Frank Carter & The Rattlesnakes), proporre più palchi e offrire spazi, logistica e "confort" di qualità non sono cosa da poco e la crescita di anno in anno fanno comprendere che l'ambizione c'è e le capacità pure.
Contiamo allora di esserci nuovamente nei prossimi anni, con il sogno di una line up sempre più vicina a quelle di livello europeo, con un pubblico che sappia crescere di pari passo e seguire l'avventura.
Diciamo ancora sottovoce, ma forse, in qualche anno, potremmo pure avere anche noi "il festival".






venerdì 21 luglio 2017

[Live Report] Le Luci Della Centrale Elettrica + Colombre @ Ferrara Sotto le Stelle


Felice da fare schifo.
E' una delle magliette al banchetto, una delle intuizioni letterarie di Vasco Brondi (qui a Ferrara è Vasco Brondi, in Italia è Le Luci della Centrale Elettrica) e chiude in quattro parole un concerto, una sera.
La domanda sta nella prospettiva: sta crescendo Vasco? Cosa è oggi?
Perchè per noi, per quelli del demo, per quelli delle date da lui citate in provincia di Ferrara, per quelli dei reading, dell'urgenza espressiva dei primi due album, per noi che "cosa racconteremo ai figli che non avremo", ora una figlia ce l'abbiamo.
E ora anche noi abbiamo passato i trent'anni.
Siamo ancora a vedere il Brondi, capace di evolversi, scrivere un disco meraviglioso chiamato Terra e che sa di viaggio, di migranti, di ballate, di sentimenti, di cinque continenti racchiusi in pochi brani.
E siamo a vederlo con la barba lunga, una maglietta, la chitarra spesso e volentieri appoggiata, una band dietro a suonare a lui a ballare e cantare sul palco.
Quel suo parlare strascicato, incerto, involuto ora, pur rimanendo di sfondo, è diventato sicurezza, gioia, tranquillità nel raccontarsi.
Vasco Brondi (non) cantava immagini di un cupo futuro, poi ha cantato il cupo oggi e le difficoltà, poi ha iniziato a cantare in tutti i modi per liberarsi da sè stesso e ora canta per il piacere di farlo.
Felice da fare schifo.
Canta quasi più da Costellazioni (che pure, ora, mi pare il disco più incerto) che da Terra, canta una Macbeth nella nebbia che doveva uscire così su disco, canta Piromani come faceva al Korova un milione di anni fa, canta Chakra che pare poter essere la storia d'amore meno convenzionale che tutti vorrebbero raccontare (l'incertezza).
Chiude con Nel Profondo Veneto, che ha il testo della violenta morte dei sogni, sui cori africani della speranza.
E' dissonante così, anche alla fine, con il suo pubblico di chi ha cinquanta anni e chi nemmeno diciotto e passa il tempo a baciarsi con la foga di pensa che quell'istante, quella sera, quel concerto sia il momento perfetto di una vita (dico a voi, coppia davanti a me, eravate felici da fare schifo).
La sensazione  (e lui cantava la nostra disillusione!) è che quel pezzetto di pubblico di stasera, il popolo di Brondi sia pienamente con lui, un'anomalia genetica di serenità, canta altri versi ma se ti giri e guardi bene leggi tra le labbra "ce la faremo" "il mondo può andare avanti".
Vasco ha smesso di avere paura nel momento in cui ha iniziato a viaggiare e conoscere il mondo; mentre noi stiamo insegnando ai nostri figli ad avere paura, se solo non lo conosciamo.
Io ho visto questo ieri: la voglia di abbracciarsi.
Non ho visto un concerto perfetto, non mi è piaciuto che il suono vibrasse così poco, che la batteria non colpisse pesante, che le chitarre a volte non sferzassero.
Ma poi riflettendoci, era che sbagliavo prospettiva.
Non era quella data zero al teatro comunale, non erano bassi, chitarre e archi.
Non c'era imponenza ieri.
Vasco era venuto a piedi.
Felice da fare schifo.





Setlist
Coprifuoco
Qui
Stelle Marine
Macbeth nella nebbia
Quando tornerai dall'estero
La Terra, l'Emilia, la Luna
Ti vendi bene
Questo scontro tranquillo
I Sonic Youth
Una cosa spirituale
Waltz degli scafisti
Cara catastrofe
40 km
Piromani
Un bar sulla via Lattea
Chakra
Le ragazze stanno bene
I destini generali

Encore:
A forma di fulmine
Nel profondo Veneto

lunedì 10 luglio 2017

[Live Report] Sohn @ Anfiteatro del Venda

Per prima cosa: l'Anfiteatro del Venda non è un anfiteatro.
Non è uno spazio. E' un'invenzione e ne stiamo parlando in positivo.
Vai verso Padova, svolti verso le terme euganee, poi ad un certo punto inizi ad arrampicarti per cinque o sei chilometri come fosse una gita di montagna, tornanti, curve secche, strada che speri sempre più di non incontrare una macchina in senso inverso.
Il navigatore però è sicuro di sè stesso.
Trovi un ragazzo che ti dice: svolta a sinistra, arriva in fondo, gira la macchina e parcheggia nel primo posto libero, così siamo già in fila per la discesa.
Scendi dalla macchina, 3 minuti a piedi dove realizzi di essere nel niente, tra le colline venete, le viti, i paesi con le luci in sottofondo in una serata fresca.
Poi una salita ripida, le luci come fosse un festival di una volta, una baracchina con vino, birra e panini e arrivi all'Anfiteatro: ovvero una conca naturale, il palco in basso, la gente seduta attorno dove vuole, il panorama sullo sfondo.
Come sia venuto in mente non è dato saperlo, quanto funzioni bene sarà provato nel corso della serata.


Detto questo, eravamo qui per la musica, sentiamo un paio di pezzi di Santamanu, che sta chiudendo il suo set di apertura e poi ci lasciamo coinvolgere dal buon set di L I M, ovvero il progetto solista di Sofia degli Iori's Eyes. 
Che è nei dintorni della proposta di sohn, ovvero un pop elettronico e ben prodotto, con una voce che a volte è canto e a volte strumento, ritmi a volte dilatati a volte più raccolti: piacevole.

Ma siamo qui per Christopher Taylor, in arte Sohn, inglese ormai stabilito a Vienna e esponente di quel genere non bene definibile ma chiaro nato da James Blake in poi.
Nel suo caso un pò meno lavoro sulla voce, che dà l'idea di una produzione meno digitale rispetto a Blake, di melodie che spesso nascono da tastiere e pianoforte e vengono poi arricchite di elettronica intorno.
Se il primo album era pieno di ottimi brani e il secondo non è da meno, valeva la pena di vederlo dal vivo? Si e ancora si.
Perchè (quasi contrariamente alle aspettative) il live è probabilmente il live che quasi nessuno ha visto ma che meritava di non essere perso in questa estate.
Forse trecento persone hanno potuto assistere alla perfetta messa in scena dei due album (generosa la scaletta, che ha toccato gran parte della produzione discografica), in formazione a 4, con due batterie e led luminosi davanti agli strumenti, a formare un anello di suoni e luci dietro al cantante, con il consueto cappello, al centro del palco.



Una voce perfetta, lo scenario unico, un pubblico in attenta contemplazione hanno contribuito man mano a far pensare: ma perchè siamo così pochi?
Ne esce una scrittura ottimale, una band capace di fare uscire il suono al suo meglio, momenti intensissimi come Rennen / Falling, dall'ultimo album. O come la brillantezza di Lights e Lessons, dall'esordio.
Ne esce potensissima Hard Liquor, che magari su disco è solo una bella apertura ma live rimane impressa per un paio di giorni buoni.
Bassi intensi e delicatezza vocale, grande scrittura fanno emergere Sohn dalla media, era una idea maturata su disco ma la certezza è che dopo il live, chi era presente, terrà pienamente in considerazione questo ancora giovane artista.







venerdì 16 giugno 2017

[Live Report] Radiohead + James Blake + Junun

Io avevo credo diciotto anni. O diciannove.
Forse il primo è giusto per la data di annuncio, il secondo per la sera stessa.
Ora ne ho trentadue, vivo in un altro posto, ho moglie e figlia.
Però non è cambiato così tanto: sono i Radiohead.
Ognuno di noi ha una o due band che tracciano l'esistenza, con cui sono cresciuti e di cui poi magari diventi meno "ansioso", all'annuncio di un disco o un tour rispetto a qualcos'altro, però poi ci sei.
Ci sei, perchè sono i Radiohead che per una serie di persone sono il simbolo: l'indipendenza, l'emozione, la grinta e la dolcezza, l'aticipità.
Per noi i Radiohead sono i Beatles per chi li ha visti all'epoca, con la consapevolezza che erano i Beatles.
Perchè sappiamo che loro sono grandi, immensi.
Certo, pensare che tanti anni fa la location era la mia Piazza Castello di Ferrara, piccola (e forse mai più piena di così) e ora è un enorme ippodromo, dicono pieno di cinquantamila persone.
Al di là dei numeri, meravigliosamente tranquillo nella zona chiusa davanti (vabbè, il pit, roba che "noi" mediamente non conosciamo, per altri tipi di concerti) graziato da qualche nuvola e immensamente più tranquillo di quella prima volta, è stata comunque magia.

Non indifferente all'"assurdità" di Junun, regalo del Greenwood che si unisce a questi indiani con baffi e turbante, meravigliosi strumentisti quanto lontani dai nostri suoni (ma assolutamente apprezzabili), il primo momento di magia è James Blake.
Io che, qualche anno fa, andai in una specie di data zero a londra, un centinaio di persone in una biblioteca, per assistere alle prove prima del rilascio del secondo disco, conscio che un'arena enorme, all'aperto, col sole alto, non è la location perfetta per Blake, dico ottimo, ottimo.

Certo è un tipo di proposta che magari soffre alla distanza, ma illumina per gran parte del live di eleganza, bassi prodigiosi, una voce sopra le righe e pure un inedito che si fa piacere assai.
E' un fenomeno, anche se forse se ne rendono conto meno di quelli che dovrebbero.

Poi, in orario, ecco loro.
Daydreaming è la canzone con cui si è addormentata mia figlia nei suoi primi mesi, ora è l'apertura delicata del live, con mille luci che si diffondono e iniziano a raccontare un concerto, come poi per il disco, che parla di un gruppo che si mostra in pace con sè stesso.

Una scaletta volendo illogica, passaggi indietro e avanzi, regali al pubblico, saluti in italiano di Thom Yorke, un pubblico che è cresciuto rispetto ad anni fa e non poga ossessivamente (e Idioteque ora è diversa).
Però, come sempre le chicche sono momenti meravigliosi.
Myxomatosis, direi un inedito per i miei concerti.

Let down, un inedito per molti e un brano assolutamente sopra le righe, ma non c'è bisogno di dirlo.
You & Whose Amy, di un'altra categoria.
Paranoid Android, dove il pubblico e la band sono una sola cosa.
Quel consueto, ma irreale silenzio su Exit Music, dove potresti sentire un bicchiere cadere e sei in un'arena di cinquantamila persone, sotto un enorme palco.
Fake Plastic Trees, che ricorda The Bends e uno di quei brani che per una band normale valgono una carriera, mentre per i Radiohead è stato forse il secondo inizio dopo Creep.

Insomma: meno sconvolgente di una volta? Certo, perchè era la quarta.
Meno bello? No.
Meno magico? No.
Perchè sono i Radiohead, i brividi ci sono stati, la magia è ancora presente.
Siamo tutti più grandi, ma siamo ancora uniti.


Setlist
Daydreaming
Desert Island Disk
Ful Stop
Airbag
15 Step
Myxomatosis
Lucky
Pyramid Song
Everything in Its Right Place
Let Down
Bloom
Identikit
Weird Fishes/Arpeggi
Idioteque
The Numbers
Exit Music (for a Film)
Bodysnatchers

Encore:
You and Whose Army?
2 + 2 = 5
There There
Paranoid Android
Street Spirit (Fade Out)

Encore 2:
Lotus Flower
Fake Plastic Trees
Karma Police

martedì 21 marzo 2017

Cinque su Cinque #5

Quinto appuntamento, per la rubrica di piccole segnalazioni.
Ce ne sarebbero altrettante, quindi vedremo di ripeterci presto.

Sampha - Blood On me


Già produttore per molti nomi noti, Sampha classe 88, decide di entrare in scena con il proprio nome.
Sulla scia, certo, di certo soul moderno, se vogliamo chiamarlo così (da James Blake in giù) ma con un intimismo e sincerità che colpiscono.
Non un disco da grandi platee, ma alcuni punti di luce che meritano la menzione.

Brunori Sas - Lamezia Milano


Diversi artisti italiani hanno dato alle stampe il loro disco in questi mesi.
Molti raccontano l'oggi: Brunori riesce a farlo perfettamente e scrive il suo disco migliore.
Si muove su differenti tonalità, tra ironia e lucida visione ("l'uomo nero").
In Lamezia Milano scrive uno di quei brani che si potrebbero ballare in spiaggia (vabbè) senza accorgersi che l'autore sta descrivendo esattamente tu che balli in spiaggia senza osservare ciò che ti succede intorno.Con il terrore di una guerra Santa / e l'Occidente chiuso in una banca. / Io me ne vado /in settimana bianca, / bianca. / Con la metropoli che ancora incanta / e la provincia ferma agli anni / ottanta. / L'Italia sventola la bandiera bianca / e canta, e canta.

Le Luci della Centrale Elettrica - Coprifuoco
Vasco Brondi al quarto album azzecca tutto o quasi. Lui che era partito "con un disco dei vent'anni, di Ferrara" scrive ora il disco dei trent'anni, del mondo. Amplia lo spettro sonoro, africa, sud america, europa, oriente, descrive le sensazioni ed i profumi di un mondo oggi.
Un disco che chiama terra, ma si dovrebbe chiamare "muoversi", perchè racconta di migranti, passi, città straniere, movimenti in Italia stessa ("nel profondo veneto").
Il disco migliore e la nuova conferma della capacità, quasi insperata, di andare sempre avanti musicalmente e a livello di testi.
Sinkane - Passenger


In tutta sincerità, Sinkane io lo conosco perchè da qualche parte Lcd Soundsystem, anni ed anni fa, ne consigliò uno dei primi brani (Jeeper Creeper).
L'ho sempre tenuto un pò d'occhio, grazie a quel brano, pur consapevole che per il resto non aveva ancora sfoderato tutto il suo talento.
Eccoci arrivati: Life & Livin It è un gioellino di pop venato di quella Africa (Sudan) dove ha vissuto prima di approdare negli Stati Uniti.
Un disco che sa di già sentito, vero, ma distribuisce una purezza melodica, un senso del ritmo e non sbaglia un colpo.
Diciamolo: per andare al mare, la prossima estate, con il vento sulla faccia, questo è il disco.

Spoon - Do I Have to Talk To You


Bentornati, carissimi. Passati tre anni dal buon disco precedente, ecco Hot Thoughts.
Che non fa nulla di diverso dal continuare a promuovere questa splendida idea di pop-rock music, dalle melodie apparentemente semplici ed invece stratificate, instintive eppure ragionate.
Nulla di nuovo, ma fa sempre piacere.


venerdì 20 gennaio 2017

Cinque su Cinque #4

Inizia l'anno nuovo ed ecco che si muovono molti big: l'anno che arriva è pieno di ottimi ritorni e attesi esordi.
Buttiamoci allora in pista, con cinque segnalazioni.

Baustelle - Eurofestival

Il nuovo disco dei Baustelle è una piccola festa pop, che si libera dell'aria orchestrale del precedente (e splendido) Fantasma. Questa volta si torna alla semplice scrittura di brani: non il disco della carriera, ma una qualità semplicemente altissima. Per non rimanere sullo scontato con il singolo Amanda Lear, partiamo da Eurofestival, dove si dice "via / via / portatemi via / dal festival" per un brano che al festival ci starebbe eccome.



London Grammar - Rooting For You

Un altro atteso disco per una band capace di fare tantissimo con un solo disco d'esordio. Questa volta in pratica fa tutto Hannah Reid, che si gioca quattro minuti e mezzo di voce e leggera (poi in aumento nel finale) orchestrazione.
La si ascolta due volte e poi la si ama all'infinito.



Sohn - Rennen

Sembra che Sohn sia riuscito a fare il secondo disco al livello del primo. Non è poco, visto che a parere di chi scrive l'esordio era uno di quelli da ricordare di questi anni.
Se pure è vero che si sconta il normale effetto ripetizione ci sono almeno metà dei brani in cui la classe esplode.
Al momento la sensazione è che Rennen sia uno di questo, un quasi auto-duetto intimo quanto emozionante.
Una menzione anche per il colpo di coda del disco, Harbour, che pare destinata alla consueta, lenta conclusione di molti dischi e poi esplode in una delle melodie sintetiche più belle degli ultimi anni.


The Shins - Name For You

Cinque album (con questo) in venti anni quasi di carriera, per la band di James Mercer.
Che sono di quelle a cui si pensa poco, che non riempono le platee.
Ma di cui poi ascolti con maggiore felicità i dischi.
E anche stavolta piazzano il primo brano, Name For You, che non è mica poi una rivoluzione.
Però che bello.



Gorillaz Feat Benjamine Clementine - Hallelujah Money

L'anticipo di un atteso ritorno: un nuovo disco per i Gorillaz, che presentano per ora un primo singolo particolare, una ballatona lenta che sa di duetto tra il nostro amatissimo Benjamin Clementine e il buon vecchio Damon. Un brano con il sapore di un vecchio classico, diverso dal suono di pop moderno a cui la band ci aveva abituati. In attesa!





giovedì 24 novembre 2016

Cinque su Cinque #3

Terzo appuntamento per la piccola playlist di consigli.
In queste settimane c'è parecchio movimento, tra ritorni attesi, ritorni inaspettati e qualche novità.

The XX - Hold On

Obbligata la partenza: il ritorno degli XX era nell'aria, la prima data italiana c'è (Milano, 20 Febbraio) e il primo singolo è arrivato: diviso a metà tra le vecchie atmosfere e quel piglio più catchy dell'esordio solista di Jamie xx.
Un pò più radiofonico del solito, non indimenticabile, ma viene da pensare che sarà uno dei dischi più importanti del prossimo anno.




The Chemical Brothers - C-h-e-m-i-c-a-l

Per ora non è chiaro se sia un singolo lanciato a sè stante oppure l'antipasto di un nuovo disco.
Fatto sta che passano gli anni e i nostri due sono sempre sugli scudi, riescono a mantenere una qualità decente e sfornano un'altro brano mica male: il disco che non si ascolta con il freddo, ma che fa sempre piacere.



Hamilthon Leithauser + Rostam - A 1000 Times

Lui è al secondo disco solista ma è la voce dei Walkman (tornerete?); lui è uno dei Vampire Weekend, che ha attualmente lasciato, pur con la probabilità di collaborare ancora in futuro.
Insieme fanno un disco che scava nella tradizione americana, suona come qualcosa degli anni cinquanta, ricorda quelle piste da ballo, i crooner, i dischi fatti per divertire e sognare.
Magari alla lunga stanca, ma qualche brano è un autentico piacere.



Soulwax - Transient Programs for Drums And Machine

Dopo la fase Soulwax, dopo i mille (incredibili) remix, dopo gli anni dei 2 Many dj's, ecco che pare si torni agli albori: la miscela elettro rock dei Soulwax che tra fine anni novanta e inizio anni duemila si era fatta piacere parecchio.
In attesa del disco completo, ecco la prima lunga traccia uscita dai fratelli belgi: echi pesantidi Kraftwerk per ottime aspettative.



Still Corners - Lost Boys

Del duo inglese in effetti, come scriveva qualcuno, se ne curano in pochi.
Un vero peccato, visto che è un raro caso di gruppo in costante crescendo: anche il terzo album si conferma in crescita, maturando il suono già sentito, un pop sognante ed elettronico, ottimamente cantato dalla sempre brava Tessa Murphy.
Non è che ci sia troppo da dire: è quel genere, sono quelle atmosfere.
Ma sono fatte maledettamente bene.
In attesa anche di un live in Italia, visto il salto avvenuto con lo scorso album.

[Live Report] Home Festival - Giorno 1 - 31/8

Non è nemmeno, spero, necessario l'abusato discorso che potremmo riassumere in festival/italia/mondo. Ovvero: siamo una rara anom...